Il disco della settimana su Twitch: Paradise Lost – Draconian Times


Ogni settimana sul mio canale Twitch inserisco alle mie spalle un disco dalla mia collezione, ho deciso di scriverci due righe con una rubrica apposita. Se passate di là, salutatemisenza impegno. Certo, se non seguite il canale mi fate un po’ male ma vi adoro lo stesso. La prima puntata la trovate qui.

Una cassetta in mezzo a mille altre, i soldi sempre pochi e tanti dischi tra cui scegliere. Perchè proprio i Paradise Lost? Mentre ponderavo, nella mente quel pezzo ascoltato su una raccolta fece capolino, e quella copertina così colorata e intrisa in qualche modo di malinconico mistero mi sedusse al punto che lo acquistai. Al primo ascolto mi conquistarono, avvinto dalle loro incredibili melodie, dalle strutture semplici e ficcanti, dal carisma di quei pezzi che erano intrisi di un qualcosa che un adolescente poteva capire a stento. Lo sappiamo tutti, “Icon” e “Gothic” sono forse superiori a questo disco, eppure per me rimane quello del primo amore, quello dove pezzi bastardi come “The Last Time” non ti lasciano più, neanche dopo tutti questi anni. La cassetta è ancora funzionante, come tutta la mia collezione dei pochi nastri originali, una reliquia laica che a prenderla in mano adesso fa specie per quanto sia minuscola e fragile. Cosa che scommetto avranno provato i possessori di vinili al contatto con i primi compact disc.

“Draconian Times”, non potevo sapere allora quanti ne avrei attraversati di tempi draconiani e spietati, di quanto quei testi si sarebbero tramutati in sensazioni conosciute, sapevo con certezza che quel gruppo era in cima alle mie preferenze e non l’avrei mollato. Neanche quando pubblicarono “Host”. Grazie ai Paradise Lost, grazie a questo disco che non mi molla da anni e che scorre apparentemente tenue, erodendo l’anima.

“Io ti vedo…” Santo Padre sempre sia lodato.

Rapid Fire – 2) Recensioni brevi


La rubrica dedicata alle recensioni brevi di dischi che non riescono a stimolare recensioni più lunghe di poche righe. E per non lasciarli indietro, una bella rassegna di cinque titoli da leggere in meno tempo di quanto io ci abbia messo a caricarne le copertine!

1. Darkthrone – Astral Fortress

Io neanche li disdegno nella nuova versione “Vi stiamo facendo un favore”, però mi sembra sempre meno interessante insistere sul minimalismo a tutti i costi. Massima resa con il minimo sforzo? Va bene, ma avete anche rotto er cazzo eh… Scivola via come da copertina.

2. Disturbed – Divisive

Io ce l’ho messa tutta, ma lo trovo identico ad altri capitoli della loro carriera. Magari non è un male, ma così a finire nelle rubriche dove sbolognare i dischi con poco è un attimo.

3. Soilwork – Övergivenheten

Questo è uno di quelli che avrebbe meritato spazio, Strid è sempre più bravo e il gruppo non sbaglia quasi mai. Il problema è che ormai buttano dentro tutti i pezzi che riescono a scrivere e dispiace constatare che magari asciugando e sistemando qua e là si sarebbe potuto ottenere un qualcosa di più continuo. Merita comunque l’acquisto a differenza di quelli appena sopra.

4. White Skull – Metal Never Rusts

Lavoro da ascoltare e coccolare, degno capitolo di una carriera che ha conosciuto pochi passi falsi. Metallo che non arrugginisce e soprattutto diverte. Un artwork mica male poi, non è roba da sottovalutare, nell’italico stivale.

5. Skid Row – The Gangs all here

Non gli avrei dato una lira e invece…rimbalzone divertente. Certo i tempi di Bach non torneranno più, ma il passato non torna mai. E se torna è per vendicarsi di solito…

Il disco della settimana su Twitch: Kreator – Renewal (1992)


Ogni settimana sul mio canale Twitch inserisco alle mie spalle un disco dalla mia collezione. Ho deciso dopo quasi un mese e quattro dischi esposti (W.A.S.P. – Helldorado, Carcass -Surgical Steel, Helloween – The dark Ride, Doro – Fight) di scriverci due righe con una rubrica apposita. Se passate di là, salutatemi, senza impegno. Certo, se non seguite il canale mi fate un po’ male ma vi adoro lo stesso.

In una recensione di “Renewal” un saggio una volta scrisse: “i Metallari sono gente che si fa delle grandi domande senza avere i mezzi per rispondere” ed ha aggiunto “una collezione di vignette Metal che- e questa è forse un’altra caratteristica comune a tutti i capolavori del genere, sfuggono a qualsiasi definizione.”

Il saggio è ovviamente Luca Signorelli, il quale dalle colonne dello speciale “Millenium” di Metal Hammer, uscito a fine 1999, scrisse in caratteri già troppo piccoli da leggere allora, una recensione che mi spinse a cercare quel disco in ogni meandro possibile. Ricordate che eravamo in anni in cui non si tiravano giù discografie ed intere esistenze dal Web. E i dischi Metal per un giovinotto di paese erano sempre ardui da reperire.

Ma lo trovai, lo attesi per quasi due mesi prima di vedere il pacchetto che lo conteneva passare nelle mie mani da quelle del postino.

Adoravo già i Kreator, le loro sperimentazioni in “Outcast” ed “Endorama” risuonavano fresche nelle mie orecchie e “Renewal” mi scosse ancora di più. Arrabbiato, cangiante, dritto al sodo. Quella copertina bruttina, ma ficcante nel suggerire inquietudine, inadeguatezza verso la propria umanità, la voce di Mille a volte sguaiata, dal piglio hardcore con l’esigenza di tirar fuori tutto senza fronzoli. Un’epifania, un lavoro così coeso e completo nel mazzolare e spingere ad andare oltre, capire cosa cazzo avesse da urlare Mille. Perchè quelle urla erano anche un po’ le mie. Nessun pezzo è un riempitivo, nessuna nota messa caso. Eppure non piacque, almeno allora pochi ne capirono l’importanza: è il peso che si portano dietro le grandi opere, quelle dove l’Arte la subisci e ti costringe a pensare, a confrontarti con te stesso. Opere come “Europe after the rain” di Max Ernst da cui il buon Mille trasse ispirazione per il pezzo che porta lo stesso titolo. Una canzone gigantesca, un dipinto disturbante e conturbante allo stesso tempo, intriso di disperazione e speranza flebile. Guardarla ascoltando il disco è un’esperienza quasi dolorosa, eppure avvincente e consona.

Il consiglio è ovviamente quello di ascoltarlo, riscoprirlo se lo aveste sepolto o già etichettato allora. Le persone cambiano, i dischi meravigliosi restano.

Tuono! (Ovvero come un ritrovamento casuale apra certe riflessioni)


Una mattinata dedicata alla faccende di casa (THE REAL Metal Massaia) e all’improvviso mi torna alla mente un passo di una canzone che non ascoltavo da almeno venticinque anni. A memoria, ogni singola parola.

“Stiamo diventando una popolazione/
risultato più alto dell’evoluzione/
che si basa sul concetto di giusto adattamento/
a questa vita che spesso fa spavento/
stento un urlo controvento sì/
ma non ci piace vederla passare no,/
non ci piace vederla ignorare no…/
voglio dirtelooooo…

Ma…come è possibile? Misteri della memoria, dimenticare cosa si è mangiato a pranzo il giorno prima e ricordare intere strofe di pezzi ascoltati pochissime volte.
Ovviamente la risposta non ce l’ho, forse nessuno ce l’ha a ben vedere. La cosa curiosa però è stato associare istantaneamente a quel pezzo un disco, o meglio una compilation.

Ricordate la rivista “Thunder”? Ne parlammo anni fa, ne ho ancora tutti i numeri acquistati con relativi CD. Allora Internet ce lo avevano al Pentagono e forse qualche ultra fissato, era l’anno 1995 e questa compilation fotografava la “scena” italiana di quegli anni. Un mare di grunge, alternative, e ancora grunge. Al di fuori da questa compilation c’erano altre realtà, i Litfiba che avevano perso la magia new wave post punk degli inizi e suonavano un rock duro gradevole, ma senz’altro meno personale. Ligabove ancora suonava un ruspante rock quasi folkloristico e a breve avrebbe imbroccato la strada del consenso popolare con un disco orripilante che segnerà i suoi grandi successi. Poi? Qualche gruppo storico che vivacchiava e niente altro.

Nella compilation questi lodevoli gruppi, che di italiano avevano troppo poco, possedevano comunque una piacevole costruzione e consapevolezza dei propri mezzi. Gli Extrema che andavano dietro ai Pantera con ottimi risultati invero, “This Toy” compreso in questa raccolta rimane un pezzone, gli In.Si.Dia. veneravano gli Slayer cantando in Italiano ed il resto come dicevo segue le orme del grunge e dell’alternative in maniera pedissequa. Una scena che non era una scena, come poi invece avverrà con l’ondata Power Metal che mostrerà invece segni di personalità nelle realtà più importanti. Che piaccia o meno, la tronfia ricerca barocca dei Rhapsody o il potente Power venato di melodie facili e tastiere al limite del tamarro dei Labyrinth si distinsero, eccome, oltre i confini nazionali. Certo, poi generarono una serie di abomini e meri esecutori che non possono mancare in una ondata entusiastica e viva come accadde nei primi duemila. Ma nel 95 era notte fonda, se parliamo di originalità e tocco scevro di sola voglia di emulare i fari di quella musica che bruciò in fretta, distruggendo un mondo rutilante e diciamolo, ormai stanco come il Glam e l’Hair Metal.

A guardare quei nomi stampati sul cd, viene un sorriso a pensare a chi nel tempo si è trasformato in un musicista che ha abbracciato in pieno la celebrità, i talent di merda e quant’altro. Un sorriso che riverbera nello scoprire che altri hanno continuato per la loro strada, fino ai giorni nostri, altri ancora hanno avuto silenzi e rinascite.

Una fotografia forse parziale, forse distorta dal mio ricordo di giovanotto che allora doveva farsi riversare il disco in cassetta dagli amici poichè ancora sprovvisto di impianto con lettore CD. Roba che a raccontarla oggi si fa la figura dell’anziano alpino che racconta il Carso. Attualmente i ragazzi hanno il mondo a disposizione, la musica è diventata un qualcosa da consumare in fretta e la voglia di scoperta è diventata bulimia e questo fa un po’ più male al sottoscritto, più dell’inevitabile afflato nostalgico che causano certe riscoperte. Il rischio di divorare senza digerire ed assimilare, purtroppo è un lato negativo di un favoloso mondo di possibilità che hanno i ragazzi di oggi che noi vegliardi avremmo desiderato senza neanche poterlo immaginare.