Opeth- Pale Communion


folderOpeth, anni 70, tanta voglia di dormire co’ sto caldo. Ma c’è da scrivere, perchè se no tanto valeva chiudere bottega del tutto. Via, togliamoci il pensiero.

“Pale Communion” è il nuovo disco degli Opeth, ancora devoto al nostrano e viscerale Prog-rock italico, e stavolta si sforzano ancora di più per dare il massimo con le cover della PFM. Hanno chiamato pure un pezzo “Goblin” come il gruppo di Simonetti, che simpatici.

Vedo un assembramento di tipi poco raccomandabili sotto casa mia, tutti armati di torce e pesanti bastoni. Sudano come maiali, le torce ad Agosto non sono una genialata, soprattutto perchè è giorno, ma a loro non importa, avranno la loro vendetta su chi ha osato criticare i geni! E le torce si vedono in ogni scena di linciaggio che si rispetti.

La volta scorsa Akerfeldt  mi ha fregato e di brutto,  “Heritage” si beccò quattro pentacoli figati e uno sticker “top album”, salvo scoprire dopo pochi giorni che era un disco che calava con gli ascolti, man mano che lo si ascoltava diventava sempre meno interessante. Due palle quadre proprio, suonato bene quanto volete, ma prolisso da matti. E dopo alcune settimane rimaneva la sensazione che fosse una robina esile che imitava senza coinvolgere. Ma stavolta non mi fregano, “Pale Communion” è leggermente meno mastodontico di “Heritage” però rimane un disco talmente devoto ad un certo tipo di sound, da risultare prevedibile e loffio.

Gli individui sotto il balcone cominciano a lanciare sassi verso le finestre, presto sfiancati dal calore delle torce prendono a sputare, ma complice il balcone  troppo alto e il caldo, smettono subito. Ma inveiscono e intonano canti pro-Akerfeldt e velatissime minacce di morte al mio indirizzo.

Mentre lo si ascolta si rimane quasi sorpresi, stavolta sembra meglio ‘sto vecchiume, però è dura da digerirlo tutto in una botta. A metà ci vuole qualcosa di forte per rimanere in piedi, tipo una pera di varechina, aiuta anche a rimanere ben piantati nell’atmosfera settantiana.

Paonazzi, accaldati e prossimi a sfondare il portone della mia abitazione, i fanboys opethiani urlano sempre di più. Volano insulti, gocce di sudore grosse come pesche noci, paragoni con Luzzato Fegiz e tanti semplici “vaffanculo, n’capisci n’cazzo!”. 

Per dirvi, mentre scrivo una recensione di solito ascolto il disco in oggetto, per fissare di nuovo le idee, se mi piace ascoltarlo mi aiuta a capire i punti di cui parlare, o in altri casi, per ricordarmi una volta per tutte quanto e perchè fa cagare. Adesso sto ascoltando “Rotten to the Core” degli Overkill, perchè non era più possibile continuare a sopportare quelle sgommatine, quegli ammiccamenti e la noia crescente minuto dopo minuto.

Sono quasi dentro, li sento ululare improperi per le scale, correndo come lupi affamati. Scrivo le mie ultime righe di questa recensione sperando che qualcuno un domani, possa riuscire a leggerle e a ricordare il sacrificio di chi si opponeva al bestiale fanboyismo dogmatico che gli Opeth scatenano. 

Come ho scritto poco più su, le canzoni in questo album sono meglio di “Heritage”, più scorrevoli e meno forzate, ma io mi ci sono annoiato lo stesso.  Soprattutto dopo la prima volta, quella più liscia, ma già dalla terzo o quarto ascolto si capisce che è un disco che non si fa riascoltare facilmente, al pensiero di ascoltarlo di nuovo da capo ho accusato forti giramenti di palle e la pressione che scendeva ai minimi storici.

Le bestie sono a due metri da me, le torce anneriscono le pareti ed il fumo che spargono è insopportabile. Tossiscono tutti, non si vede quasi più nulla con quel fumo allucinante e decido che è il momento di provare a darmela a gambe. Approfittando della scarsa visibilità e della distrazione dei miei aguzzini, metto su un pezzo della PFM, o del “Balletto di Bronzo” in effetti non si vedeva bene con tutto quel fumo, urlando che è una bonus track dell’edizione limitatissima Ugandese di “Pale Communion”. Gli stolti ci credono essendo accecati e quasi intossicati dal fumo, si mettono a parlare della produzione vintagggg e delle trame musicali espressivissime. Mentre io esco dall’appartamento a cercare la libertà e dell’aria fresca, loro piangono lacrime di gioia e di fumo nel sentire tanta maestria e geniale intuizione sciorinate dal Maestro Akerfeldt e non pensano più a me. 

Tracklist:

1.    Eternal Rains Will Come
2.    Cusp of Eternity
3.    Moon Above, Sun Below
4.    Elysian Woes
5.    Goblin
6.    River
7.    Voice of Treason
8.    Faith in Others

 

Voto:

2stelle

 

L’assaggio del disco:”Cusp of Eternity”

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Calmi e tranquilli.

Entombed A.D.- Back to the front


436127“Entombed A.D.? Ma che stai A.D.? Io conosco gli Entombed, mo chi sarebbero questi usurpatori?”  si starà domandando il lettore che non ha seguito la querelle in cassa Entombed, dunque, provo a riassumere in quattro parole: gli Entombed annunciano un tour nel 2013 dove suoneranno tutto “Clandestine” con arrangiamenti sinfonici, in compagnia di un’orchestra sul palco. Il tutto nella formazione originale con Cederlund e Andersson. Non se ne fa nulla, Hellid se ne va mentre nel frattempo LG Petrov annunciava un album di inediti, ma senza sapere chi ci avrebbe suonato dentro. Mesi di lotte intestine che non possiamo conoscere e arriva l’annuncio da parte di Lars Goran Petrov del nuovo gruppo Entombed A.D., il quale pubblicherà il famoso album di inediti. Magari ho perso qualche passaggio, ma grosso modo è andata così, una disputa insanabile e la frattura sublimata in due band distinte ma dal nome praticamente identico, come oggi accade sempre più spesso. A dire il vero degli altri Entombed non si sa praticamente nulla, ma il profilo Fb viene ancora aggiornato con cazzatelle che non danno indizi su quale sia la reale situazione del gruppo.

Per ora abbiamo solo questi Entombed A.D. e non è che sia andata così di lusso.

In effetti il disco che Petrov ha pubblicato non è un gran che, è bene chiarirlo subito. Un lavoro di mediocre Death Metal scandinavo senza particolari guizzi, pure divertente a tratti. Uno di quei dischi non bruttissimi, ma tremendamente nella media, la sbobba che  si dimentica in un attimo. Viene da pensare che se non ci fosse il vocione di LG a dare un minimo di personalità, si potrebbe benissimo scambiare questo “Back to the front” per uno di quei lavori pubblicati da band senza idee, di quelle che copiano a man bassa e poi si riparano dietro lo scudo del “sound old school”.

E di quello qui ce n’è a iosa, niente altro che chitarre zanzarose, batteria di pentole diciotto/dieci(che cazzo significherà, chi lo sa) e appunto la voce sgraziata di LG che si danna per portare a casa la pagnotta, ma da solo non basta.

Davvero non c’è molto altro da dire, tutto così normale in questo disco, tutto talmente prevedibile e fiacco da lasciarsi superare da certe band di giovanotti che oggi furoreggiano nel revival di questo tipo di sonorità, mettendoci qualche idea in più.

E per uno che un certo tipo di sound lo ha inventato non è affatto un bel risultato dopo tanta cagnara.

Tracklist:

01. Kill To Live
02. Bedlam Attack
03. The Underminer
04. Second To None
05. Allegiance
06. Waiting For Death
07. Eternal Woe
08. Digitus Medius
09. Vulture And The Traitor
10. Pandemic Rage
11. Soldier Of No Fortune

Voto:

2stelle

L’assaggio del disco:”Bedlam attack”

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Petrov e la sua espressione di chi sta rendendo un melone rancido al fruttivendolo

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Tanto per curiosità, prima del cambio di nome e della gazzarra, la copertina dell’album era così.

Grind Zero- Mass Distraction


Mass_Distraction_Cover_FrontUna calda giornata di Agosto. Mese del cazzo Agosto. E’ una di quelle giornate in cui si riesce solo a sudare, una spossatezza ingiustificata ti stringe le membra e la mente. Andrebbe anche tutto bene se non fosse per quel cazzo di martello pneumatico che ti sveglia ogni mattina TRRRRRRRRRRRRRRRR!!!! TRRRRRRRRRRRRRRRRR!!!! TRRRRRRRRRRR!!! E prosegue nel pomeriggio, incessante, insistente e vicino, maledettamente vicino. Sembra quasi che ti stia martellando dentro i timpani.  Di solito all’inizio della giornata provi pietà per chi lo sta manovrando, per chi suda con questa temperatura infame, il martello pneumatico è un bel cazzo in culo, l’unica volta in cui te l’hanno messo in mano è stata un’esperienza allucinante ma brevissima per entrambi: dopo pochi minuti i capoccia hanno capito con grande arguzia e lungimiranza che non potevano permettersi di avere un incidente sul lavoro, per di più se ad incapparci è uno pagato in nero. Li ringrazi perchè hai ancora tutti e due i piedi sani e funzionanti.

Ma cosa stanno combinando i vicini? Cercano del petrolio nelle fondamenta del palazzo? Gli operai scavano da giorni senza sosta, martellano con ferocia ad intervalli brevissimi, intervalli prontamente riempiti dalle tue sonore bestemmie. Man mano che i carotaggi vanno avanti, l’iniziale pietà per il lavoratore scema, si trasforma in nervosismo, poi lascia spazio all’insofferenza, la quale sublima in una impotente furia. E’ il momento di cercare di distrarsi prima di commettere un’ingiusto sproposito, arriva il colpo di genio: mettersi le cuffie e cercare di trovare un po’ di pace e relax nella musica. E cosa fa uno sano di mente per dimenticare il disturbante rumore del martello? Un bel disco di Death Metal ignorante, per molti più fastidioso di qualsiasi altro rumore molesto, ma per te è la pace. Il rumore di quel martello c’è ma è soffuso, quasi lontano, coperto dalle brutali note di un gruppo italico, i delicatissimi Grind Zero. Se non li avete mai sentiti nominare ci può stare, sono al loro primo disco ma hanno una discreta esperienza sulle assi del palco. Li conosci perchè avevano pubblicato un demo niente male che all’epoca ti inviarono e che dimenticasti di recensire. Fortunatamente non se la sono presa e ti hanno inviato il promo dell’album uscito il 14 Luglio, grazie davvero.

Questo disco è un balsamo per le tue orecchie martoriate, la violenza dei riff e la batteria dinamica e scontrosa arricchisce, corrobora i tuoi sensi ed è una bellissima prova dell’ormai comprovata bravura italica di suonare del Death senza tanti complimenti, ma con grande capacità e determinazione. Il sound dei Grind Zero è chiaramente legato alla vecchia scuola ameregana, Cannibal Corpse e Obituary su tutti come si legge anche dalla loro bio, ma ci hai trovato molti altri elementi che provengono dalla nostra Europa. Ci sono dei fortissimi riferimenti agli Entombed, qualche sfuriata Grind alla Napalm Death, addirittura un pezzo che ricorda moltissimo gli Amon Amarth. Una bella collezione di nomi e riferimenti, non c’è che dire.  In effetti l’album è molto vario e ben riuscito, forse perde qualche punto nella personalità, un difetto di gioventù forse dovuto alla smania di incorporare nella scrittura dei pezzi tutte le passioni musicali dei membri nella band, senza preoccuparsi di risultare troppo derivativi.

L’album è buono, è una discreta tranvata che testimonia quanto siano bravi ed entusiasti nello sganassare l’ascoltatore con pezzi micidiali. Se riusciranno a concentrarsi ancora di più sul loro sound ne sentiremo delle belle, dategli fiducia e cominciate a prenderci confidenza.

E vaffanculo tutti i martelli pneumatici del pianeta.

Tracklist:

01. Blood Soaked Ground
02. Dislocation
03. War For War
04. Mass Distraction
05. Treacherous Betrayer
06. The Black River
07. Modern Slavery
08. Fucked Up Nation
09. Extra Life Disease

Voto:

3stelle

 

L’assaggio del disco:”Blood Soaked Ground”

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Cinque amici, qualche birra, una motosega…una serata ideale

 

Overkill- White Devil Armory


1000x1000Gli Overkill sono uno di quei gruppi per i quali non si hanno mai abbastanza lodi, negli ultimi cinque anni poi le lodi sono giustificate da album sopra la media della sufficienza che di solito un gruppo così costante e coerente riesce sempre ad assicurarsi. Una botta come “Ironbound” ce la ricordiamo tutti, così come il suo successore “The Electric Age”, album sostanziosi e memorabili, soprattutto il primo. Inevitabilmente dopo tanta abbondanza e ripercorrendo un po’ a memoria la storia del gruppo ci si aspettava a questo punto un album meno ispirato, più fiacco e invece manco per idea. “White Devil Armory” è una discreta palata sulle gengive, assestata con convinzione e padronanza dei mezzi. I “nuiorchesi” tirano fuori ancora una volta un insieme di canzoni energiche e rimbalzanti che non riuscirete a scrollarvi di dosso, con quei riff Thrash secchi e violenti, ma riconoscibili uno per uno. L’album si apre con un intro interlocutoria che ha come pregio il mettere in risalto l’attacco furioso della prima canzone “Armorist”, un pezzo gagliardo per i suoi coretti e le sue micidiali ripartenze, ottimo per presentare nel migliore dei modi un disco che mostra una band ancora desiderosa di spaccare e che si diverte nel farlo. Nessun esperimento, nessuna canzone dal sapore particolare messa lì tanto per stupire, solo Thrashone ignorante e rodato, ma scritto e suonato con una perizia ed una convinzione fuori dal comune. Ascoltare Blitz che urla e scalpita al microfono come e meglio di certi giovanotti , sfruttando a dovere il suo timbro particolare è sempre una gioia per le orecchie, così come lo è la produzione pulita ma non eccessivamente plasticosa di cui gode l’album.

Un nuovo tassello importante nella storia di questo gruppo, magari un pelino meno riuscito di “Ironbound”, disco che ricordiamo seppe risollevare dalla compiaciuta “aurea mediocritas” il gruppo, quando la band riusciva a portare a casa la pagnotta con album discreti ma nulla più. Pigliatelo a botta sicura, non rimarrete delusi dal nuovo attacco verde-nero.

Tracklist:

1.XDM
2.Armorist
3.Down to the bone
4.Pig
5.Bitter Pill
6.Where there’s smoke…
7.Freedom Rings
8.Another day to die
9.King of the Rat bastards
10.It’s all yours
11.In the  name

 

Voto:

3stellee mezzo!

L’assaggio del disco:”Armorist”

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Overkill 2014: best line up ever?