Iron Maiden- The Book of Souls


115004_original_1441709903Un nuovo disco dei Maiden scatena reazioni composte ed ordinate, ogni volta c’è il classico squadrone del “fateli a pezzi!” contrapposto all’altro “suonaci pure un giro di Do che ci piacerà lo stesso come fosse una roba mai sentita”. Come sempre prima di giudicare e di entrare in una guerra dialettica che rasenta l’idiozia, ho ascoltato molte volte questo disco, tutto. 90 e passa minuti di musica, un mattoncino a volte davvero pesante da digerire, con qualche pezzo notevole a differenza dello scialbissimo “The Final Frontier”.  La prima cosa che balza all’orecchio è che la roba migliore l’ha scritta Dickinson, la traccia che apre l’album “If Eternity Should Fail” è un pezzo come non se ne sentivano da un po’ in casa Maiden, così come quella di chiusura “Empire of the Clouds”, diciotto minuti davvero struggenti ed azzeccati. Se ci fate caso la roba migliore in odore Vergine di Ferro l’aveva pubblicata Dickinson nei suoi tre celebri ed imperdibili dischi: “The Accident of Birth”, “Chemical Wedding” e in tono minore “Tyranny of Souls”. Va be’ pure “Brave New World”, il lavoro post reunion con Harris&co., non era male, eppure i dischi di Dickinson avevano qualcosa in più che oggi ho riascoltato nei pezzi scritti dal frontman.

Quelli di Dickinson sono i brani migliori, se fossero gli unici ascoltabili sarebbe una vera rovina per un album doppio. Fortunatamente non è così, ci sono altri pezzi molto interessanti, affiancati ad altri lunghi e pallosissimi. “The Great Unknown” o “The Red and the Black” sono un esempio calzante a riguardo. Gli arpeggini ad inizio canzone hanno frantumato abbondantemente la mia resistenza di Metallaro cresciuto col gruppo, così come le ripetizioni pedanti e prolungate all’inverosimile di giri di note. Non bastano cinque minuti per dire quello che avete da dire? Perchè allungare ‘sto brodo maledetto?

L’altro difetto macroscopico dei pezzi più articolati e lunghi è il contributo di Nicko. Dov’è finito il batterista fantasioso e indomabile di qualche anno fa? Non pretendo le megacavalcate all’età sua, ma porco giudacciopristinfame, ma come è possibile suonare lo stesso pattern in tutte le canzoni? Che ce l’hai a fare tre chitarre se poi questo ammazza tutto là dietro? Poi tre chitarre, voglio dire…si sa che basterebbero Smith e Murray, eppure questo non è un elemento che infastidisce come ascoltare l’ennesima rullata identica alle altre di Nicko. Se fosse uno come Lars e non il simpaticone che conosciamo, avremmo meme e prese per il culo rivolte al suo modo di suonare in tutto l’Internet, ci scommetto quello che volete.

L’album è migliore delle ultime prove che abbiamo dimenticato nelle collezioni, questo è sicuro, non capisco però come possa far gridare al miracolo oppure entusiasmare come ho letto in giro. Davvero ci accontentiamo di un pezzo moscio come “Tears of a Clown”, al cui confronto “Black Bart Blues” passa da B-side a pezzo magnifico da metà scaletta? Oppure della “Can I play with Madness dei poveri” “Speed of Light”?

Anche no.

E’ un album dove per la prima volta si sente Dickinson far fatica, per carità ha tutte le ragioni dalla sua, si difende ancora benissimo su parecchi pezzi. A pensarci un attimo, quelli dove sforza sono proprio i peggiori e la sua difficoltà a raggiungere certe altezze viene accentuata oltremodo da ritornelli e strofe o terribilmente banali o inascoltabili (OOOH-OOHHH-OOOOHHOOOHOOO! come ritornello? Ancora?).

Un album che soffre, si impegna nel mostrare che qualcosa di bello ce lo possono ancora dire riuscendoci però a fasi alterne. Non è una ciofeca inascoltabile, non è un ritorno alla forma migliore, è un album che vive di momenti, da cercare con pazienza nell’arco di 90 minuti. Se vi regge…

Tracklist(eccezionalmente con credits e minutaggio, per darvi un’idea):

CD 1
If Eternity Should Fail – 8:28 (Bruce Dickinson)
Speed of Light – 5:01 (Adrian Smith, Bruce Dickinson)
The Great Unknown – 6:37 (Adrian Smith, Steve Harris)
The Red and the Black – 13:33 (Steve Harris)
When the River Runs Deep – 5:52 (Adrian Smith, Steve Harris)
The Book of Souls – 10:27 (Janick Gers, Steve Harris)

CD 2
Death or Glory – 5:13 (Adrian Smith, Dickinson)
Shadows of the Valley – 7:32 (Janick Gers, Steve Harris)
Tears of a Clown – 4:59 (Adrian Smith, Steve Harris)
The Man of Sorrows – 6:28 (Dave Murray, Steve Harris)
Empire of the Clouds – 18:01 (Bruce Dickinson)

Voto:

3stellemeno meno!

L’assaggio del disco:”Speed of Light”

yku

“Sempre meglio di ‘British Lion'”

Quel Rude Venerdì Metallico /136: Judas is rising?


I Judas Priest stanno per tornare con un nuovo album di inediti, chissà se l’ultimo della loro carriera o no.  Il primo disco senza il buon KK che ha deciso di ritirarsi anni or sono e chiudere “da campione” la sua storia nel Metallo. I suoi compagni, niente affatto dello stesso parere, hanno reclutato il giovane Richie Faulkner, chitarrista che aveva prestato servizio con la figlia di Steve Harris e un altro paio di gruppi minori, lo hanno agghindato per bene come Downing per girare il mondo con quello che fu annunciato come ultimo tour mondiale del gruppo, ovvero l’ “Epitaph Tour”. Il tour va bene, ma come sarà questo nuovo disco? Senza entrare in dettagli nostalgico-romantici su quanto sia giusto o meno per i Priest andare avanti senza un personaggio come Downing, la vera rogna è che la vecchiaia si  fa sentire, almeno per Halford. Il Metal God non riesce più a brillare come un tempo dietro al microfono, affidandosi al carisma e al mestiere, rendendo le aspettative per il nuovo disco piuttosto ondivaghe, a metà tra la curiosa eccitazione e la pessimista rassegnazione.

L’eccitazione nasce dalla tua passione per questo gruppo, di cui apprezzi anche roba come “Turbo” o “Ram it Down” (disco che contiene la più brutta cover mai registrata di Johnny B. Goode, inascoltabile per chiunque), rafforzata dall’idea che da persone così navigate possa sempre nascere qualcosa di bello e significante. La rassegnazione invece cresce quando la mente offusca il cuore, ti metti a pensare alla forma attuale di Halford, all’assenza di Downing  e soprattutto alla sciaperia di quest’antemprima:

che “Hell Patrol” ce l’avevamo già e pure meglio.

Sensazioni personali a parte si sa che il prossimo disco non sarà un pastone micidiale come “Nostradamus”, uno di quei dischi che ti ricordano un sacco di cose, essendo il primo regalo musicale mai ricevuto dalla tua compagna, ma che stenti ad ascoltarlo spesso. “Cosanostradamus” è un album che vive di momenti buoni ed altri meno, di sicuro un sigillo finale poco onorevole alla loro storia e ben venga un nuovo disco. Su questo siamo tranquilli, Tipton ha dichiarato che “Redeemer…”  sarà un album metallosissimo e tradizionale, lontano dal suo predecessore, come a dire: “l’avemo fatto, ma non ci pensate più”.

A corroborare le sue parole, una breve anticipazione di un altro pezzo, “March of the Damned”:

già meglio, anche se mi riporta alla mente qualcos’altro.

Sappiamo inoltre che avrà queste canzoni:

01. Dragonaut
02. Redeemer Of Souls
03. Halls Of Valhalla
04. Sword Of Damocles
05. March Of The Damned
06. Down In Flames
07. Hell & Back
08. Cold Blooded
09. Metalizer
10. Crossfire
11. Secrets Of The Dead
12. Battle Cry
13. Beginning Of The End

Bonus tracks:

14. Snakebite
15. Tears Of Blood
16. Creatures
17. Bring It On
18. Never Forget

E poi? Ah sì, la copertina.

….

..

..

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Siete sicuri di volerla vedere?

..

..

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Oh  ma sicuri sicuri?

….

..

..

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Va be’….

judaspriestredeemberfinalcd_t (1)

 

Premesso che verrà consegnata alla Gallery il prossimo mercoledì, è una copertina oscenamente brutta, più brutta delle copertine brutte dei Priest e non si può dire che non ne abbiano collezionate svariate in tutti questi anni. Ma perchè mettere Belpietro in armatura e cappotto che lancia un Hadoken?

L’ultima cosa che si sa è la data di uscita, il 15 Luglio prossimo per la Epic/Columbia.

Queste son le cose certe, il resto è speculazione. La speranza di ascoltare un disco degno per concludere in bellezza, senza aspettarsi un nuovo punto di svolta come “Pankiller”, c’è.

Purtroppo i fatti sembrano puntare da un’altra parte.

ddd

Giovani dentro

 

 

 

 

 

 

 

Dieci Dischi del 2012 da recuperare


Venerdì si parlava di tempi moderni e della quantità abnorme di dischi che esce ogni mese, così ti è sembrato particolarmente appropriato spulciare tra le uscite che per un motivo o per l’altro non hai recensito qui su RAM, ma che hai apprezzato ed ascoltato moltissimo e meritano di essere presi in considerazione. Così nel solito ordine sparso, i dieci dischi che non hanno avuto la recensione ma l’avrebbero meritata.

Goatwhore-Blood for the Master

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Uscito proprio in questi giorni lo scorso anno, l’ennesimo assalto “Black-Death pezze in faccia”degli Americani. Canzoni brevi e sature di vecchia scuola, da ascoltare per scapocciare senza tante pippe mentali.

Sister Sin-Now and Forever

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I Sister Sin giungono al quarto album riuscendo a prendere finalmente la strada giusta fino in fondo. Metallo, tanto metallo classico con il retrogusto rock’n roll come si usava una volta. Liv Jagrell non sarà bellissima ma spacca e l’album è piuttosto piacevole.

The Secret-Agnus Dei

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Grezzi, diretti e con un’ignoranza da amare al primo ascolto. I “The Secret” sono italianissimi e rompono il didietro con il loro Black crudo che sfugge ad ogni classificazione. Non dovreste trascurarli, proprio no.

The Sword-Apocryphon

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Avevamo lasciato il gruppo con l’ottimo disco “Warp Riders” divertente viaggio a suon di Metallo Classico infettato da Stoner e una storia a carattere fantascientifico. Tornano con questo “Apocryphon” lasciando intatto il loro sound, pubblicando un disco divertente che non lascia indifferenti.

As I lay Dying-Awakened

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A proposito di gruppi che non spostano di un capello la loro musica, ecco gli AILD un solido gruppo Metalcore che tra un ritornello ruffiano e l’altro riesce a trascinare con canzoni iperprodotte e compatte. Niente di trascendentale, ma se piace il genere, questi spaccano.

Grave-Endless Procession of Souls

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I Grave si ostinano a proporre un tradizionale Death Metal come solo gli Svedesi sanno fare:duro, grezzo e devastante. Ennesimo album di una discografia solida che ancora convince nonostante l’inamovibilità estrema.

Incantation-Vanquish in Vengeance

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Ritornano dopo anni di silenzio gli Incantation e per incanto(ahahah) l’oscura magia si compie di nuovo. Massacro  senza pietà a base di Death-Doom nella migliore tradizione. Da avere e basta.

Sophicide-Perdition of the Sublime

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Un sorprendente album di Death Metal tecnico e brutale, dove la melodia e la capacità di scrivere ottime canzoni rendono questo disco imperdibile. La cosa curiosa è che ha fatto tutto un uomo solo:  Adam Laszlo. Il giovanotto tedesco ha suonato e composto tutto, dichiarando amore per i nomi sacri del genere e facendo godere chi cerca Musica trascinante dotata di un importante tasso tecnico.

Pathology-The Time of Great Purification

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Un altro ritorno gradito in ambito Death Metal quello dei Pathology, un disco che convince e sfonda le orecchie  tra chitarroni e batteria modello “sparate al batterista”. Un lavoro brutale e tecnico, forse la migliore uscita di questa band americana.

Nachtmystium-Silencing Machine

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La nuova ondata di Black Metal bands americane ha prodotto materiale assolutamente interessante e fuori dagli schemi, anzi in futuro ci vuole un bell’articolo speciale per orientarsi fra la miriade di nomi da tenere in considerazione. Quest’ultimo lavoro dei Nachtmystium è un Black Metal dotato di un notevole impatto psichedelico e “floydiano”, senza tralasciare la sana componente “sganassone”. Sicuramente più digeribile dei suoi predecessori, “Silencing Machine” è un’esperienza che saprà appagare chi cerca qualcosa in più che la sterile riproposizione di schemi ultra conosciuti.

Sapendo che il 2012 è stato un anno prolifico ti permetti di aggiungere altri titoli ai primi dieci, un piccolo extra da non prendere sottogamba.

Deathspell Omega-Drought

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Se in America il Black gode di una scena da tenere d’occhio, non si può trascurare quella francese altrettanto ricca di band cazzutissime. I Deathspell Omega proseguono nel loro percorso di ricerca musicale, confezionando un EP imperdibile di Black Metal sperimentale ed intelligente.

Nordor-Erga Omnes

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Disco che ricorda i SepticFlesh, non a caso i Nordor provengono dalla Grecia e Seth Siro (leader proprio dei SepticFlesh) firma la copertina dell’album. Ascoltatelo, ne vale la pena, pur non essendo all’altezza dei nomi tutelari.

Halestorm- The Strange Case of…

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Hard Rock di classe con la trascinante e bella Lzzy Hale  a dare risalto ad un gruppo che merita tutta l’attenzione e la fresca vittoria ai Grammy. Nel disco un po’ troppe ballad, ma le canzoni hard vi convinceranno che questi ci sanno fare.

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E poi c’è Lzzy…adorabile, nevvero?