Il disco della settimana su Twitch: Darkane – Insanity


banner-disco-settimana-copiaOgni settimana sul mio canale Twitch inserisco alle mie spalle un disco dalla mia collezione, ho deciso di scriverci due righe con una rubrica apposita. Se passate di là, salutatemisenza impegno. Certo, se non seguite il canale mi fate un po’ male ma vi adoro lo stesso. Per le puntate precedenti clicca QUI.

Darkane_-_Insanity_coverAnno 2001, non avevo la più vaga idea di cosa fare dopo aver svolto il servizio militare e finito la scuola di fumetti. Un’incertezza che in fondo mi è rimasta appiccicata addosso tutta la vita, allora però sembrava insopportabile. Come sempre a far da fondamento e sostegno c’era, allora come oggi, il Metal. Incocciai con i Darkane per via della recensione sperticata su Metal Hammer. Dovevo ascoltare quella roba. Lo ordinai per posta, dopo aver attraversato il deserto e mari aperti provvisoriamente, giunse in casa mia (è sempre d’uopo ricordare che in quegli anni eravamo ben lontani dalla velocità e dai servizi egemoni attuali per ricevere robe in casa propria), lo ascoltai e rimasi fulminato. Tanto da affermare oggi che questo disco è l’inizio di una storia d’amore, una passione incredibile per una band che si filano in pochissimi ed è un gran peccato. Figliocci degli Strapping Young Lad come chitarrismo, degni eredi delle band Thrash super tecniche, i Darkane con questo album toccheranno apici che per il sottoscritto non raggiungeranno mai più. Canzoni folli, durissime e incredibile a dirsi, scevre dalla ripetizione di uno schema vincente per tutto l’album. Si mena, durissimo ma non ci si annoia mai. Peter Wildoer è un batterista formidabile, uno di quelli che lascia il proprio marchio, solo per lui si dovrebbe recuperare questo disco. Christofer Malmström lo asseconda con un lavoro alle chitarre mostruoso, un saliscendi di riff intersecati e folli senza essere però perdere in coinvolgimento puro. Insomma non immaginatevi uno di quei lavori così convoluti da dover restare immobili per non perdere il filo, seppure stratificato e complesso, va giù che è un piacere. E Sydow è senza dubbio un cantante allucinante, che si esprime senza il solito growling puntando invece su un cantato raschiato e potente, ideale per il turbinio di note che sotto sconquassa le vostre orecchie.

Disco superbo, recuperatelo per conoscere la band (e la recensione dell’ultimo album qui su R.A.M.) , andando oltre la copertina, veramente figlia del suo tempo, ovvero fotoscioppe ad mentula canis.

p.s. li vidi al Wacken un paio di anni dopo nel “piccolo” capannone sotto i palchi. Sfondarono tutto, musicisti veramente incredibili anche dal vivo.

The Gallery CCLXII


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Genio, passione, volontà e una dose elefantiaca di coraggio. Le qualità di un vero artista, di un visionario che butta il cuore oltre l’ostacolo e vede lontano, a rischio di passare per uno con le rotelle fuori posto. Oppure semplicemente un tizio che raggiunge il sublime passando dalla parte sbagliata. Nella nostra esposizione cerchiamo di valorizzare, scoprire e promuovere tali geni, portarne in gloria le gesta e la visione. Questo nuovo ampliamento non fa eccezione, provate ad entrare (prezzi ridotti per le categorie a rischio emetico e cardiopatici), resterete segnati dall’Arte che vi salterà al collo senza pietà.

1. Come ti chiami caro?

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Non è tanto il candeliere giocattolo o l’inflazionata testa cornuta, no. E’ quel nome che riecheggia in maniera prepotente una citazione indimenticabile, di cui proponiamo solo un immagine onde stimolare il vostro ricordo.

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2. A proposito di clero

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Andando oltre la tecnica superba, con una colorazione digitale tipica di chi ha installato fotoschioppo da due minuti, analizziamo il soggetto della composizione: un prelato matitato dallo sguardo deciso a comprendere se la riproduzione dozzinale della basilica di San Casuale sia edibile. Il dubbio si estende sulla tecnica d’assaggio: dita o al coltello?

3. Un appuntamento imperdibile

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Non rompetegli le balle quando va in onda il suo programma preferito, non osate. Neanche se bombardassero casa lo perderebbe. L’artista ironizza sulle dipendenze andando a porre l’accento su alcuni elementi distintivi in un’immagine corale con l’ambizione di elencarne il più possibile: dall’alcol, al cibo, fumo, passando per i quadri di dubbio gusto e naturalmente la televisione. Quest’ultima talmente entrata nel circolo della vita dell’uomo che tenta di cambiare canale alla devastazione del suo salone (con una fuga angolare che Escher scansati proprio).

4. Non si deve profanare il sonno dei morti

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“Daje sfonnamo tutto, ammazziamo e mangiamo sti infami!! Altro che chi muore giace! Chi vive non avrà pace!” l’entusiasmo della giovanissima zombina non è proprio ben gradito dagli altri defunti, che vorrebbero usufruire del meritato eterno riposo. Vano il tentativo del tunicato di offrire giuochi alternativi, presto la zombina verrà caldamente invitata con simpatica ironia ad andare a morire ammazzata.

5. Demone in gambissima

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Un essere minaccioso e ferale incute timore e raccapriccio. Soprattutto per quelle gambe gonfie che gli fanno un male…un male bestiale proprio.

Il Disco della settimana su Twitch: Testament – Practice What you Preach


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R-2596366-1666523120-6467“Practice…” fui il primo disco dei Testament che comprai, nella seconda metà degli anni 90. I dischi della Megaforce/Atlantic erano spesso i più semplici da reperire, di sicuro lo erano quei quattro o cinque titoli che si ripetevano sugli scaffali di ogni negozio come una texture di un videogioco . Lo portai a casa senza aver mai ascoltato una singola nota del gruppo, attratto dalla curiosità costruita sulle basi del sacro binomio “ringraziamenti nei dischi di altre band/riviste”. In quegli anni era uscito “Low”, un disco trattato con sufficienza nel mare magno e desolato del Grunge nel quale boccheggiava anche il Thrash. Non lo trovai, sugli scaffali di cui sopra c’erano questo e “Souls of Black”. Presi “Practice…” per motivi che oggi ignoro, forse me lo fece preferire qualche articolo o citazione nelle sopracitate riviste, ma vai a sapere. Fu una rivelazione, mi innamorai di questa band in maniera irreversibile, il chitarrismo di Petersen, mai lodato  a sufficienza purtroppo, oltre al virtuosismo di Skolnick, il basso così vivo e quella voce…
Negli anni seguenti recuperai ogni album della loro discografia, aspettando una caterva di anni prima di poter ascoltare “The Legacy” come si deve. Ampliando il quadro con i capitoli precedenti compresi come la dinamica dei brani fosse completamente diversa dai primi due dischi, l’abiura quasi totale di Louie Clemente per la doppia cassa di sicuro influenzò parecchio la costruzione delle canzoni, abbinata ad una certa voglia di ruffianeria e ricerca di consensi. Il risultato si palesò in una serie di album in calando, fino all’esplosione della formazione originale, con cambi e rimpiazzi che nel corso degli anni non terminarono praticamente più. Va detto che anche nei dischi meno interessanti c’è sempre qualcosa di buono, come nel vituperatissimo”The Ritual”, contenente “Electric Crown”, uno dei miei pezzi preferiti del gruppo.

Non è il lavoro che consiglierei se non avete mai ascoltato i Testament, forse i primi due sono la base necessaria per comprendere meglio il nucleo su cui poggia uno dei gruppi migliori, non solo del Thrash, ma del Metallo tutto. E poi prenderete tutto il resto, garantito.

Il disco della settimana su Twitch: Children of Bodom – Hatebreeder


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HatebreederL’esordio dei Children of Bodom mi aveva colpito in pieno, un treno in corsa carico di sgommate neoclassiche e un gusto melodico niente male, tanto per farvi capire quanto allora, nel lontano 1999, attesi questo “Hatebreeder”.  Copertina verde, dopo quella rossa, scelta che diede inizio ad un gioco finito ancor prima di nascere, basato sull’indovinare la dominante del prossimo disco dei COB. E dentro quanta roba, tanta davvero. Un insieme di pezzi che spingevano ancora di più sul neoclassicismo chitarristico conosciuto nel primo disco, abbinandolo però a brani massacranti come quella “Warheart” che rimane una delle canzoni più riuscite per il sottoscritto, una di quelle su cui basare l’amore per una band. I pezzi in scaletta sono nove, di riempitivi forse un paio, considerate che paragonati alla roba che avranno il coraggio di incidere i nostri negli anni a venire, si tramutano in oro puro.
Certo, la produzione cominciava a presentare le malevoli caratteristiche di suoni sparati a mille, gonfi e a volte freddi, artificiali. Siamo ancora a livelli accettabili per fortuna, l’album risulta senza dubbio esplosivo ed energico, caratteristica che curiosamente mancherà un po’ al successore. Personalmente questo resta il loro disco migliore, da qui in poi comincerà una discesa a fasi alterne: qualche disco buono, qualche toppata clamorosa, altri dischi nè carne nè pesce. Una carriera inframezzata da split e cambi di nome tragicomici. E l’esistenza tormentata del buon Lahio. Ce lo vogliamo ricordare così il buon Alexi, la voglia di raschiare l’intonaco dai muri con quell’ugola disperata, con quei riff bastardi che ti piantano la tenda nel cervello e non se ne vanno facilmente, quegli assoli a suon di Bach senza gli sbrodolamenti stile Malmsteen.

Ci vorrebbe oggi una roba così, un ponte che collega Power, Thrash e un filo di Death, tutto legato da un sano gusto della composizione e quella voglia di menar schiaffoni al prossimo. I COB sono morti, lunga vita ai COB!