Amaranthe- Massive Addictive


XESsZv8Il disco è disgustoso. Tutto qui, in quattro parole. Perchè vi chiederete voi…e andiamo a vedere meglio cosa funziona e cosa no in questa terza uscita degli Amaranthe, tanto per farci quattro risate e per non apparire troppo pigro.

Gli Amaranthe scivolano nell’inutilità estrema, scegliendo di svaccare definitivamente, pensare che partivano da un esordio godibile, paraculo al punto giusto e caratterizzato da brani facilmente memorizzabili ed efficaci. Poi è arrivato il secondo disco, una vera merda piena di pezzi scialbi e ritmatissimi, insistenti su ritornelli acchiapponi che urlavano “vogliamo il successo di massa!”. Questo terzo capitolo della sciagurata carriera del gruppo esaspera i difetti del predecessore, ingigantendo la componente “tamarro dance”. I pezzi sono rimbalzoni, l’elettronica danzereccia si insinua e sovrasta i riff finto-metallici che fanno sembrare i Within Temptation gli Slayer. E’ una continua lotta continuare ad ascoltare questa sequela di pezzi vergognosi, dove si insiste a schiaffare a caso la voce Death, che ridefinisce il significato dell’espressione “fuori contesto”. Il vecchio cantante che si occupava del growl ha mollato giustamente la baracca, avendo capito quanto fosse inutile fare il “Repetto” della situazione, il nuovo ci arriverà presto, a meno che la bella Elize lo convincerà a restare facendogli gli occhi dolci, intrattenendogli i lunghissimi tempi morti sul palco mostrandogli le “cossie”.

Se tutto questa pila di merda non bastasse a convincervi della qualità infima del disco, ascoltate le ballad. Sono il manifesto di tutto quello che odiate se avete scelto di ascoltare Metallo anni or sono. Fastidiose, zuccherose, insopportabili oltre ogni misura. i coretti, il pianoforte piacione e quei gorgheggi tristoni che stanno tanto bene in quelle boy band adolescenziali, causano ripetute eruzioni cutanee e rigonfiamenti al basso ventre, davvero non provateci. Tanto vale ascoltare giastinbiberon o qualche altro ciuffettone pop giovine.

Cosa c’è di buono dunque? Elize Ryd è bona, ma questa caratteristica non è affatto rilevante durante l’ascolto. La sua voce è graziosa e si impegna, ma davvero non se po’…

Per dirvi, sono arrivato a sperare che la canzone “Danger Zone” fosse una cover del pezzo di Kenny Loggins, quella di “Top Gun” avete presente? Un bel cazzo invece, è un brano che comincia col cantato Death e le tastierine a corredo, poi esplode nel solito ballabile.

Statene lontani, oppure prendetevi un bell’antiemetico se avete deciso di farvi del male.

Tracklist:

01. Dynamite
02. Drop Dead Cynical
03. Trinity
04. Massive Addictive
05. Digital World
06. True
07. Unreal
08. Over and Done
09. Danger Zone
10. Skyline
11. An Ordinary Abnormality
12. Exhale

Voto:

1stella

L’assaggio del disco: “Drop Dead Cynical” (solo per ammirare le forme della Ryd, premete play dopo aver spento le casse)

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Belli senz’anima. Anzi una sì, quella de li mortacci loro…

The Gallery CLXIII


Siamo di nuovo aperti!! Sappiamo che molti degli abituali visitatori con tanto di tessera fedeltà, sono rimasti in astinenza e per ovviare alla mancanza di Arte hanno inventato i più disparati passatempi sostitutivi, come il bowling acrobatico o il calcio subacqueo, ottenendo però ben poca soddisfazione. Non si può ovviare al bisogno di pura bellezza, l’unico vero cibo che sazia l’anima di ogni essere umano pensante, perciò carichi di responsabilità e con delle nuove infrastrutture all’avanguardia, vi diamo il benvenuto nelle nostre sale, sperando di non deludere le vostre aspettative. Chi è passato qui fuori per caso ed è rimasto incuriosito al punto tale da voler visitare il nostro spazio museale per la prima volta, possiamo dire solo di lasciarvi andare, ma non troppo. Che le pulizie costano.

Ed ora entrate amici, la bellezza delle opere esposte attende solo voi.

 1.Un dio Azzurrino ti vende tutto, dalla pentola al motorino!

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Il baffo c’è, la posa ed il microfono pure. Il Piazzisthor è tra noi! Guardate come il novello Mastrota muscoloso tenta di venderci il suo martello, agitandolo su uno sfondo violaceo ricoperto di pianeti disabitati, agghindato come un Evel Knievel qualsiasi. Vai Piazzisthor, sei il dio delle tele-spazio-vendite!! E alle prime dieci telefonate, il dente d’oro di Odino in omaggio.

2.Il Macellaio

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Una donna dai chiari problemi di lubrificazione vaginale ha chiesto una mano al macellaio all’angolo, il quale l’ha presa in parola. La signorina avrebbe preferito che il nerboruto commerciante avesse optato per soluzioni meno letterali e di sicuro più soddisfacenti.

"doveva chiedere a me, io sì che conosco macellai che sanno il fatto loro!"

“sarebbe stato meglio che avesse chiesto a me…”

3.Te la sposi, o nun te la sposi?

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Il cavaliere ha appena salvato la principessa nel maniero, scoprendo una volta toltosi l’elmo che le voci sulla bellezza mozzafiato della fanciulla sono un tantino esagerate. Indossato di nuovo l’elmo, fronteggia la zitellona storta che lo vuole impalmare, la quale brandisce un coltellaccio per convincerlo ad onorare la tradizione. E se il coltello non funzionasse, dietro le colonne ci sono i suoi avvocati Pongo e Cretini, principi del foro che ogni tanto lo tappano loro malgrado.

4.Falsari

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Un capolavoro di barocchismo fotoscioppo davvero pregevole. Con perizia l’autore riprende tutti gli stilemi ed i filtri di una copertina anni 90, modellando con cura prospettive e atmosfera fluo da brivido. L’opera è datata grazie all’esame col Carboncino 14 , intorno al 2007, elemento che rende l’opera ancora più magnificente nel suo imitare uno stile passato alla perfezione.

5.Lupo male in arnese

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Un lupo mannaro affamato e cassintegrato è costretto a tenere corsi sul Satanismo ad una platea di calvi, mentre alcuni teschi poco abbienti sono costretti a seguire le sue interessanti lezioni dalle finestre. Guardate la depressione del povero lupo sul volto, i peli sulla sua faccia testimoniano un’insoddisfazione che nessun ululata sul tetto potrà mai cancellare.

6.Rainol Fessner

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Ed eccolo il nostro avventuriero scalatore, giungere sulla cima di una roccia situata al lato di una strada, ai piedi della catena montuosa. Intanto comincia dal livello facile poi un domani, che non te lo scala il K2? Sempre se riesce a sopravvivere alle esalazioni dei tubi di scarico delle automobili di passaggio sulla strada.

Attraversando questo piccolo corridoio giungiamo alle sale decorate grazie ai vostri ritrovamenti. E’ sempre un piacere ricevere opere di così grande pregio, esporle e condividerle con tutti i nostri visitatori. Ringraziamo il primo segnalatore, il prode Todd. Lo ringraziamo chiamando il Piazzisthor al posto suo per ordinargli un bel martellone. Pagamento in contrassegno ovviamente…

7.Le matte risate

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Un’opera dal chiaro intento demenziale, ma dai risultati maggiori delle intenzioni originali. Provate a riderne senza pensare a quanto sia sbagliato il ripieno poggiato sul tavolo…

8.Una dea poco conosciuta

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Opera dedicata alla dea dell’ignoranza Asineke, ritratta con le tipiche orecchie d’asino e il colorito blu, tipico di chi viene interrogato proprio quando il giorno prima ha preferito evitare accuratamente di studiare. Le sei braccia simboleggiano la volontà di fare tutto quello che si vuole ma senza costrutto alcuno, come testimoniano le mani vuote. Il teschio tenuto nell’unica mano occupata simboleggia il dio Genitoratwa, severo castigatore della dea Asineke, la quale lo uccise dopo una castigata troppo dura. Al collo della dea, si notano delle piccole teste, rappresentano i favoriti della dea, gli allievi che preferiscono picchiare gli altri e fumare al bagno.

Il prossimo a ricevere il nostro ringraziamento ed un bel martello comodamente a casa è Fab! Grazie carissimo.

9.Softcore

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Zinne come se piovesse, ma erotismo ben poco. Si nota una serpeggiante censura che rende l’opera inoffensiva e poco interessante dal punto di vista erotico, erotismo che forse avrebbe camuffato gli evidenti difetti anatomici delle signorine presenti nella finta ammucchiata.

Chiude nella parete di fondo, il sempre verde Giuseppe Moretti. A lui passiamo direttamente il Piazzisthor al telefono, così si compra quel che vuole.

10.De Singultis

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Illustrazione tratta dal famosissimo tomo del tardo Settecento “Mille e un rimedi per il singhiozzo” di Gianmaria De Singultis, luiminare fulgidissimo e scopritore anche del metodo dei sette sorsi d’acqua. Nell’opera in questione si mostra il rimedio del pendolo: il malcapitato sofferente deve immergere i piedi in una tinozza di stagno, riempita con abbondante mistura composta da piscio di coniglio incinto, pelo di culo ed ali di pipistrello. Nello stesso momento, deve infilare la testa in una pendola, leccando gli ingranaggi in movimento. Quando il paziente estrarrà la lingua martoriata dai meccanismi, con la testa dolente e l’olfatto devastato dalla puzza della mistura, il singhiozzo sarà l’ultimo dei suoi problemi.

11.Tamarrozz

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Un tamarrozzo anni 90/primi duemila mostra al pubblico la sua carta igienica disegnata come una tastiera. Dietro di lui, il delirio più assoluto si notano poiane, puttanoni e pianeti disegnati con uno stile aerografato da quaderno  delle medie super ganzo.

12. Artchi vostri!

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Perchè questa figura incappucciata inveisce contro il lontano villone? E soprattutto, perchè gli sta gettando contro un cazzo?

13.Errori d’attribuzione

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Negli anni scorsi questo affresco intitolato “Le coppe di vino fan male anche a li geni”, venne attribuito a Giotto di Bondone. In realtà è un’opera del Zimarroni, allievo ubriacone del Cimabue. La falsa attribuzione giottesca viene smentita dalle parole dello stesso Giotto rinvenute in un manoscritto spedito in risposta ad un suo committente che gli chiedeva un parere sull’opera:”parola mia, non ebbi mai modo di accostar nemmen lo sguardo a siffatta merda”

14.Una donna per cui non conviene respirare

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Uno stile che ricorda “Sin City”, una ragazza cattivissima indossa una maschera antigas e va in giro a chiappe scoperte. Una connessione che non promette nulla di buono…

Vi salutiamo ricordandovi di segnalare le opere che ritenete degne del nostro spazio museale, oltre al favore di far conoscere questa preziosa opera di divulgazione anche ad altri.

Per visitare i precedenti ampliamenti della Gallery, cliccate sull’immagine in testa al post oppure su quella identica a lato.

 

Arriveduàr…

*Attenzione:vi è rilevata anche una piccola percentuale di casi in cui i sintomi sono peggiorati, tanto da divenire cronici. La Gallery non è un presidio medico chirurgico,  ma un Museo. Aut.min. conc.at. mal.mast.caz. come da articolo "il".

 

Exodus- Blood In Blood Out


408800La storia recente degli Exodus è stata caratterizzata da album lunghissimi, durissimi e non proprio riuscitissimi. Il problema sembrava imputabile alla voce non all’altezza di Rob Dukes, ma quando nel corso degli anni in formazione con il gruppo ha migliorato e di parecchio le sue performance, rimaneva quel senso di incompletezza tipico degli album carini ma poco più. I problemi non era il solo Dukes, in realtà l’afflizione maggiore per gli album del dopo Zetro era l’eccessiva lunghezza dei pezzi, la durezza di un suono piatto come i pattern che Tom Hunting buttava giù in quelle interminabili maratone. E ora che a Dukes è stata inoculata la “cura Ripper” è tutto risolto? Ah non sapete cosa sia la “cura Ripper”? Ma ve la spiego io in due righe: dunque, dicesi “cura Ripper” la sostituzione di un cantante con quello che aveva sostituito, si licenzia su due piedi chi aveva portato avanti la baracca tra insulti, applausi e scetticismo costante per riportare a casa l’affidabile e sicura voce di un tempo.

Dukes ha fatto posto a Zetro, uscito qualche anno fa tra le schioppettate esplose tra lui e gli Exodus e ora di nuovo dietro quel microfono al suono di “Scurdammoc’ o passat’, simme da Bay Area Paisàààà!”, una pratica che ormai non fa più notizia, soprattutto se chi rientra è mille volte meglio del suo sostituto.

Tornando al quesito posto qui sopra, è tornato tutto al suo posto con il rientro di Zetro? Ad ascoltare l’album sembra che il gruppo abbia capito cosa ci voleva davvero per fare un disco come si deve: ritornare a pestare Thrash tradizionale, cercando più varietà nel songwriting. Non so se sia l’effetto nostalgia della voce, ma le canzoni hanno molto, ma molto, più mordente dei serpentoni pesantissimi propinati sui due dischi precedenPentacle_top albumti, eppure viaggiano quasi tutte tra i cinque-sei minuti di durata. Sono tirate, tradizionali e suonano Exodus al 100%, con Holt che si scorda di essere ormai membro permanente degli Slayer per fare quello che fa da una vita: bei riffoni Thrash con assoli fischianti. Zetro ringhia come sempre, ma a differenza dei barbosi dischi manieristi degli Hatriot, qui ha una band che lo aiuta a costruire pezzi dinamici e cazzuti, dove può sfogarsi a dovere. Persino Hunting suona finalmente pattern leggermente diversi tra loro, non sarà diventato Lombardo, ma se non altro non sembra una drum machine.

La soluzione per gli Exodus era dunque semplice, tornare al passato e concentrarsi solo sullo scrivere bei pezzi senza cercare di trasformarsi in qualcos’altro. Il bello è che ci sono riusciti, nonostante non me l’aspettassi neanche un po’…

Tracklist:

01: Black 13
02: Blood In, Blood Out
03: Collateral Damage
04: Salt The Wound
05: Body Harvest
06: BTK
07: Wrapped In The Arms Of Rage
08: My Last Nerve
09: Numb
10: Honor Killings
11: Food For The Worms

Voto:

3stellee mezzo!

L’assaggio del disco:la title track

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“Siamo contenti di essere tornati inZetro”

Intervista ai Gory Blister!


04. Gory Blister - Promo PicE’ di nuovo il tempo di ospitare un’intervista qui su R.A.M., oggi è il turno dei Gory Blister. Il drummer e membro fondatore della band Joe LaViola si è prodigato nel rispondere alle domande, approfitto per ringraziare lui, la band ed il management per la cortesia e la disponibilità. Si parla del passato della band, del loro ultimo disco (che trovate recensito QUI) e di come sia cambiato il Metallo da quando si sono formati ad oggi.

Ora via, a leggere le esaurienti risposte di Joe!

 

RAM: La solita domanda con la quale si aprono di solito le interviste è “avete voglia di presentare un po’ la band?”. Siccome i Gory Blister sono in giro da molti anni, ho più voglia di chiedervi: ma com’era suonare Death Metal nei primi anni 90 in Italia?
Joe: Anche se il nostro primo demotape è del 1991, sia io che Raff già suonavamo, o cercavamo di farlo, death metal. All’inizio era tutto in divenire ed il metal in generale, ma soprattutto quello più estremo, era davvero qualcosa al limite dell’ascoltabile. Ricordo ancora le recensioni dell’epoca di albums come Leprocy (Death) o Carcass (Symphonies of sickness)… stroncature definitive! Poi sappiamo com’è andata. Ci voleva motivazione ed incoscienza per crederci. Nella più rosea delle ipotesi, considerando una realtà come la Taranto anni 80, suonare metal equivaleva ad essere drogati ed adoratori di Satana. Il solo fatto che siamo ancora in pista e con 5 album e mezzo all’attivo è una vittoria su tutta la linea. Certo non tutto è andato sempre come doveva, come per gli innumerevoli cambi di line-up, o la storia con la Noise Records. Quando firmammo con la storica etichetta tedesca che aveva lanciato Kreator, Celtic Frost, Voivod e tanti altri, pensavamo che forse eravamo saliti sul treno giusto, anche se era l’ultimo, preso in corsa. Purtroppo non è stato così, ma tant’è. Di lì a poco la Sanctuary comprò la Noise e scartò moltissime bands, soprattutto le ultime arrivate. In parte la Germania ci ha restituito qualcosa, quando Rock Hard ci ha scelti fra le migliori unsigned bands nel 2001 e ciò ci diede nuova spinta. Trovammo il modo di pubblicare Art Bleeds, che era già pronto da 2 anni, attraverso la Sekhmet records (Fra) e questo ci ha portato successivamente a firmare con l’ottima Mascot Records (Olanda). Quello che non finiremo mai di pagare sono gli anni di ritardo accumulatisi fra trasferimento di armi e bagagli da Taranto a Milano ed il limbo creatosi con lo scioglimento della Noise rec. Forse, uscendo con qualche anno di anticipo, “Art Bleeds” avrebbe potuto riscuotere molto più successo. Insomma, una volta a Milano e con “Art Bleeds” stampato siamo riusciti ad intravedere una strada da percorrere seriamente. La Mascot Records ci propose un contratto per due album (“Skymorphosis”, 2006 e “Graveyard of Angels.”, 2009), ma dopo un certo entusiasmo iniziale, la cosa si arenò e la label olandese decise di seguire solo progetti blues rock. Successivamente siamo approdati in Bakerteam, nostra prima label italiana, con la quale abbiamo pubblicato “Earth-Sick”, concept arricchito dalla presenza alla voce su due tracks del mitico Karl Sanders dei Nile! Infine, altro giro altro regalo, firmiamo con la Sliptrick, etichetta indipendente americana con uffici in Italia e Svezia. Così, la quinta furia vede la luce, “The Fifth Fury”, secondo noi, l’album della consacrazione al death metal! In questo disco ci abbiamo messo tutta la nostra esperienza, diluendo parzialmente gli spunti tecnici per puntare dritto al cranio dell’ascoltatore. In conclusione però, devo dire la musica estrema ha ormai archiviato l’incoscienza degli inizi e certi dischi non potranno più uscire.
RAM: Con il passare degli anni sempre più gruppi italiani hanno dimostrato le loro capacità anche al di fuori del nostro paese e la scena è cresciuta. Onestamente, nonostante il gran numero di gruppi si può parlare di una vera scena?
Joe: in generale credo che sia un discorso datato in sé, come quello di inquadrare un disco in un genere piuttosto che in un altro. Oggi la scena è “online” ed i confini geografici non esistono. Esistono migliaia di bands che più o meno decentemente propongono la loro musica. La libertà di farlo è ormai assoluta, ma ci siamo persi per strada l’identità musicale. Le bands italiane sono sempre state di alto livello, comunque competitive, ma non sono mai state prese sul serio prima di tutto dai promoters nostrani, che invece hanno ritenuto più opportuno valorizzare chiunque arrivasse dal nord Europa. Ormai è inutile piangere sul latte versato, noi facciamo del nostro meglio per proporre del sano ed originale death metal alla Gory Blister, poi potrà piacere o no, ma chi acquista una copia di un nostro album, ci fa sempre i complimenti.
RAM: Parliamo della vostra ultima fatica “The Fifth Fury”, un disco molto riuscito che ho molto apprezzato. E’ un lavoro tecnico e d’impatto, come avete ottenuto il giusto equilibrio tra la tecnica e scrivere una canzone che non sia una serie di assoli?
Joe: Per ogni nostro album ci impegnamo a non ripetere quanto abbiamo gia’ fatto in precedenza, cercando di introdurre degli elementi di novita’ negli arrangiamenti e nel suono che contraddistinguano il nuovo album dai precedenti, senza snaturare la personalita’ della band, e senza uscire dai confini del Detah Metal tecnico. Quando iniziamo a scrivere i primi riffs di un nuovo album ci chiediamo cosa vogliamo da questo album. L’aspetto tecnico per noi è una certezza, di cui a volte abbiamo abusato in passato, mentre era dal punto di vista del mood dell’album che potevamo osare qualcosa. “The Fifth Fury” e’ pertanto la quinta evoluzione del nostro stile, per il quale abbiamo scelto un sound piu’ scuro e un riffing piu’ groovy con delle melodie dalle atmosfere sofferenti ed un cantato piu’ diretto; il fine ultimo era ottenere un album dal sound “In Your Face” ma nel contempo tecnico quanto basta, e dalle atmosfere riconoscibili. Speriamo di esserci riusciti.

03. Gory Blister - Artwork

RAM: Il titolo dell’album si può tradurre la “Quinta Furia”. Il riferimento è alla vostra quinta prova in studio o ci sono anche altre sfumature?
Joe: Come ho accennato all’inizio, in pochi avrebbero scommesso che partendo da Taranto avremmo pubblicato 5 album di livello internazionale e che saremmo stati ancora in attività vent’anni dopo. Volevamo un po’ celebrare questo evento. In effetti c’è poi il riferimento mitologico, nella misura in cui le Furie sarebbero dei personaggi in grado di ristabilire una sorta di giustizia divina “post-mortem”, per cui viene punito colui che ha avuto fortune immeritate, ma ricompensato colui che non ha ottenuto in vita quello che spettava. Ci vuoi vedere un qualche riferimento alla nostra carriera? Libero di farlo.

RAM:Una domanda che mi piace sempre molto fare in sede di intervista: qual è stata la canzone che vi ha messo più in difficoltà per portarla a termine? E quella che preferite del disco?
Joe: Ti dico subito “The Grey Machinery”; in realtà era una delle prime su cui cominciammo a lavorare, ma ben presto entrammo in un vicolo cieco e la accantonammo. Ci siamo ritornati più volte, ha cambiato titolo, è stata stravolta, recuperata, ma alla fine non siamo riusciti a togliercela di dosso! Sulla seconda questione ti posso rispondere a titolo personale. “Thresholds” è una canzone fantastica e si basa su un testo con riferimenti esoterici che ho dedicato a due amici che ho perso nel giro di una settimana in un maledetto gennaio (2013). Si tratta di Claudio Leo e Mauro Caporale. Claudio è stato fra le primissime persone che conobbi quando ci trasferimmo a Milano, mentre Mauro era un mio caro amico di Taranto. Lottava per fare il regista cinematografico, poi venne la depressione…

RAM: Come mai avete scelto di chiuder l’album in modo così particolare? Cosa rappresenta per voi l’inquietante “Heretic Infected”?
Joe: Un esperimento, come gli altri presenti sui precedenti album. Raff ha riarrangiato per orchestra “H.I.V.” da “Earth-Sick”. Ci sembrava l’ideale meditazione finale dopo il passaggio della quinta furia.

RAM: Nel disco alcuni passaggi mi hanno ricordato gli immortali Death di Chuck Schuldiner, in altre i Carcass. Voi che ne dite, sono una fonte d’ispirazione obbligata per chi suona un certo tipo di Metallo?
Joe: Di obbligato non ci deve essere nulla. Noi quei musicisti li abbiamo nel DNA, per cui è un’ispirazione spontanea.

RAM: A proposito di Carcass avete ascoltato il loro ultimo album? Vi è piaciuto?
Joe: Stupendo dal punto di vista tecnico, ma ascoltandolo più volte ti rendi conto che non aggiunge molto a quanto già detto dalla band. Tutto sommato però, è stato un graditissimo ritorno.

RAM: Vi piace il panorama Death Metal odierno? E come mai?
Joe: Purtroppo il metal moderno ha perso quella forza dirompente che rompeva ed allo stesso tempo spingeva più in là i confini della musica. Per una buona decina d’anni il metal andava contro il mercato mainstream. Oggi, il metal è mainstream. Tuttavia ci sono alcune bands che riescono a proporre il loro genere in totale autonomia stilistica e questo è un aspetto da salvare. I gruppi storici non possono fare altro che restare fedeli a se stessi, tanto ci sono le nuove generazioni di ragazzi che non conoscono i loro primi albums. Prendi gli At The Gates, per esempio. Il nuovo disco non è male, ma è ovvio che dal mio punto di vista non suona certo emozionante. Alcune songs sono ispirate, ma altre cercano di recuperare un’anima che il metal svedese ha perso da qualche anno (vedi Opeth). Insomma, il dilemma fra ripetersi all’infinito oppure snaturare la propria identità resta insoluto ed i risultati dipendono troppo dall’empatia del momento. Occorrerebbe recuperare quell’istinto sovversivo delle origini.

RAM: Per chiudere l’intervista, un giochino stronzo. Potreste descrivere con un singolo aggettivo ogni disco della vostra carriera? Se ne avete voglia potete anche motivare il perché avete scelto quel particolare aggettivo.

Art Bleeds – “primordiale “

"Era la prima volta che entravamo in uno studio davvero professionale ed abbiamo affrontato tutte le problematiche sul momento. Il risultato è stato un disco istintivo e sorprendente prima di tutto per noi. Inoltre avevamo mandato via il cantante (Dome) 3 settimane prima delle sessioni e Daniel ha contribuito quasi a nostra insaputa a dare al disco quell’influenza DEATH che ha attirato l’ettenzione di molti fans."

“Era la prima volta che entravamo in uno studio davvero professionale ed abbiamo affrontato tutte le problematiche sul momento. Il risultato è stato un disco istintivo e sorprendente prima di tutto per noi. Inoltre avevamo mandato via il cantante (Dome) 3 settimane prima delle sessioni e Daniel ha contribuito quasi a nostra insaputa a dare al disco quell’influenza “DEATH” che ha attirato l’ettenzione di molti fans.”

Skymorphosis – “apocalittico” 

stavolta siamo entrati "In studio memori delle precedenti esperienze. Così, abbiamo pensato, sbagliando, di poterci permettere di tutto. 14 tracce, un intro sinfonico, una piccola strumentale, una cover dei Death, un cantato sforzato… certo, alcuni brani come Black Canvas o Soul-slitters sono dei veri miracoli, ma la maturità era ancora là da venire."

“Stavolta siamo entrati in studio memori delle precedenti esperienze. Così, abbiamo pensato, sbagliando, di poterci permettere di tutto. 14 tracce, un intro sinfonico, una piccola strumentale, una cover dei Death, un cantato sforzato… certo, alcuni brani come Black Canvas o Soul-slitters sono dei veri miracoli, ma la maturità era ancora là da venire.”

Graveyard of Angels – “luminoso” 

"Il primo dei nostri album più ragionati. Un viaggio dal buio alla luce."

“Il primo dei nostri album più ragionati. Un viaggio dal buio alla luce.”

-Earth-Sick – “infetto” 

"In questo album abbiamo cercato delle contaminazioni, inserendo tastiere e melodie in modo da rendere il nostro death metal ancora più riconoscibile. Le soluzioni non sono sempre fluide, l’ascoltatore converrà che ogni canzone ha la sua identità. E poi, c’è Karl Sanders che canta due pezzi!"

“In questo album abbiamo cercato delle contaminazioni, inserendo tastiere e melodie in modo da rendere il nostro death metal ancora più riconoscibile. Le soluzioni non sono sempre fluide, l’ascoltatore converrà che ogni canzone ha la sua identità. E poi, c’è Karl Sanders che canta due pezzi!”

The Fifth Fury – “furioso” 

"Il giusto mix che raccoglie tutta la nostra esperienza e la nostra rabbia. "

“Il giusto mix che raccoglie tutta la nostra esperienza e la nostra rabbia. “

RAM: Vi andrebbe di salutare i lettori di R.A.M. per chiudere l’intervista?
Joe: un grazie di metallo rovente a tutti voi, lettori, ascoltatori, redattori. Supportate le vostre bands preferite e comprate almeno una copia fisica di un album o una t-shirt. Speriamo di vederci in occasione di una nostra esibizione live.