Quel Rude Venerdì Metallico /187: Gesti inconsulti e manie di moralismo



 

Avrete letto del gesto che un devastato Phil Anselmo ha malamente eseguito alla fine di un concerto. Per chi non lo sapesse ha inneggiato al “potere bianco” alzando un’inequivocabile saluto romano. Apriti cielo, colleghi e fan hanno scatenato un putiferio sull’incosciente Phil il quale, chissà se per scherzare preso dalla sbornia o perchè ci crede sul serio, ha fatto una pessima figura. Sono arrivate pronte le indignazioni da parte di persone in cerca di visibilità, prese dalla voglia di apparire e dire la propria hanno fatto dichiarazioni ovvie sulla necessità di non essere razzisti. A prescindere dalle vere motivazioni di Anselmo, dalla sua cretinaggine congenita, trovo il tutto il teatrino di contorno molto triste ed esecrabile. Oggi tutti si sentono in diritto di manifestare le proprie idee, convinti di essere sempre informati nel modo giusto e sicuri della propria ragione, attenti censori di una morale comune che ammorba non solo Internet ma ogni strato sociale della nostra società, solo apparentemente libera. I giudizi morali sono facili da snocciolare, basta un account su qualche social e un computer, ma siamo sicuri di averne bisogno? Davvero pensiamo che sia giusto rimarcare un gesto, ribadisco senza entrare nel merito delle circostanze che lo hanno originato, come offensivo e lesivo a tal punto da condannarlo come dei novelli Torquemada? Vogliamo davvero un controllo continuo e pervicace della vita dei nostri artisti preferiti (e non), vagliare ogni loro mossa pronti a scattare contro di essi con forza, comodamente seduti dietro una tastiera? Personalmente all’apprendere la notizia del malaugurato gesto di Anselmo non ho avuto spinte particolari nel commentare o dire la mia, pensando ad una news buona per cercare click ed approvazione da una scena che vive ormai di soli pettegolezzi piuttosto che di musica suonata. Ieri era Kerry King che sparlava di Hanneman, oggi è Anselmo che cretineggia. Semplicemente, me ne sbatto di ‘ste cose, vado oltre.

E’ vero, il saluto romano mi da sempre un grosso fastidio(ma non avete idea proprio), ma non ho sentito l’urgenza di far sapere la mia idea, così come non ho affatto usato la vicenda per ergermi a fustigatore di costumi. Non voglio sentirmi migliore di nessuno, non sento la necessità di ribadire il mio candore morale condannando le cazzate altrui. Tanto meno rimediare visibilità scrivendo cose ovvie, altrimenti si è come quelle persone che adorano circondarsi di persone semplici solo per apparire dei geni.

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“Sono contento che tutti abbiano rimarcato la mia indubbia volontà di creare nuove occasioni per sentirsi persone meglio”

 

p.s. qui sul blog amico Metal Skunk un articolo molto bello riguardo la faccenda

 

Dieci Batteristi Inumani(i classici)


Drums22Due anni fa pubblicavo la classifica dei Dieci batteristi inumani moderni che preferisco e dopo questo “piccolissimo” lasso di tempo arriva la promessa seconda parte della classifica, quella dedicata ai batteristi classici. Premessa: mancano Lombardo, Hoglan e qualche altro nome che qualcuno ritiene giustamente “classico”, ma li ho inseriti nella classifica relativa ai moderni perchè hanno sempre rinnovato ed approfondito il loro stile, suonando sempre in maniera nuova il loro strumento.

Fatto chiaro il punto, via con la classifica rigorosamente in ordine crescente.

10.Clive Burr

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Il povero Clive Burr, scomparso a marzo del 2013 dopo una lunga lotta contro la sclerosi multipla rimane un’icona del classico Metal drumming. Il suo stile fisico e per nulla scontato, segnò le performance ed i pezzi dei primi Maiden in maniera indelebile.

9.Nicko McBrain

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Incredibile dal punto di vista tecnico, particolare l’uso del pedale della cassa, suonato a velocità che richiederebbero il doppio pedale. Era solito dire che suonare col doppio pedale era come barare per un batterista. Con l’avanzare dell’età avrà pensato che forse qualche mano truccata se la poteva concedere, ma a quanto pare ormai è abituato a far senza. Si distingue per la sua ironia e la capacità di prendersi poco sul serio.

8.Gar Samuelson

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Batterista nei primi Megadeth, indimenticabile il suo contributo su “Peace Sells…”, sapeva stupire con passaggi inconsueti per il genere, grazie ad un bagaglio jazz che svilupperà fino alla sua morte prematura nel 1999.

7.Cozy Powell

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Batterista solidissimo e dall’ampio bagaglio tecnico, particolarmente conosciuto per aver militato nei Rainbow di Blackmore, nei Whitesnake, nei Black Sabbath e mille altre collaborazioni con musicisti di un certo spessore. Il suo drumming ha influenzato moltissimi batteristi in erba, purtroppo è venuto a mancare troppo presto, a causa di un incidente stradale, una passione quella per i motori che ha segnato per sempre questo grande musicista.

6.Pete Sandoval

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Pete “Commando” Sandoval rivoluzionò il modo di suonare Metal Estremo, aggiungendo una precisione implacabile al forsennato blast beat, che spesso veniva “buttato in caciara” negli anni addietro. Prima nei Terrorizer e poi nei Morbid Angel, Pete ha regalato pattern micidiali ed indimenticabili, uno di quei batteristi estremi che puoi riconoscere mentre suona.

5.Mikkey Dee

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Mikkey Dee si fa conoscere con il suo contributo sui dischi solisti di King Diamond, dove sfodera una buonissima tecnica e uno stile che muterà dopo il suo ingresso nei Motörhead. Intenso sia con i classici ritmi rock ‘n roll che nelle durissime cavalcate in doppia cassa, su tutte lo stupefacente pattern di “Sacrifice”.

4.Charlie Benante

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Il suo stile dinamico e ritmato ha reso celebri i pezzi degli Anthrax, dove sfoggia anche un uso capace del blast beat, in tempi non sospetti. Mr. Benante si è ritagliato uno spazio importante che lo ha elevato e distinto dai colleghi dell’epoca d’oro del Thrash.

3.Phil “Philty Animal” Taylor

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Selvaggio ed indomabile, ha aperto un mondo con un solo pezzo: “Overkill”. La doppia cassa continua, il selvaggio e veloce drumming sono elementi che lo hanno aiutato a sopperire ad una tecnica non altissima, ma assolutamente personale e riconoscibile.

2John Bonham

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Estro, tecnica ed aggressività furono la sua arma migliore. Pionere assoluto nell’approccio duro allo strumento, cambiò per sempre il ruolo del batterista all’interno della rock band, non più sfondo ma protagonista al pari degli altri musicisti. Un gigante col quale ogni batterista moderno ha dovuto confrontarsi.

1.Bill Ward

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Per capire cosa significhi fantasia, abilità d’improvvisazione e senso del ritmo basta ascoltare “War Pigs”, pezzo simbolo del modo di suonare di Ward. Ogni rullata ha una sua anima, una combinazione di percussioni  inimitabile. Un vero gigante che ha sempre differenziato ogni suo pezzo, mostrando che ci vuole altro che la mera tecnica per emozionare.

E voi? Quali sono i vostri dieci classici imprescindibili? Commentate e fatemi sapere…

Nel caso non abbiate mai ascoltato uno di questi mostri inumani all’opera, vi consiglio (oltre che vergognarvi) di ascoltare:

10.Clive Burr:“Phantom of the Opera”-Iron Maiden
9.Nicko McBrain: “Where Eagles Dare”-Iron Maiden
8.Gar Samuelson:“Peace Sells…but who’s buying?”. Megadeth
7.Cozy Powell:“Kill the King”-Rainbow
6.Pete Sandoval:“Corporation Pull in”- Terrorizer
5.Mikkey Dee:“Sacrifice”-Motörhead
4.Charlie Benante:“Efilnikufesin”-Anthrax
3.Philty Animal:“Overkill-live”-Motörhead
2.John Bonham:“Black Dog”-Led Zeppelin
1.Bill Ward:“War Pigs”-Black Sabbath

Per la classifica con i Dieci Batteristi Inumani (i moderni), basta cliccare QUI.

Quel Rude Venerdì Metallico /139: No Dimebag, No Pantera


Non l’hai detto tu o qualche fan integralista, ma Vinnie Paul durante un’intervista. Le sue esatte parole: “People always ask me, ‘Is there gonna be a reunion?’ ‘Are you gonna do something with Zakk Wylde?’ or whatever. And it’s just, like, no ‘Dimebag’ Darrell, no PANTERA. It just doesn’t fly; it’s not gonna work.”

Le insistenti voci che serpeggiavano nelle settimane scorse di una possibile reunion con Wylde al posto di Darrell finalmente trovano una smentita, quella definitiva. Le ripetute cover nostalgiche cantate da Anselmo insieme ai Kill Devil Hill, il gruppo dove milita attualmente Rex Brown, o quelle con i Black Label Society, sembravano quasi il preambolo di un ritorno clamoroso del gruppo Texano con Zakk ad imitare Darrell.

I Pantera non esistevano più già da prima che Darrell venisse ucciso, non dimentichiamolo, gli screzi tra Anselmo e gli Abbott, ma anche tra Rex ed il resto del gruppo, avevano causato lo scioglimento della band in modi poco amichevoli. Dissapori forti che Vinnie Paul non ha mai cercato di stemperare, tanto meno ha mai pensato di tendere una mano ad un Anselmo che le ha provate tutte per fare pace con il cicciuto batterista. E dire che oggi Phil è talmente modesto che si scusa pure per aver cantato di merda “I’m broken”, perchè aveva la voce fiaccata da alcol, fumo e dalla prova con i Down. Nella stessa dichiarazione ha provato a lanciare l’amo dicendo che in condizioni ottimali, può ancora cantare il materiale dei Pantera, se escludiamo cose difficili e ormai impensabili come “Cemetary Gates” (parole sue). Niente da fare, non se ne parla.

Lo sappiamo tutti, i Pantera con Wylde potrebbero anche tenere botta, ma di sicuro non sarebbe affatto la stessa cosa senza Dime. Si avrebbe lo stesso effetto del “Death to all tour” dove musicisti che hanno fatto parte dei Death in passato vanno in tour per raccogliere fondi. Bravi, bravissimi anzi, ma senza Chuck Schuldiner sembra sempre di ascoltare una cover band. Non sei contro le reunion a prescindere, se portano qualcosa di buono e sono mosse dalla passione e non solo dal “dinero” ben vengano. Prendete ad esempio i Dark Angel, tornano sfondando i palchi in tour, nessuno ha nulla da obiettare, anzi. Hanno energia da vendere e stanno rendendo onore al loro passato con prestazioni notevoli, controllare Iutubbe per credere.

I Pantera sono da lasciare lì, nel loro glorioso passato senza operazioni di dubbio gusto, ricordando ciò che è stato senza doversi sorbire pantomime di nessun genere.

Oggi siamo sicuri che non accadrà mai, grazie Vinnie, davvero.

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“Hell yeah prego!”

 

 

 

 

 

Motörhead-Aftershock


Motorhead_aftershockSi fan un gran parlare e scrivere su quanto sia inutile recensire un disco dei Motörhead oggi. Tanto lo sapete già che c’è dentro no?

La voce raschiatutto di Lemmy ed il suo basso caciarone, i chitarroni solidi di Phil Campbell, la batteria fisica e coinvolgente di Mikkey Dee. Brani veloci, brani bluesy e tanta energia. Finito bravi e tutti a casa.

I Motörhead sono questi, ormai da decenni continuano a registrare dischi con regolarità, infilando tutto quello che hanno in canzoni rodatissime e riescono ancora ad essere interessanti nonostante l’immensa immobilità che li contraddistingue e li rende così simpatici a tutti.

“Aftershock” è un buon lavoro, molta della gente che corre dietro al gruppo  ne deve mangiare di pagnottelle per avere tutta questa foga, anche senza quell’immunità speciale di cui gode il gruppo,  si può affermare che hanno ancora qualcosa da dire.

Il disco è in linea con quelli che lo hanno preceduto, “The World is Yours” e “Motörizer”, dischi buoni pieni di brani discreti, ma lontani anche dai nuovi classici come “We Are Motörhead” o “Inferno”. Ma allora perchè la ripetizione del trio funziona e quella di un Cavalera no? Perchè in fin dei conti ai Motörhead si perdonano dischi non proprio esaltanti come “Hammered” o”Snakebyte Love”? Qual è l’incantesimo che impedisce di cercare il pelo nell’uovo per stroncarli come si fa ad ogni uscita dei Dream Theater o degli Iron Maiden?

Forse è dovuto al mito dell’immortalità musicale che i Motörhead trasmettono, l’illusione che il tempo possa essere fermato e che ogni nota registrata sia la testimonianza che l’età biologica non conta un cazzo se nel sangue hai il fuoco del Rochenrolle. Sono la rassicurazione a tutte le paure che ognuno di noi cova, l’invecchiare, il perdere forza e smalto con gli anni e non riconoscersi più. Invece che forza Lemmy Phil e Mikkey, non si arrendono mai, non invecchiano perchè  la Musica li rende immortali.

Non è vero, ma ci crediamo tutti ancora una volta.

Tracklist:

01. Death Machine
02. Heartbreaker
03. Coming Back To You
04. Going To Mexico
05. Courage
06. Queen Of The Damned
07. Lost Woman Blues
08. Crying Shame
09. Paralyzed
10. Dust And Glass
11. Coup De Grace
12. Silence When You Speak To Me
13. Knife

Voto:3stelle

L’assaggio di “Aftershock”? Andiamo su, fate i seri…va be, ma giusto per rispettare il modello:

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Cappello means pelata