Exodus- Blood In Blood Out


408800La storia recente degli Exodus è stata caratterizzata da album lunghissimi, durissimi e non proprio riuscitissimi. Il problema sembrava imputabile alla voce non all’altezza di Rob Dukes, ma quando nel corso degli anni in formazione con il gruppo ha migliorato e di parecchio le sue performance, rimaneva quel senso di incompletezza tipico degli album carini ma poco più. I problemi non era il solo Dukes, in realtà l’afflizione maggiore per gli album del dopo Zetro era l’eccessiva lunghezza dei pezzi, la durezza di un suono piatto come i pattern che Tom Hunting buttava giù in quelle interminabili maratone. E ora che a Dukes è stata inoculata la “cura Ripper” è tutto risolto? Ah non sapete cosa sia la “cura Ripper”? Ma ve la spiego io in due righe: dunque, dicesi “cura Ripper” la sostituzione di un cantante con quello che aveva sostituito, si licenzia su due piedi chi aveva portato avanti la baracca tra insulti, applausi e scetticismo costante per riportare a casa l’affidabile e sicura voce di un tempo.

Dukes ha fatto posto a Zetro, uscito qualche anno fa tra le schioppettate esplose tra lui e gli Exodus e ora di nuovo dietro quel microfono al suono di “Scurdammoc’ o passat’, simme da Bay Area Paisàààà!”, una pratica che ormai non fa più notizia, soprattutto se chi rientra è mille volte meglio del suo sostituto.

Tornando al quesito posto qui sopra, è tornato tutto al suo posto con il rientro di Zetro? Ad ascoltare l’album sembra che il gruppo abbia capito cosa ci voleva davvero per fare un disco come si deve: ritornare a pestare Thrash tradizionale, cercando più varietà nel songwriting. Non so se sia l’effetto nostalgia della voce, ma le canzoni hanno molto, ma molto, più mordente dei serpentoni pesantissimi propinati sui due dischi precedenPentacle_top albumti, eppure viaggiano quasi tutte tra i cinque-sei minuti di durata. Sono tirate, tradizionali e suonano Exodus al 100%, con Holt che si scorda di essere ormai membro permanente degli Slayer per fare quello che fa da una vita: bei riffoni Thrash con assoli fischianti. Zetro ringhia come sempre, ma a differenza dei barbosi dischi manieristi degli Hatriot, qui ha una band che lo aiuta a costruire pezzi dinamici e cazzuti, dove può sfogarsi a dovere. Persino Hunting suona finalmente pattern leggermente diversi tra loro, non sarà diventato Lombardo, ma se non altro non sembra una drum machine.

La soluzione per gli Exodus era dunque semplice, tornare al passato e concentrarsi solo sullo scrivere bei pezzi senza cercare di trasformarsi in qualcos’altro. Il bello è che ci sono riusciti, nonostante non me l’aspettassi neanche un po’…

Tracklist:

01: Black 13
02: Blood In, Blood Out
03: Collateral Damage
04: Salt The Wound
05: Body Harvest
06: BTK
07: Wrapped In The Arms Of Rage
08: My Last Nerve
09: Numb
10: Honor Killings
11: Food For The Worms

Voto:

3stellee mezzo!

L’assaggio del disco:la title track

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“Siamo contenti di essere tornati inZetro”

Intervista ai Gory Blister!


04. Gory Blister - Promo PicE’ di nuovo il tempo di ospitare un’intervista qui su R.A.M., oggi è il turno dei Gory Blister. Il drummer e membro fondatore della band Joe LaViola si è prodigato nel rispondere alle domande, approfitto per ringraziare lui, la band ed il management per la cortesia e la disponibilità. Si parla del passato della band, del loro ultimo disco (che trovate recensito QUI) e di come sia cambiato il Metallo da quando si sono formati ad oggi.

Ora via, a leggere le esaurienti risposte di Joe!

 

RAM: La solita domanda con la quale si aprono di solito le interviste è “avete voglia di presentare un po’ la band?”. Siccome i Gory Blister sono in giro da molti anni, ho più voglia di chiedervi: ma com’era suonare Death Metal nei primi anni 90 in Italia?
Joe: Anche se il nostro primo demotape è del 1991, sia io che Raff già suonavamo, o cercavamo di farlo, death metal. All’inizio era tutto in divenire ed il metal in generale, ma soprattutto quello più estremo, era davvero qualcosa al limite dell’ascoltabile. Ricordo ancora le recensioni dell’epoca di albums come Leprocy (Death) o Carcass (Symphonies of sickness)… stroncature definitive! Poi sappiamo com’è andata. Ci voleva motivazione ed incoscienza per crederci. Nella più rosea delle ipotesi, considerando una realtà come la Taranto anni 80, suonare metal equivaleva ad essere drogati ed adoratori di Satana. Il solo fatto che siamo ancora in pista e con 5 album e mezzo all’attivo è una vittoria su tutta la linea. Certo non tutto è andato sempre come doveva, come per gli innumerevoli cambi di line-up, o la storia con la Noise Records. Quando firmammo con la storica etichetta tedesca che aveva lanciato Kreator, Celtic Frost, Voivod e tanti altri, pensavamo che forse eravamo saliti sul treno giusto, anche se era l’ultimo, preso in corsa. Purtroppo non è stato così, ma tant’è. Di lì a poco la Sanctuary comprò la Noise e scartò moltissime bands, soprattutto le ultime arrivate. In parte la Germania ci ha restituito qualcosa, quando Rock Hard ci ha scelti fra le migliori unsigned bands nel 2001 e ciò ci diede nuova spinta. Trovammo il modo di pubblicare Art Bleeds, che era già pronto da 2 anni, attraverso la Sekhmet records (Fra) e questo ci ha portato successivamente a firmare con l’ottima Mascot Records (Olanda). Quello che non finiremo mai di pagare sono gli anni di ritardo accumulatisi fra trasferimento di armi e bagagli da Taranto a Milano ed il limbo creatosi con lo scioglimento della Noise rec. Forse, uscendo con qualche anno di anticipo, “Art Bleeds” avrebbe potuto riscuotere molto più successo. Insomma, una volta a Milano e con “Art Bleeds” stampato siamo riusciti ad intravedere una strada da percorrere seriamente. La Mascot Records ci propose un contratto per due album (“Skymorphosis”, 2006 e “Graveyard of Angels.”, 2009), ma dopo un certo entusiasmo iniziale, la cosa si arenò e la label olandese decise di seguire solo progetti blues rock. Successivamente siamo approdati in Bakerteam, nostra prima label italiana, con la quale abbiamo pubblicato “Earth-Sick”, concept arricchito dalla presenza alla voce su due tracks del mitico Karl Sanders dei Nile! Infine, altro giro altro regalo, firmiamo con la Sliptrick, etichetta indipendente americana con uffici in Italia e Svezia. Così, la quinta furia vede la luce, “The Fifth Fury”, secondo noi, l’album della consacrazione al death metal! In questo disco ci abbiamo messo tutta la nostra esperienza, diluendo parzialmente gli spunti tecnici per puntare dritto al cranio dell’ascoltatore. In conclusione però, devo dire la musica estrema ha ormai archiviato l’incoscienza degli inizi e certi dischi non potranno più uscire.
RAM: Con il passare degli anni sempre più gruppi italiani hanno dimostrato le loro capacità anche al di fuori del nostro paese e la scena è cresciuta. Onestamente, nonostante il gran numero di gruppi si può parlare di una vera scena?
Joe: in generale credo che sia un discorso datato in sé, come quello di inquadrare un disco in un genere piuttosto che in un altro. Oggi la scena è “online” ed i confini geografici non esistono. Esistono migliaia di bands che più o meno decentemente propongono la loro musica. La libertà di farlo è ormai assoluta, ma ci siamo persi per strada l’identità musicale. Le bands italiane sono sempre state di alto livello, comunque competitive, ma non sono mai state prese sul serio prima di tutto dai promoters nostrani, che invece hanno ritenuto più opportuno valorizzare chiunque arrivasse dal nord Europa. Ormai è inutile piangere sul latte versato, noi facciamo del nostro meglio per proporre del sano ed originale death metal alla Gory Blister, poi potrà piacere o no, ma chi acquista una copia di un nostro album, ci fa sempre i complimenti.
RAM: Parliamo della vostra ultima fatica “The Fifth Fury”, un disco molto riuscito che ho molto apprezzato. E’ un lavoro tecnico e d’impatto, come avete ottenuto il giusto equilibrio tra la tecnica e scrivere una canzone che non sia una serie di assoli?
Joe: Per ogni nostro album ci impegnamo a non ripetere quanto abbiamo gia’ fatto in precedenza, cercando di introdurre degli elementi di novita’ negli arrangiamenti e nel suono che contraddistinguano il nuovo album dai precedenti, senza snaturare la personalita’ della band, e senza uscire dai confini del Detah Metal tecnico. Quando iniziamo a scrivere i primi riffs di un nuovo album ci chiediamo cosa vogliamo da questo album. L’aspetto tecnico per noi è una certezza, di cui a volte abbiamo abusato in passato, mentre era dal punto di vista del mood dell’album che potevamo osare qualcosa. “The Fifth Fury” e’ pertanto la quinta evoluzione del nostro stile, per il quale abbiamo scelto un sound piu’ scuro e un riffing piu’ groovy con delle melodie dalle atmosfere sofferenti ed un cantato piu’ diretto; il fine ultimo era ottenere un album dal sound “In Your Face” ma nel contempo tecnico quanto basta, e dalle atmosfere riconoscibili. Speriamo di esserci riusciti.

03. Gory Blister - Artwork

RAM: Il titolo dell’album si può tradurre la “Quinta Furia”. Il riferimento è alla vostra quinta prova in studio o ci sono anche altre sfumature?
Joe: Come ho accennato all’inizio, in pochi avrebbero scommesso che partendo da Taranto avremmo pubblicato 5 album di livello internazionale e che saremmo stati ancora in attività vent’anni dopo. Volevamo un po’ celebrare questo evento. In effetti c’è poi il riferimento mitologico, nella misura in cui le Furie sarebbero dei personaggi in grado di ristabilire una sorta di giustizia divina “post-mortem”, per cui viene punito colui che ha avuto fortune immeritate, ma ricompensato colui che non ha ottenuto in vita quello che spettava. Ci vuoi vedere un qualche riferimento alla nostra carriera? Libero di farlo.

RAM:Una domanda che mi piace sempre molto fare in sede di intervista: qual è stata la canzone che vi ha messo più in difficoltà per portarla a termine? E quella che preferite del disco?
Joe: Ti dico subito “The Grey Machinery”; in realtà era una delle prime su cui cominciammo a lavorare, ma ben presto entrammo in un vicolo cieco e la accantonammo. Ci siamo ritornati più volte, ha cambiato titolo, è stata stravolta, recuperata, ma alla fine non siamo riusciti a togliercela di dosso! Sulla seconda questione ti posso rispondere a titolo personale. “Thresholds” è una canzone fantastica e si basa su un testo con riferimenti esoterici che ho dedicato a due amici che ho perso nel giro di una settimana in un maledetto gennaio (2013). Si tratta di Claudio Leo e Mauro Caporale. Claudio è stato fra le primissime persone che conobbi quando ci trasferimmo a Milano, mentre Mauro era un mio caro amico di Taranto. Lottava per fare il regista cinematografico, poi venne la depressione…

RAM: Come mai avete scelto di chiuder l’album in modo così particolare? Cosa rappresenta per voi l’inquietante “Heretic Infected”?
Joe: Un esperimento, come gli altri presenti sui precedenti album. Raff ha riarrangiato per orchestra “H.I.V.” da “Earth-Sick”. Ci sembrava l’ideale meditazione finale dopo il passaggio della quinta furia.

RAM: Nel disco alcuni passaggi mi hanno ricordato gli immortali Death di Chuck Schuldiner, in altre i Carcass. Voi che ne dite, sono una fonte d’ispirazione obbligata per chi suona un certo tipo di Metallo?
Joe: Di obbligato non ci deve essere nulla. Noi quei musicisti li abbiamo nel DNA, per cui è un’ispirazione spontanea.

RAM: A proposito di Carcass avete ascoltato il loro ultimo album? Vi è piaciuto?
Joe: Stupendo dal punto di vista tecnico, ma ascoltandolo più volte ti rendi conto che non aggiunge molto a quanto già detto dalla band. Tutto sommato però, è stato un graditissimo ritorno.

RAM: Vi piace il panorama Death Metal odierno? E come mai?
Joe: Purtroppo il metal moderno ha perso quella forza dirompente che rompeva ed allo stesso tempo spingeva più in là i confini della musica. Per una buona decina d’anni il metal andava contro il mercato mainstream. Oggi, il metal è mainstream. Tuttavia ci sono alcune bands che riescono a proporre il loro genere in totale autonomia stilistica e questo è un aspetto da salvare. I gruppi storici non possono fare altro che restare fedeli a se stessi, tanto ci sono le nuove generazioni di ragazzi che non conoscono i loro primi albums. Prendi gli At The Gates, per esempio. Il nuovo disco non è male, ma è ovvio che dal mio punto di vista non suona certo emozionante. Alcune songs sono ispirate, ma altre cercano di recuperare un’anima che il metal svedese ha perso da qualche anno (vedi Opeth). Insomma, il dilemma fra ripetersi all’infinito oppure snaturare la propria identità resta insoluto ed i risultati dipendono troppo dall’empatia del momento. Occorrerebbe recuperare quell’istinto sovversivo delle origini.

RAM: Per chiudere l’intervista, un giochino stronzo. Potreste descrivere con un singolo aggettivo ogni disco della vostra carriera? Se ne avete voglia potete anche motivare il perché avete scelto quel particolare aggettivo.

Art Bleeds – “primordiale “

"Era la prima volta che entravamo in uno studio davvero professionale ed abbiamo affrontato tutte le problematiche sul momento. Il risultato è stato un disco istintivo e sorprendente prima di tutto per noi. Inoltre avevamo mandato via il cantante (Dome) 3 settimane prima delle sessioni e Daniel ha contribuito quasi a nostra insaputa a dare al disco quell’influenza DEATH che ha attirato l’ettenzione di molti fans."

“Era la prima volta che entravamo in uno studio davvero professionale ed abbiamo affrontato tutte le problematiche sul momento. Il risultato è stato un disco istintivo e sorprendente prima di tutto per noi. Inoltre avevamo mandato via il cantante (Dome) 3 settimane prima delle sessioni e Daniel ha contribuito quasi a nostra insaputa a dare al disco quell’influenza “DEATH” che ha attirato l’ettenzione di molti fans.”

Skymorphosis – “apocalittico” 

stavolta siamo entrati "In studio memori delle precedenti esperienze. Così, abbiamo pensato, sbagliando, di poterci permettere di tutto. 14 tracce, un intro sinfonico, una piccola strumentale, una cover dei Death, un cantato sforzato… certo, alcuni brani come Black Canvas o Soul-slitters sono dei veri miracoli, ma la maturità era ancora là da venire."

“Stavolta siamo entrati in studio memori delle precedenti esperienze. Così, abbiamo pensato, sbagliando, di poterci permettere di tutto. 14 tracce, un intro sinfonico, una piccola strumentale, una cover dei Death, un cantato sforzato… certo, alcuni brani come Black Canvas o Soul-slitters sono dei veri miracoli, ma la maturità era ancora là da venire.”

Graveyard of Angels – “luminoso” 

"Il primo dei nostri album più ragionati. Un viaggio dal buio alla luce."

“Il primo dei nostri album più ragionati. Un viaggio dal buio alla luce.”

-Earth-Sick – “infetto” 

"In questo album abbiamo cercato delle contaminazioni, inserendo tastiere e melodie in modo da rendere il nostro death metal ancora più riconoscibile. Le soluzioni non sono sempre fluide, l’ascoltatore converrà che ogni canzone ha la sua identità. E poi, c’è Karl Sanders che canta due pezzi!"

“In questo album abbiamo cercato delle contaminazioni, inserendo tastiere e melodie in modo da rendere il nostro death metal ancora più riconoscibile. Le soluzioni non sono sempre fluide, l’ascoltatore converrà che ogni canzone ha la sua identità. E poi, c’è Karl Sanders che canta due pezzi!”

The Fifth Fury – “furioso” 

"Il giusto mix che raccoglie tutta la nostra esperienza e la nostra rabbia. "

“Il giusto mix che raccoglie tutta la nostra esperienza e la nostra rabbia. “

RAM: Vi andrebbe di salutare i lettori di R.A.M. per chiudere l’intervista?
Joe: un grazie di metallo rovente a tutti voi, lettori, ascoltatori, redattori. Supportate le vostre bands preferite e comprate almeno una copia fisica di un album o una t-shirt. Speriamo di vederci in occasione di una nostra esibizione live.

 

 

Dieci Batteristi Inumani(i classici)


Drums22Due anni fa pubblicavo la classifica dei Dieci batteristi inumani moderni che preferisco e dopo questo “piccolissimo” lasso di tempo arriva la promessa seconda parte della classifica, quella dedicata ai batteristi classici. Premessa: mancano Lombardo, Hoglan e qualche altro nome che qualcuno ritiene giustamente “classico”, ma li ho inseriti nella classifica relativa ai moderni perchè hanno sempre rinnovato ed approfondito il loro stile, suonando sempre in maniera nuova il loro strumento.

Fatto chiaro il punto, via con la classifica rigorosamente in ordine crescente.

10.Clive Burr

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Il povero Clive Burr, scomparso a marzo del 2013 dopo una lunga lotta contro la sclerosi multipla rimane un’icona del classico Metal drumming. Il suo stile fisico e per nulla scontato, segnò le performance ed i pezzi dei primi Maiden in maniera indelebile.

9.Nicko McBrain

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Incredibile dal punto di vista tecnico, particolare l’uso del pedale della cassa, suonato a velocità che richiederebbero il doppio pedale. Era solito dire che suonare col doppio pedale era come barare per un batterista. Con l’avanzare dell’età avrà pensato che forse qualche mano truccata se la poteva concedere, ma a quanto pare ormai è abituato a far senza. Si distingue per la sua ironia e la capacità di prendersi poco sul serio.

8.Gar Samuelson

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Batterista nei primi Megadeth, indimenticabile il suo contributo su “Peace Sells…”, sapeva stupire con passaggi inconsueti per il genere, grazie ad un bagaglio jazz che svilupperà fino alla sua morte prematura nel 1999.

7.Cozy Powell

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Batterista solidissimo e dall’ampio bagaglio tecnico, particolarmente conosciuto per aver militato nei Rainbow di Blackmore, nei Whitesnake, nei Black Sabbath e mille altre collaborazioni con musicisti di un certo spessore. Il suo drumming ha influenzato moltissimi batteristi in erba, purtroppo è venuto a mancare troppo presto, a causa di un incidente stradale, una passione quella per i motori che ha segnato per sempre questo grande musicista.

6.Pete Sandoval

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Pete “Commando” Sandoval rivoluzionò il modo di suonare Metal Estremo, aggiungendo una precisione implacabile al forsennato blast beat, che spesso veniva “buttato in caciara” negli anni addietro. Prima nei Terrorizer e poi nei Morbid Angel, Pete ha regalato pattern micidiali ed indimenticabili, uno di quei batteristi estremi che puoi riconoscere mentre suona.

5.Mikkey Dee

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Mikkey Dee si fa conoscere con il suo contributo sui dischi solisti di King Diamond, dove sfodera una buonissima tecnica e uno stile che muterà dopo il suo ingresso nei Motörhead. Intenso sia con i classici ritmi rock ‘n roll che nelle durissime cavalcate in doppia cassa, su tutte lo stupefacente pattern di “Sacrifice”.

4.Charlie Benante

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Il suo stile dinamico e ritmato ha reso celebri i pezzi degli Anthrax, dove sfoggia anche un uso capace del blast beat, in tempi non sospetti. Mr. Benante si è ritagliato uno spazio importante che lo ha elevato e distinto dai colleghi dell’epoca d’oro del Thrash.

3.Phil “Philty Animal” Taylor

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Selvaggio ed indomabile, ha aperto un mondo con un solo pezzo: “Overkill”. La doppia cassa continua, il selvaggio e veloce drumming sono elementi che lo hanno aiutato a sopperire ad una tecnica non altissima, ma assolutamente personale e riconoscibile.

2John Bonham

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Estro, tecnica ed aggressività furono la sua arma migliore. Pionere assoluto nell’approccio duro allo strumento, cambiò per sempre il ruolo del batterista all’interno della rock band, non più sfondo ma protagonista al pari degli altri musicisti. Un gigante col quale ogni batterista moderno ha dovuto confrontarsi.

1.Bill Ward

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Per capire cosa significhi fantasia, abilità d’improvvisazione e senso del ritmo basta ascoltare “War Pigs”, pezzo simbolo del modo di suonare di Ward. Ogni rullata ha una sua anima, una combinazione di percussioni  inimitabile. Un vero gigante che ha sempre differenziato ogni suo pezzo, mostrando che ci vuole altro che la mera tecnica per emozionare.

E voi? Quali sono i vostri dieci classici imprescindibili? Commentate e fatemi sapere…

Nel caso non abbiate mai ascoltato uno di questi mostri inumani all’opera, vi consiglio (oltre che vergognarvi) di ascoltare:

10.Clive Burr:“Phantom of the Opera”-Iron Maiden
9.Nicko McBrain: “Where Eagles Dare”-Iron Maiden
8.Gar Samuelson:“Peace Sells…but who’s buying?”. Megadeth
7.Cozy Powell:“Kill the King”-Rainbow
6.Pete Sandoval:“Corporation Pull in”- Terrorizer
5.Mikkey Dee:“Sacrifice”-Motörhead
4.Charlie Benante:“Efilnikufesin”-Anthrax
3.Philty Animal:“Overkill-live”-Motörhead
2.John Bonham:“Black Dog”-Led Zeppelin
1.Bill Ward:“War Pigs”-Black Sabbath

Per la classifica con i Dieci Batteristi Inumani (i moderni), basta cliccare QUI.

Sanctuary- The Year the Sun Died


folderI Sanctuary, la reunion più strana ed inaspettata dell’intera scena ha prodotto finalmente il suo primo lavoro, ma prima di condividere con voi cosa ne penso, vediamo un po’ come mai la reunion dei Sanctuary sia qualcosa di assolutamente non ordinario e prevedibile. In pillole, a Seattle una giovane band segue il solco della buona tradizione cittadina, mescolando Power-Thrash arzigogolato a raffinatezze care ai Queensryche, raggiungendo scarsi risultati in termini di vendite, nonostante l’importante sponsor Dave Mustaine a sostenerli(il quale li supportava anche con preghiere dalla famosa Chiesetta nella neve, ma questo lo sanno in pochi). Dopo due album meravigliosi segnati dalla maestosa complessità che non aiuterà la band a ritagliarsi gli ampi spazi che avrebbe meritato, la band si scioglie per via delle tensioni interne tra i membri. Dane e Sheppard che rifiutano di saltare sul carro del vincitore dell’epoca, il Grunge, gli altri che vorrebbero invece provarci e la frattura diventa insanabile. Dane e Shep così si portano dietro il nuovo entrato nei Sancutary Jeff Loomis e fondano una nuova band, chiamata “Nevermore” proprio per ricordare e non rivivere gli infausti eventi nella loro precedente band. I Nevermore conosceranno il successo, raggiungeranno vette di bellezza Metalla da non credersi, prima di svanire dietro a litigi e incomprensioni che neanche il loro nome ha potuto scongiurare.

E così Dane e Shep richiamano i vecchi compari dei Sanctuary, i quali avendo visto la fine del Grunge avranno capito che forse tutti i torti i due non ce li avevano, e così riformano la band. Loomis inaugura una carriera solista a base di dischi strumentali e collaborazioni varie, Van Williams si accasa in diverse band tra cui i soporiferi Ashes of Ares di Matthew Barlow, fuggito dagli Iced Earth e dall’influenza di Jon Schaffer senza liberarsene fino in fondo. E così il “mai più” da monito diventa un epitaffio…

I Sanctuary si riaffacciano dopo ben venticinque anni dal loro ultimo album, e molte cose sono cambiate da allora. Il loro Metallo non è più quell’oscura gemma che andava digerita e assimilata per bene prima di essere apprezzata, gli anni hanno regalato semplicità e compattezza al loro sound. Sembra di ascoltare i pezzi più lineari dei Nevermore, o forse ancora meglio, il disco solista di Dane. Per molti un difetto, per altri un pregio, fatto sta che i Sanctuary ne beneficiano e non poco. Non ci sono più le ambiziose parti strumentali che caratterizzavano i Sanctuary che furono, si bada al sodo e alla forma canzone più asciutta possibile. Il lavoro dei chitarristi è di sicuro meno efficace e pretenzioso di quanto fosse quello di Loomis nei Nevermore, ma regge bene e gli assoli sono sempre gustosi al punto giusto, se vogliamo proseguire col paragone obbligato coi Nevermore, anche la batteria risulta meno variegata e tecnica, seppure ben si adatta alla natura lineare dei pezzi.

Sarebbe stato assurdo aspettarsi un disco ultra complicato e poco digeribile, ma l’immediatezza dello stile maturato nel corso degli anni da Dane rende questo disco una piacevole sorpresa, avendo eliminato da anni il fastidioso e poco convincente falsetto urlato per concentrarsi sull’espressività della propria voce.

Un lavoro piacevole che non riporta indietro nè i Sancturary di un tempo nè tanto meno i Nevermore, prendendo molto invece dal Dane solista, in maniera più convincente e gradevole.

Tracklist:

01. Arise And Purify
02. Let The Serpent Follow Me
03. Exitium (Anthem Of The Living)
04. Question Existence Fading
05. I Am Low
06. Frozen
07. One Final Day (Sworn To Believe)
08. The World Is Wired
09. The Dying Age
10. Ad Vitam Aeternam
11. The Year The Sun Died

Voto:

3stellee mezzo!

L’assaggio del disco:”Arise and Purify”

Un sentimento comune nei fan nostalgici dei Nevermore...

Un sentimento comune nei fan nostalgici dei Nevermore…