Quel Rude Venerdì Metallico /200: Manowar, The Final Battle


Come un fulmine a ciel sereno è giunta a metà della settimana che si sta concludendo, la notizia che il prossimo tour mondiale dei Manowar, opportunamente chiamato “The Final Battle”, sarà l’ultimo della loro carriera. Ora, che il duecentesimo “Rude Venerdì” parli dei Manowar che tanto hanno dato a R.A.M. negli anni passati non è una curiosa coincidenza, ma un atto dovuto. Le perculate che ho portato avanti e che hanno portato haters e difensori d’ufficio ad insultarmi (anche via mail) rimarranno per sempre nel mio cuore, così come le volte che ho visto la band dal vivo, a partire dalla prima volta nel lontano 1999, in quel di Milano, Gods of Metal. Sarà vero che è l’ultimo tour? Non saprei, a rimangiarsi la parola De Maio è un asso, migliore del “Cavaliere” che un giorno tuonava e quello dopo smentiva con leggerezza. Analizziamo tanto per divertirci la situazione attuale in casa Manowar: sappiamo bene che non hanno più molto da dire. In studio sono finiti da un bel po’, dopo l’ultimo osceno disco  “Lord of Steel” era chiaro che il famoso barattolo contenente i vocaboli da usare per i loro testi non bastava più, dato che anche il tiro dei pezzi era moscio come l’espressione da duro di Karl Logan.

Fringe of Steel!

Fringe of Steel!

Il loro ultimo parto in studio è uscito in ben due edizioni differenti, con un missaggio inascoltabile nella prima versione e peggiorato nella seconda, un sound compresso e fiacco che urlava:”De Maio leva ‘ste mano dal banco!!!”. Nel mezzo mille dvd celebrativi, live album inutili tanto per restare sul mercato con cose fresche. Sembra ieri quando uscirono “Hell on Wheels” ed “Hell on Stage”, entrambi avevano il sapore dell’evento. La prima testimonianza  dell’eccitazione che gli ameregani-una-volta-amanti-delle-mutande-di-pelouche sapevano riversare sul loro pubblico. Negli anni successivi hanno aperto i cancelli ed è piovuta tanta, ma tanta roba che ha ammazzato qualsiasi entusiasmo, almeno per i fan privi di prosciutto di Parma sugli occhi. E ancora, le mega reunion sul palco, con tutti i membri a far cagnara in quattro quarti, la scomparsa di Scott Columbus ed ora l’annuncio che dopo questo tour sarà finita la loro unica attività che funzionava ancora, quella sul palco. Quando smetteranno di girare il mondo la band si scioglierà? Pubblicheranno nuovi live commemorativi e raccolte, oppure ancora, registreranno un nuovo disco di inediti?

Non è dato sapere, è presto per confutare se De Maio rispetterà quanto dichiarato, figuriamoci per speculare sui piani futuri di una band che ha spesso cambiato idea sui postulati fermi e categorici che tanto declamava in passato (“No Keys! No Whimps!” diceva una volta De Maio, ora è il primo a fare il piacione con la tastierina). Da parte mia immagino già fra massimo un paio d’anni, il roboante annuncio del ritorno sulle scene, tronfi e gonfi come non mai, pronti a dissetare i fan che avevano imboccato alla notizia del loro ritiro. Questa è una mia idea, magari verrò smentito seccamente, chi lo sa?

Quello che si può dire è che non importa quanto cerchino di essere stupidi, riuscendoci in pieno tra l’altro, quando sono là sotto ad ascoltarli suonare sembrano degli dei scesi in terra, capaci di sconquassarti le viscere e farti incollare le mani sui polsi finchè non si spengono le luci. E sono d’accordo con loro se decidessero di lasciare davvero, evitando imbarazzi maggiori della tinta di Joey o delle pancerine con i muscoli disegnati.

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Questa è una parte del muro dietro la mia scrivania, non lo metto per dimostrare qualcosa o per giustificarmi di chissà che. Lo scopo dell’immagine  è quello di far capire agli haters quanto siano coglioni.

E Manowar a parte, ragazzi siamo a duecento “Rude Venerdì”, un risultato che non mi sarei mai aspettato di raggiungere quando il 25 Marzo del 2011 andò online il primo post della serie. Sono molto orgoglioso di quello che ho scritto in questo appuntamento fisso e spero che anche voi come me,  consideriate questi primi duecento post solo il primo traguardo di questa rubrica “finto-editoriale”.

 

 

 

The Gallery CCXXII


Salve a tutti amici! Se siete qui è perchè non volete perdere la vostra dose settimanale di Vera Arte e chi siamo noi se non i vostri spacciatori? Ehm, a parte la metafora poco felice, siamo lieti di accogliervi per l’ennesima volta in un nuovo ampliamento. Perdetevi nei nostri corridoi, ritroverete voi stessi. Prego dunque, da questa parte…

 1.Grandi opere nate dal caso

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In omaggio a Nick Menza, una delle opere più significanti ed ermetiche dei dischi in cui ha suonato. Un disegnino a carboncino realizzato da un illustratore mentre era al telefono con Enel Energia. Per non esplodere in un sonoro “vaffa” l’artista ha disegnato un circuito immaginario a cui dare non solo valenza tecnica, ma un numero imprecisato di significati occulti. Il risultato è sotto i nostri occhi.

2.Uccello per diabetici

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Una simpatica bestiolina ci guarda in maniera vagamente minacciosa:”l’hai preso tu quel bel vermone che avevo lasciato qui?”. Per la razza del volatile ci facciamo aiutare dal massimo esperto mondiale di ornitologia.

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“dunque…silvanus erettus…no procellarius…scusate è che mi sono specializzato a riconoscerli dal didietro”

3. Il potere della patata

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Scartato come manifesto per la convention annuale della Coldiretti, questo bozzetto rivive nella Gallery. Dalla patata rinsecchita un grosso albero sorge, insieme ai molti dubbi sull’efficacia di questo simbolismo.

4.Eroe cisposo

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Duke Fleed in versione tartaruga ninja? Perchè no, deve aver pensato l’artista che aveva di meglio da fare. Guardate gli occhi annacquati di chi ha preso troppo Prozac, l’espressione sicura di chi sa di avere una mattonella poggiata sulla faccia.

 

5.Emozioni cromatiche

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Il fuoco brucia dentro, sulla pelle, sugli occhi. Quando un’emozione è incontenibile ecco che sotto i lunghi capelli biondi di saggina, uno spettacolo cromatico prende vita, una furtiva lacrima, grossa come una mozzarella di bufala cola sul volto. E incantanti, non possiamo che piangere a nostra volta di fronte a quest’opera così impattante.

Siamo di fronte alle pareti adornate grazie ai nostri amici segnalatori, curatori ad honorem della Gallery. Il primo è Todd, al quale inviamo dei ringraziamenti con il corriere, sperando arrivino presto.

6.Dominatore

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“Io Il Guerriero Nànuk ho ucciso il terribile tizio con la maglietta, profanato il suo corpo, presto regnerò su queste lande desolate e guai a chi dirà che ho la barba più lunga della mia altezza!!”

 

7.Power of  “Stihl”

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Un capolavoro disturbante e intenso, non adatto a tutti i palati, in special modo alle persone sensibili alla violenza contro le interiora gonfiabili. Molto interessante la motosega adesiva, ideale per prevenire incidenti, ma poco performante nello scorrimento durante il taglio.

Chiude l’ampliamento di oggi Giuseppe Moretti, al quale abbiamo spedito un pacco di ringraziamenti con lo stesso corriere diretto a casa Todd.

 

8.Mixa questo!

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Lo zombi permalosissimo, i due si sono permessi di chiedergli se avesse lo stomaco aperto perchè ne cercava il pelo, fanno una fine che sembra sproporzionata alla loro colpa. “Se aveste ascoltato quello che stavano proponendo, forse non la pensereste così”, ci informa lo zombi, lontano parente del solito Eddie.

 

9.Clown arrabbiato

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Nixon dopo lo scandalo “Watergate” aveva così somatizzato gli insulti e la vergogna da tramutarsi in un clown. Solo che non faceva ridere nessuno manco per sbaglio, così ha giurato vendetta. Quando avrà finito la bottiglia però.

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“Rivalutatemi dunque!”

 

10.In cronaca 

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Schiacciato dai debiti il lumacone ha ricevuto lo sfratto esecutivo, purtroppo per lui, ha preferito suicidarsi facendo crollare la casa con lui dentro. Gli inquirenti indagano.

11.Figaggine

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Permenente alla Sue Ellen di Dallas, una posa equivocabile, un paio d’ali e una chitarra poggiata su uno sfondo scadente. Quando la somma fa il totale davvero.

12.Dite la vostra

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Un trompe l’oeil o una semplice acrobazia contorsionista? Non si è mai capito, quello che che è rimasto altrettanto oscuro è il significato reale di quest’opera. Intende sottolineare il contorcimento degli esseri umani di fronte alla vita? Oppure la straordinaria adattabilità dell’uomo di fronte ad eventi privi di logica?

 

Vi salutiamo ricordandovi di segnalare le opere che ritenete degne del nostro spazio museale, oltre al favore di far conoscere questa preziosa opera di divulgazione anche ad altri.

Per visitare i precedenti ampliamenti della Gallery, cliccate sull’immagine in testa al post oppure su quella identica a lato.  

Arriveduàr…

Nick Menza 1964-2016


Non ci volevo credere, dopo due giorni di assenza totale da Social network e Internet ho appreso la notizia pochi minuti fa, accedendo a Facebook. Nick Menza è deceduto per un’insufficienza cardiaca a soli 52 anni. Stava suonando insieme ad un altro ex-Megadeth, Chris Poland e la sua band OHM, un progetto jazz-rock che ha pubblicato tre album. Nick stava suonando quando si è accasciato sul suo drumkit, a nulla è valso il trasporto in ospedale dove è stato dichiarato morto. In questo 2016, anno che ricorderemo per aver falciato molti artisti come Lemmy e Bowie , per citarne solo un paio, si aggiunge il povero Menza. Un batterista potente, tecnico, che avevo amato durante gli anni della mia adolescenza. Menza ha segnato col suo drumming alcuni dei pezzi più celebri della band di Padre Mustaine, non solo il mastodontico lavoro su “Rust in Peace” ma si è sempre distinto anche in lavori come “Youthanasia” e “Countdown to Extinction”.

Mustaine aveva provinato Menza per una reunion nel momento in cui Drover aveva lasciato il gruppo, purtroppo però i due non erano giunti ad un accordo e la cosa era sfumata, dando spazio a Chris Adler dietro le pelli.

Ricorderò sempre il megaposter dei Megadeth dal quale Menza mi guardava sottecchi, le sue rullate, la sua grande abilità dietro la batteria.

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Quel Rude Venerdì Metallico /199:Vektor, altre due considerazioni


Siamo abituati, rassegnati quasi, a pensare che ormai non ci possa stupire nulla, che tutto sia stato detto e ridetto. Si passa da un disco all’altro, da un film all’altro, quasi mai colpiti davvero in maniera profonda come una volta. Una volta, quando non sapevamo molto di tutto quello che ci piace, quando avevamo poca esperienza e tutto era da scoprire, sempre entusiasmante. Oggi che troppo spesso ci si accartoccia sui ricordi che certe sensazioni ci hanno lasciato, fa ancora più sensazione quando qualche siluro pieno di emozioni mi colpisce in pieno volto: esatto, i Vektor.

Quello che ieri cercavo di dirvi nella recensione è che il nuovo disco degli ameregani non è solo incredibile sotto ogni punto di vista catalogabile in un blogghe o una webzine: songwriting, produzione, capacità tecniche. Tutto perfetto, tutto inappuntabile. Ma perchè allora, oggi che è  relativamente più semplice raggiungere la perfezione formale per chi fa uscire un disco, nessuno o quasi riesce a lasciare qualcosa di più duraturo di un ascolto e via? Perchè manca un’idea che sia davvero personale, una forma mentale peculiare, un discorso da sostenere usando i propri mezzi espressivi. Ispirandosi a chi li ha preceduti, i Vektor hanno compreso come agguantare e restituire al pubblico quell’elemento unico, che nella loro musica brilla in maniera quasi accecante (che se chiamate X-factor ve caccio subito).

Il momento in cui mi sono accorto che “Terminal Redux” non è solo un ottimo disco, ma un vero e proprio capolavoro, mi sono emozionato davvero. Era da “Koloss” dei Meshuggah che non mi succedeva. Non dico che non mi sia piaciuto nient’altro nel mezzo, ci mancherebbe, lo sapete voi e lo so io che non è così. Parlo di andare a fondo, cercare qualcosa che mi abbia davvero lasciato senza fiato in maniera così dirompente. E allora i titoli da centinaia diventano decine, negli ultimi anni. Tipo quando guardo un cinecomic, mi diverte, ci passo una serata, ma dentro non cambia nulla. Non ti smuove manco un pelo.  Come sei entrato, così esci. Le vere opere d’Arte sono quelle che qualcosa ti aggiungono (o tolgono), cambiano un po’ il tuo io. Ti danno qualcosa in cambio della tua attenzione. Questo è il senso delle cinque stelle affibbiate al disco dei Vektor, non solo un lavoro capace di rimescolarmi il sangue, per quello basta poco, un’opera capace di risvegliare e scuotere le emozioni vere, quasi carnali, sopite da troppa mediocrità e ripetizioni rassicuranti.

Grazie ragazzi, perchè mi avete ricordato com’è farsi stringere le orecchie dal Metallo, mi avete ricordato che il cuore non deve solamente battere, deve sussultare.