Decapitated- Anticult


“Hai visto? E’ uscito il nuovo dei Decapitated”
“Dechi?”
“Decapiteited, dai i polacchi che hanno perso il batterista con’incidente e il cantante è rimasto in coma per un sacco de tempo.”
“Ah mbè! Forti oh…fanno un Death Metal da paura!”
“Sì sì, mo però se so’contaminati una cifra. Ripigliano elementi dei Meshuggah, dell’Industrial e te devo di che non me dispiacciono affatto”
“Eh, ma non fanno più Death Metal”
“Ma sì, la base è quella, solo che cercano di non riproporre sempre la solita minestra tutta Blast-beat e canzoni velocissime”
“Eh ma non fanno  più Death Metal”
“Ma hai ascoltato qualche disco loro dopo ‘Organic Hallucinosis’, guarda che spaccano”
“Me pare de sfuggita ‘Carnival qualcosa’…però non me sembrava gran che”
“Ma dai, è stato un disco eccellente, moderno fresco e potentissimo. Io l’ho consumato e quello dopo era ancora meglio.”
“Sì ma non era Death Puro e allora non l’ho approfondito, m’ha rotto er cazzo subito: troppi modernismi. Quello dopo manco l’ho sentito”
“Padronissimo, ma non sai che te perdi. Pure questo è un disco fantastico. Va giù che è un piacere, si sono liberati dello spettro del dover per forza suonare come in passato e vanno alla grande. Ce stanno dei pezzi meravigliosi, vanno come n’orologio guarda. Secondo me dovresti dargli una possibilità”
“Eh ma non fanno più Death Metal”
“Me pari un disco rotto, magari prima di parlare prova ad ascoltarlo no?”
“Ma t’ho detto prima che m’avevano annoiato co’ sta merda moderna”
“Manco te li ricordavi prima, ma come stai”
“Io penso che se una band fa bene una cosa dovrebbe fare sempre quella”
“E certo, sai che coglioni ventimila band alla AC/DC”
“Grandi gli AC/DC”
“Assolutamente, ma erano solo un esempio”
“Infatti non ho capito che c’entrano.”
“Niente! Era per dirti che di gruppi che suonano uguali a se stessi e rifanno lo stesso disco all’infinito ne è pieno il mondo”
“Ah, ma io non vorrei sempre lo stesso disco, basta che però la base rimane quella no?”
“Ma qui la base c’è, non è che mo suonino delle Mazurke. Si può dire una cosa in modi diversi ed essere ugualmente efficace no?”
“Eh ma comunque non fanno più Death Metal.”
“Ma vattene affanculo va…”

Tracklist:

01. Impulse
02. Deathvaluation
03. Kill The Cult
04. One-Eyed Nation
05. Anger Line
06. Earth Scar
07. Never
08. Amen

Voto:

L’assaggio del disco:”Never”

 

“C’è vita oltre i Dying Fetus”

Burning Witches- Burning Witches


Un gruppo al femminile che suona Heavy-Classico? Mio! Questo ho pensato dopo aver letto l’annuncio
sulla bacheca Facebook di Schmier dei Destruction, il quale lanciava il gruppo con entusiasmo e parole convinte di apprezzamento. Ascoltai il primo pezzo proposto, non era affatto male e attesi con la giusta dose di curiosità la pubblicazione dell’esordio delle cinque ragazze svizzere. Ed eccoci qui, tutto come da programma. Un disco più classico che più classico non si potrebbe, con tanto di titoli tipo “Metal Demons” a farci capire cosa troveremo dentro questo primo lavoro. La miscela non è affatto nulla di nuovo, ma è solida e convince per l’energia e la trascinante potenza che riverbera lungo l’arco del disco. Sulle prima sembra quasi di ascoltare dei Warlock più incazzati, con la cantante che con le dovute proporzioni ricorda l’immortale Doro Pesch con i suoi vocalizzi potenti e una voce mai troppo alta. Il Metallo che si ascolta in questo disco è figlio degli stilemi più classici che possiate immaginare, con spruzzate di Thrash gradevolissime e poco insistite, però non si avverte quella “puzza di plagio chiamata citazione perchè fa figo”. Durante l’ascolto ci si gode l’impatto e la bella prestazione del gruppo senza stare a pensare troppo a cosa somiglia questo o quel riff, quel ritornello così efficace. Anche perchè oltre alle vacue somiglianze con la Doro dei tempi d’oro (risate registrate), non avrete tanta voglia di fare le pulci ad un insieme di canzoni che funziona e coinvolge. Già nei primi tre pezzi si intuisce la capacità delle ragazzuole di mazzolare senza mettere un mattone sull’acceleratore, di costruire canzoni e non insiemi di cose già sentite, sebbene mi ripeto, ci si muova in un contesto totalmente familiare per i metallari più stagionati come il sottoscritto

 

Non sono i Kobra and the Lotus che questa fase l’hanno vissuta ed ampiamente superata, perseguendo una rischiosa ricerca nella scrittura, questo è un esordio e partendo così bene mi aspetto che riescano a proseguire e ad evolversi con convinzione verso una strada più personale. Sempre se nel malfermo panorama odierno non saranno costrette a squagliarsi come un gelato al sole. Mi ci son divertito assai ad ascoltarlo e cosa preziosissima, non ci sono ballad strappagonadi (esclusa “Save Me” che proprio ballad non è), non c’è nessun pianoforte o chissà quali pretese. Qui si pesta e si fa con il giusto dosaggio di viulenza e melodia.

Tracklist:

01 Black Widow
02 Burning Witches
03 Bloody Rose
04 Dark Companion
05 Metal Demons
06 Save Me
07 Creatures Of The Night
08 We Eat Your Children
09 Creator Of Hell
10 The Deathlist
11 Jawbreaker (cover) (ma dai?)

 

Voto:

L’assaggio del disco: “Creator of Hell”

Più brave che bellissime

Kobra and the Lotus- Prevail I


I Kobra and the Lotus tornano dopo il caparbio e delizioso “High Priestess” del 2014, una bella botta di Heavy classico con forti venature di Power ameregano altamente esplosivo. Il loro sound è sempre stato una commistione del miglior Metal che certo fa il suo dovere, però non lascia troppo margine al gruppo nell’imporre un proprio stile peculiare. Un forte elemento distintivo risiede senz’altro nella potente e meravigliosa vociona della cantante Kobra Paige (non è un nome d’arte, si chiama proprio così a quanto pare), una valchiria che spiana tutto con la sua voce potente e duttile.

Mi sarei aspettato quindi un disco che riprendesse il discorso in maniera pedissequa, migliorando qualcosina qua e là e non solo sono stato smentito, quanto felicemente sorpreso. Sì perchè “Prevail I” è una ventata di freschezza in casa Kobra (il nome perfetto per una sitcom vero?), una parziale revisione di una formula che avrebbe stancato presto. Il loro Metallo si è riempito di molte più aperture melodiche e infatuazioni Hard Rock, con dei ritornelli strappa-orecchie davvero efficaci ed intensi, senza rinunciare alla potenza che una sana sgommata sorretta dalla doppia cassa sa regalare. Hanno preso una strada che in molti non hanno capito, bollando subito il disco come una delusione, solo perchè lo hanno trovato diverso da quello che si aspettavano. E vi dirò, sulle prime sono rimasto basito anche io, pensavo che avessero completamente sbagliato tutto. Troppo melodico, troppi pochi schiaffi. Era solo la prima impressione, qualche ascolto in più mi ha permesso di carpire il potenziale di questi pezzi, cominciare ad apprezzarli come meritano. Il loro modo di scrivere è cambiato, hanno capito che non si vive solo di anni 80, soprattutto di questi tempi in cui tutti continuano a guardarsi indietro.

La loro energia si riversa in un songwriting che non disdegna qualche lirica dal sapore Pop, come in “You don’t Know” un pezzo davvero esplicativo in tal senso, dove la voce di Miss Paige si mostra in tutta la sua versatilità, ora ammaliante ora graffiante. Piacevoli anche i richiami ad un Metallo moderno e spietato, “Hell on Earth” è una badilata sul setto nasale non indifferente, quindi non pensate ad un sound orrendo come gli Amaranthe più plasticosi. Il Metallo è sempre là, ma meglio gestito e dosato all’interno di un disco che non è il classico mattone nostalgico che avete comprato centomila volte. La qualità dei pezzi è davvero superba e brilla per varietà lungo la durata del disco, tra l’altro finalmente con una copertina che si può guardare senza sghignazzare.

I KATL hanno avuto il coraggio di provare a superare se stessi, riuscendoci in maniera cristallina.

Tracklist:

01. Gotham
02. TriggerPulse
03. You Don’t Know
04. Specimen X (Mortal Chamber)
05. Light Me Up
06. Manifest Destiny
07. Victim
08. Check The Phyrg
09. Hell On Earth
10. Prevail

Voto:

 

 

 

 

L’assaggio del disco: “You don’t know me”

Se lei è Kobra loro sono i “The Lotus”? 

Dimmu Borgir- Forces of the Northern Night (CD)


Sono trascorsi sette anni dall’ultimo disco di inediti dei Dimmu Borgir, quel “Abrahadabra” che aveva deluso nonostante qualche guizzo. I brani presentati su quel disco non rendevano giustizia alle qualità dei Norvegesi, oscurando il futuro del gruppo che all’epoca aveva una line up rimaneggiata di tre soli elementi e completata da turnisti. A dire il vero è così anche oggi, ma la sensazione che restituisce l’ascolto di questo live è molto diversa da quella di allora. Un live di solito è un appuntamento buono per riempire i vuoti nella pubblicazione di inediti oppure un modo per suggellare un evento particolarmente importante, non è detto che questo venga reso al meglio con un disco fondamentale anche per i non completisti. I Dimmu Borgir suonarono un paio di concerti (uno ad Oslo nel 2011 ed uno a Wacken nel 2012) con la “The Norwegian Radio Orchestra” e il coro “Schola Cantorum”, i quali avevano prestato i loro servigi anche sul vituperato “Abrahadabra”, pensano bene quindi di mettere su disco queste due serate speciali, cogliendo con una mossa le due necessità elencate poco sopra. Il risultato è al limite dell’incredibile: l’apporto del coro e dell’orchestra dona una marcia in più assurda al suono del gruppo, pompandolo all’inverosimile e corroborando anche i pezzi migliori di “Abrahadabra” riproposti nella scaletta. Il risultato è un maelstrom sonoro che coinvolge, scuote e stupisce l’ascoltatore, dimostrando che quando vuoi creare qualcosa di sinfonico ed orchestrale hai bisogno di un’orchestra vera, altro che tastierine e campionatori. Troppo spesso nel Metal e nel Rock abbiamo visto obbrobri senza fine, un’orchestra fuori contesto mescolata a forza con canzoni che non c’entravano un beneamato con la musica classica (qualcuno ricorda “S&M”?); il Black dei Dimmu ha sempre avuto una forte predisposizione verso la musica classica ma questa vicinanza da sola non sarebbe bastata a priori per garantire la riuscita di un concerto e di un disco dal vivo. Di solito l’uso di strumenti classici fagocita e si sovrappone alla base “elettrica” dei pezzi diluendone l’impatto, o nei casi peggiori, mescolandosi senza costrutto a trame pensate in maniera molto più semplice rispetto ad un arrangiamento per orchestra. Vale la pena ricordare che una canzone non potrà mai essere complessa come una composizione orchestrale, avere quel respiro e la necessità di far suonare almeno venticinque persone tutte insieme in maniera coerente. “Forces…” esce da questo confronto impari assolutamente vincitore, consegnandoci davvero un disco che trasmette la sensazione dell’evento. Sia l’orchestra che il coro sono elementi fondamentali e non accessori, danno corpo e forma a quelle che sembravano trame musicali appena abbozzate, ne ampliano l’epicità e persino la cattiveria oscura dei pezzi più datati dei Dimmu. “Mourning Palace” è qualcosa di incredibile tanto per farvi un esempio. Si gonfia, fa la voce grossa e vi mette all’angolo con quei violini in apertura, accompagnati alle tastiere che conosciamo bene, l’esplosiva partenza e il violento incedere del pezzo sembrano una bestia tutta nuova e ancora più temibile.

Personalmente lo reputo un ascolto obbligato, o la visione del DVD se vi piace di più guardare mentre ascoltate, un esempio chiaro e lampante di come si arrangia e fanno convivere due anime musicali distanti che in precedenza si erano soltanto sfiorate. Un corpus di maligna epica pronta ad oscurare tutto quello che pensavate di sapere sui Dimmu Borgir.

Tracklist:

 

CD 1
1. Xibir (orchestra)
2. Born Treacherous
3. Gateways
4. Dimmu Borgir (orchestra)
5. Dimmu Borgir
6. Chess With The Abyss
7. Ritualist
8. A Jewel Traced Through Coal
9. Eradication Instincts Defined (orchestra)

CD 2
1. Vredesbyrd
2. Progenies Of The Great Apocalypse
3. The Serpentine Offering
4. Fear And Wonder (orchestra)
5. Kings Of The Carnival Creation
6. Puritania
7. Mourning Palace
8. Perfection Or Vanity (orchestra)

Voto:

L’assaggio del disco: la sopracitata “Mourning Palace”

 

Negli anni a Silenoz sono caduti i capelli sul mento