Megadeth – The Sick, The Dying…And the Dead!


“Un nuovo disco dei Megadeth, un nuovo capitolo della SANTISSIMA vita di Padre Mustaine, l’unico adorato come santo e profeta da vivo, dopo quello famoso con la barba. Unico, inimitabile…non può fare dei dischi brutti, ma nemmeno mediocri.”

Questo dice la liturgia, se poi uno si mette gli occhiali da CICAP ci vede anche altro dietro questo favoloso muro di Thrash Mustainiano come non mai.

Tre le otto encicliche rilasciate negli anni duemila dal Fulvo Salvatore quante realmente hanno avuto un impatto duraturo e salvifico per la Fede? Due, ad essere analitici e sinceri, scevri dall’occhio del fedele che si inginocchia sulle corde usate dal Nostro. E a parte il tonfo veramente inaccettabile di “Super Collider”, il resto è Metallo dignitoso che ha permesso alla MegaChurch di prosperare e di portare la Parola sui palchi di tutto il mondo. Dopo numerosi, numerosi e tormentati ascolti, sono arrivato a scindere il velo della Fede dalla realtà dei fatti. Questa ultima opera si colloca a metà fra il dignitoso ed il superbo, toccando momenti di autoplagio che francamente si fatica a credere possano essere stati dettati dal Divino in persona al Santo Padre. L’attacco di “Soldier On!”, oltre a ricordare pericolosamente il tema di “Pasta e fasule song“, ha una struttura su cui abbiamo pregato numerosissime volte, per poi trasformarsi e contorcersi in qualcosa di più personale e di valore. Qui secondo me si trova il nucleo di questo lavoro, la mescolanza tra sublime e già sentito, tra voglia di stupire e quella di rincuorare. “Dystopia” lo avevo trovato più fresco, pur mantenendo quella sacralità immanente, doverosa per ogni religione monoteista. Il titolo leoniano e la copertina “Bloodborniana” sono una piacevole cornice ad un discorso che ci piace, ci appassiona, ma che spesso abbiamo già ascoltato. E va bene così, Padre Mustaine ha già dato il suo contributo al Metallo, il lascito immortale su cui altri si sono arrampicati spesso cadendo rovinosamente. Ce lo godiamo finchè dura, in questo mondo che mangia e consuma velocemente ogni cosa. Hallelujah!

Voto:

L’assaggio del disco, la title track.

Padre Mustaine con gli apostoli attuali, e che apostoli!

p.s. forse non l’ho mai specificato, anzi forse è anche inutile ma la poetica ed il personaggio di Padre Mustaine appartengono al sempre mai troppo lodato Luca Signorelli. E come ulteriore forma di piaggeria plateale, vi dico anche che ha avuto un importante influenza sulla riapertura di R.A.M.

Machine Head – Of Kingdom and Crown


Non dimenticherò mai la definizione di “Sorriso in una carneficina” che Signorelli appioppò ad un brano del macigno “The More Things Change”, un disco favoloso che bissava e per certi versi superava il precedente, l’esordio della band “Burn my Eyes”, un lavoro clamoroso che li portò addirittura ad essere scelti dagli Slayer per il tour di supporto del loro “Divine Intervention”. Dopo tale accoppiata di disconi arrivò lo spiazzante “The Burning Red”, seguito a ruota dal terrificante “Supercharger”, di cui ricordo solo i capelli improbabili di Flynn. Due sbandate clamorose e come di consueto il ritorno con le orecchie basse ad una formula più assimilabile e senz’altro di maggior qualità. Stavolta la deviazione dal sentiero battuto c’entrava poco con lo sperimentalismo, non stiamo parlando dei Kreator per capirci, quanto di saltare su un carro che cominciava già pericolosamente a cigolare.

Oggi dopo aver rivoluzionato per l’ennesima volta la line up, con inserti per me da leccarsi i baffi come quello di Vogg dei Decapitated, Flynn prova a scuotere un po’ la formula che aveva canonizzato con album superbi come “Unto the Locust”, il thrashone moderno con ricche sgommate melodiche, concedendo più spazio a brani melodici e ritmati, dalle linee vocali pulite che lambiscono ruffianamente le nostre orecchie e qualche chitarrina dissonante qua e là. Non è un disastro come pontificato in giro, è un disco che si lascia ascoltare, piuttosto banale nelle linee melodiche e incerto nello svolgimento. Eppure l’ho ascoltato un numero di volte maggiore di quanto mi sarei aspettato, considerando che il disco uscito prima di questo manco ricordo che copertina abbia. Lontani dall’eccellenza, non troppo vicini alla modestia assoluta. Aurea mediocritas?

Voto:

e qualcosa!

L’assaggio del disco: “Choke on the ashes of your Hate”

“Oh sulla giacca però non poi dì gnente…lo sai chi ce l’aveva l’altra sera in televisione?”

The Halo Effect – Days of the Lost


Un progetto del genere viene definito “supergruppo”, un appellativo quanto mai pleonastico in una realtà come quella scandinava, dove tutti hanno suonato con tutti. A maggior ragione i The Halo Effect, dove ogni membro è almeno un ex degli In Flames. Se poi con supergruppo vogliamo intendere gente di un certo spessore che ha già i cazzi propri ben avviati, ma si vuole divertire con gli amici, allora niente da dire. Un parametro che va incluso nella valutazione di questo disco, autentico riassuntone della scena Melo-Death degli ultimi trent’anni raccontato dalla viva voce dei protagonisti e di Stanne, autentico mattatore indiscusso dell’album. A corroborare questa mia visione arrivano i primi due pezzi, uno figlio dei Dark Tranquillity dei primi duemila (“Damage Done” “Character” per capirci), il secondo degli In Flames dell’era “Whoracle” e dintorni. Si ha quel retrogusto nostalgico, quasi pedagogico nel mostrare come si suonava in quegli anni il Metal nell’estremo nord Europa. Il livello è superbo, l’album culla l’ascoltatore tra le rassicuranti braccia di un sound immortale, a volte spremuto in maniera eccessiva da chi è arrivato dopo, proposto da musicisti di talento e mestiere da vendere. Stanne non solo ci crede, ammalia. Stromblad è la solita macina di riff, oltre a spararti quegli assoloni melodici che ti fanno venire voglia di mangiare la chitarra dalla gioia. Insomma, niente di nuovo come era normale aspettarsi, eppure c’è più di un motivo valido per lasciarsi avvolgere da questa decina di brani, la noia aleggia altrove.

Voto:

L’assaggio del disco: “Shadowminds”

Death Melodico alla Svedese? Stanne certo. (brrr…)

Arch Enemy – Deceivers


Anni fa al tempo della recensione di “War Eternal, avevo sperato che nei dischi successivi, dopo l’ovvio adattamento al gruppo, alla “blu-crinita” Alissa White-Glutz sarebbe stato concesso uno spazio maggiore per poter fruire dello spettro completo delle sue capacità vocali. Arrivò lo slavato “Will to Power” a farmi un bel gesto dell’ombrello. Oggi tocca a “Deceivers” prendermi bellamente per il fondo dei pantaloni, partendo con un pezzo in cui finalmente torno ad ascoltare la voce pulita di Alissa. Salvo poi tornare in magazzino per tutto l’arco del disco. Problema mio, certo. Ai fan va benissimo, gli Arch Enemy rientrano, seppure in misura leggermente minore, nel discorso fatto per gli Amon Amarth: sound che vince non si cambia. Qui c’è in più un’altra coltellata però. Quel Jeff Loomis ormai in pianta stabile nel gruppo: non posso proprio concepire di sentirlo così castrato e irreggimentato in un sistema che esisteva prima di lui. Amott da padre padrone mai concederebbe al biondo americano di deviare dagli assoli simil-maideniani-post-Carcass. Quella genialità nei riff, nelle soluzioni sonore e compositive, quella tecnica…ricordi che oggi quasi fanno male. Se ripenso ai Nevermore infatti, mi esplode il cuore di tristezza, di amore e di rabbia. Capisco Loomis, con il panorama attuale è difficile rifiutare un posto al sole. Il problema è Amott, a ‘sto punto assumi Lewis Hamilton per portare il camion in tour o Iginio Massari per portarti il gelato.

Fisime personali a parte, il disco si rivela molto meglio del precedente. Non sposta di un metro l’idea che avete del gruppo, non ci prova neanche. I pezzi però sono dinamici, coinvolgenti e ricchi di energia. Non per ribadire, ma il primo pezzo “Handshake with the Devil” con il ritornello bello pulito è il più riuscito e piazzarlo in apertura rende il resto del disco più ordinario di quanto sia in realtà.

Voto:

L’assaggio (ingannatore) del disco, la sopracitata “Handshake with the Devil”.

“Ali’ me dai il numero de Matteo Garrone, c’ho la comunione de mi’nipote me serve uno che ripiglia”