Sanctuary- The Year the Sun Died


folderI Sanctuary, la reunion più strana ed inaspettata dell’intera scena ha prodotto finalmente il suo primo lavoro, ma prima di condividere con voi cosa ne penso, vediamo un po’ come mai la reunion dei Sanctuary sia qualcosa di assolutamente non ordinario e prevedibile. In pillole, a Seattle una giovane band segue il solco della buona tradizione cittadina, mescolando Power-Thrash arzigogolato a raffinatezze care ai Queensryche, raggiungendo scarsi risultati in termini di vendite, nonostante l’importante sponsor Dave Mustaine a sostenerli(il quale li supportava anche con preghiere dalla famosa Chiesetta nella neve, ma questo lo sanno in pochi). Dopo due album meravigliosi segnati dalla maestosa complessità che non aiuterà la band a ritagliarsi gli ampi spazi che avrebbe meritato, la band si scioglie per via delle tensioni interne tra i membri. Dane e Sheppard che rifiutano di saltare sul carro del vincitore dell’epoca, il Grunge, gli altri che vorrebbero invece provarci e la frattura diventa insanabile. Dane e Shep così si portano dietro il nuovo entrato nei Sancutary Jeff Loomis e fondano una nuova band, chiamata “Nevermore” proprio per ricordare e non rivivere gli infausti eventi nella loro precedente band. I Nevermore conosceranno il successo, raggiungeranno vette di bellezza Metalla da non credersi, prima di svanire dietro a litigi e incomprensioni che neanche il loro nome ha potuto scongiurare.

E così Dane e Shep richiamano i vecchi compari dei Sanctuary, i quali avendo visto la fine del Grunge avranno capito che forse tutti i torti i due non ce li avevano, e così riformano la band. Loomis inaugura una carriera solista a base di dischi strumentali e collaborazioni varie, Van Williams si accasa in diverse band tra cui i soporiferi Ashes of Ares di Matthew Barlow, fuggito dagli Iced Earth e dall’influenza di Jon Schaffer senza liberarsene fino in fondo. E così il “mai più” da monito diventa un epitaffio…

I Sanctuary si riaffacciano dopo ben venticinque anni dal loro ultimo album, e molte cose sono cambiate da allora. Il loro Metallo non è più quell’oscura gemma che andava digerita e assimilata per bene prima di essere apprezzata, gli anni hanno regalato semplicità e compattezza al loro sound. Sembra di ascoltare i pezzi più lineari dei Nevermore, o forse ancora meglio, il disco solista di Dane. Per molti un difetto, per altri un pregio, fatto sta che i Sanctuary ne beneficiano e non poco. Non ci sono più le ambiziose parti strumentali che caratterizzavano i Sanctuary che furono, si bada al sodo e alla forma canzone più asciutta possibile. Il lavoro dei chitarristi è di sicuro meno efficace e pretenzioso di quanto fosse quello di Loomis nei Nevermore, ma regge bene e gli assoli sono sempre gustosi al punto giusto, se vogliamo proseguire col paragone obbligato coi Nevermore, anche la batteria risulta meno variegata e tecnica, seppure ben si adatta alla natura lineare dei pezzi.

Sarebbe stato assurdo aspettarsi un disco ultra complicato e poco digeribile, ma l’immediatezza dello stile maturato nel corso degli anni da Dane rende questo disco una piacevole sorpresa, avendo eliminato da anni il fastidioso e poco convincente falsetto urlato per concentrarsi sull’espressività della propria voce.

Un lavoro piacevole che non riporta indietro nè i Sancturary di un tempo nè tanto meno i Nevermore, prendendo molto invece dal Dane solista, in maniera più convincente e gradevole.

Tracklist:

01. Arise And Purify
02. Let The Serpent Follow Me
03. Exitium (Anthem Of The Living)
04. Question Existence Fading
05. I Am Low
06. Frozen
07. One Final Day (Sworn To Believe)
08. The World Is Wired
09. The Dying Age
10. Ad Vitam Aeternam
11. The Year The Sun Died

Voto:

3stellee mezzo!

L’assaggio del disco:”Arise and Purify”

Un sentimento comune nei fan nostalgici dei Nevermore...

Un sentimento comune nei fan nostalgici dei Nevermore…

Dieci Ballads per agevolare la serata


Premesso che tu le ballad le ODI, le ascolti malvolentieri e spesso passi proprio oltre, hai proprio voglia di aiutare il Metallaro che vorrebbe darci di spatola (ah che romanticismo!) nella plasticosa festa degli Innamorati, magari evitando di ricorrere sempre alla solita roba. Se vi rimane indigesto qualsiasi accenno a canzoni caramellose di gente che avete sempre odiato o non ce la fate proprio a mandare giù il classico “sax scopereccio” non abbiate paura, di seguito troverete ottime canzoni per incanalare nel modo giusto la serata.

Perciò mettete su qualcosa di viulento per tirarvi su e via con le dieci ballads (o simili) ricordandovi che:

-quella famosa roba stracciapalle che citano quando ti dicono:”Ah anche io ascolto i Metallica, mi piacciono due canzoni…” non c’è e non ce la vuoi
-i ballatoni ultra sputtanati nemmeno

loris-batacchi-fantozzi-subisce-ancora

10.”The Ballad”- Testament

Con il titolo che ha va bene per forza, anche se questa non è tra le migliori per creare atmosfera…va detto.

9.”Beth”- Kiss

Struggente, sfondamaroni, perfetta soprattutto se viene estrinsecato il testo di uno che ha il suo da fare ma vorrebbe tornare a casa dalla propria amata, un concetto che a molte donne piace di sicuro.

8.”Wasting Love”-Iron Maiden

Perchè se ve la giocate sul complesso dell’Infermiera, co’sta lagna fate un sicuro centro. Ricordatevi di spiegare il testo dell’amante che soffre, ma non immedesimatevi  troppo altrimenti potreste ottenere una spalla su cui piangere piuttosto che una zona erogena.

7-“Tears of the Dragon”-Bruce Dickinson

Ottima ballad, soprattutto nella versione acustica regala gioie dall’effetto assicurato. Inventate e affidatevi all’estro nel caso vi chiedessero di cosa parla.

6.” Closer”-Lacuna Coil

Perchè pur non essendo una ballad vera e propria funziona nel creare un atmosfera rilassata e a sciogliere il clima teso da caccia grossa che potrebbe aleggiare.

5.”Love me Forever”- nella versione Doro+Motörhead

Esplicita già dal titolo, va giù bene e si lascia ascoltare grazie all’ugola sgraziata di Lemmy che ci aiuta a rimanere lucidi e concentrati sull’obiettivo.

4.”Dreaming Neon Black”- Nevermore

Non sarà una ballad strappamutande tipo la robaccia che suonavano certi gruppi negli ’80, ma è un gran pezzo che vi permette di respirare un po’ e inoltre torna buono per incentrare la discussione sull’argomento del dolore per la  perdita della donna amata, che se giocata bene è una mano che porta risultati.

3.”Before the Dawn” -Judas Priest

Canzone perfetta di breve durata ma intensa. Halford ce la mette tutta per farvi venire i brividi,  ma ricordate di avere poco tempo per scardinare ogni resistenza.

2.”The Night of Dreams”- Labyrinth

Una perla per gli amanti delle promesse mirabolanti o comunque sicuri di sè. Cautela perchè dopo la “campagna elettorale” dalle promesse bisogna passare ai fatti…

1.”The Idol”- W.A.S.P.

Perchè è intensa, Blackie ci mette dentro l’anima e la storia di Jonathan piace alle donne. E poi la domanda clou ve la fai lui:”Where’s the Love to shelter me?”

E non basta, se non avete idee sul bigliettino per quei cioccolatini o quel bouquet, ecco la soluzione:

Romanticissima!

Romanticissima!

I dieci dischi fondamentali del decennio 2002-2012


Un post impegnativo da realizzare, nato da una precisa domanda di Doomsberg tra i commenti del Rude Venerdì /55: “E’ che negli ultimi anni il metal ha fatto proprio schifo. Solo ultimamente si sta risvegliando dopo un torpore durato un decennio. Questo credo sia una cosa oggettiva. Invito chiunque a segnalarmi 10 dischi metal spettacolari del periodo 2002-2011”.  Visto che chiunque ha da fare, ci pensi tu a sugggerire dieci dischi che in questo decennio sono stati fondamentali e che tutti dovrebbero recuperare subito. Anzi siccome dieci erano pochi e alcune perle non si poteva proprio lasciarle fuori, ti sei inventato i bonus come scusa. Ricordi che è una lista che comprende quello fondamentale dal  TUO punto di vista,se pensate ci siano delle mancanze segnalatele nei commenti al post senza insulti aggratiss. Ultima nota, i dischi sono in ordine cronologico e non di importanza…

2002

Dark Tranquillity- Damage Done

Il passaggio dello sperimentalismo estremo di “Projector” mescolato all’impronta classica del Death Svedese più melodico. Fondamentale per comprendere l’evoluzione di generi che dal Death Svedese hanno rubato tutto il rubabile, senza essere allo stesso livello neanche per dieci minuti.  Non ci si può esimere dall’ascoltar questo pezzo di bravura della band di Stanne che da qui in poi si adagierà  su questo modello. Sempre a livelli disumani, ma alla fine non si son spostati più…

Nile- In their Darkened Shrines

Un capolavoro estremo che ha segnato un nuovo modo di suonare Death Metal, aggiungendo una dimensione culturale e di temi innovativa ed originale, superando in qualche modo la sterile copiatura di orrori e libri di patologia. Pensate a quanti dopo questo disco hanno cominciato a suonare così tecnici e a parlare di civiltà sepolte dal tempo. Disco ineguagliabile  con un posto importante e di spicco nella storia del Metallo.

2004

Grip Inc.-Incorporated

Ultimo capitolo del fantastico terzetto Sorychta/Lombardo/Chambers, quest’ultimo tristemente scomparso nel 2008. La tecnica feroce di Lombardo unita all’estro del chitarrismo di Sorychta ancora una volta originò un disco che chi si è perso dovrebbe recuperare tipo adesso. Metal moderno, possente ed intelligente. Capolavoro vero.

Strapping Young Lad- Alien

Il punto più alto raggiungibile dai SYL, dopo “City” nessuno ci avrebbe creduto. Invece  questo ammasso di riff e canzoni ignoranti, cattive e schizofreniche è ancora più eccessivo del loro acclamato capolavoro futuristico. Hoglan è di un altro pianeta, le canzoni sono una meglio dell’altra, veloci, moderne, melodiche, cacofoniche, psichedeliche. Eccessivo, impossibile, imperdibile.

2005

Behemoth- Demigod

La definitiva maturità dei Behemoth si sublima in questo disco di cattivissimo Death Metal ricco di spunti originali ed un’aggressione infinita. Le velocissime partiture dei Polacchi non cedono mai alla tentazione della cacofonia pura, anzi riescono a rendere ogni canzone riconoscibile e con una propria valenza specifica. Uno stile che apparentemente non è nulla di nuovo, ma che cela uno stile unico ed imitato da molti negli anni a seguire.

Nevermore-This Godless Endeavour

Il vero capitolo finale dell’evoluzione della leggendaria band di Seattle. Metallo potentissimo, struggente ed emozionante sia che si parli di catastrofi umane che di evolute intelligenze artificiali. Un album così completo che fa quasi paura.

2006

Lamb of God- Sacrament

Nichilismo, cattiveria e tanto Metallo di quello figlio dei Pantera e dell’Hardcore. I LOG al loro punto più alto, canzoni tipo “mattonata sul setto nasale”, batteria superba di Chris Adler e tanta pesantezza “aggratiss”. Anche qui imitatori ed epigoni come se piovesse, infatti questo disco è fondamentale per comprendere numerose evoluzioni del sound ameregano degli anni duemila.

2008

Grand Magus- Iron Will

Quando la tradizione non è solo una sterile scusa per non progredire. I Grand Magus dimostrarono cosa significa proporre Metallo di qualità senza inventarsi un cazzo, risultando però attuali e con una proposta estremamente personale. Perchè le radici sono sempre là, basta saperle raccontare alla propria maniera.

2010

Triptykon-Eparistera Daimones

Il genio di Tom G. “Warrior” Fischer si sublima in una discesa oscura nel pesantissimo ed opprimente sound nero di questo disco. Lo sperimentalismo morboso dell’indimenticato leader dei Celtic Frost trova terreno fertile sulle note delle chitarra di V.Santura, talentuoso e malatissimo chitarrista tedesco, protagonista negli interessanti e misconosciuti Dark Fortress. Un affresco musicale che l’opera di Giger in copertina riesce  a rendere con fatica, dovrete intraprendere da soli il viaggio alla ricerca della comprensione. Non sarà facile, ma ne varrà la pena…

2012

Meshuggah-Koloss

Il capolavoro del decennio, l’incredibile vertice di perfezione al quale tutti anelano, ma pochi riescono anche solo a sfiorare. Maledetti Meshuggah, così pesanti ed apparentemente ostici nella loro irregolare proposta musicale unica ed inimitabile. Un disco talmente immenso da oscurare il cielo, fondamentale ed unico. Altro che “djent”…questo è il Metallo  perfetto per tempi dimmerda come i nostri.

I titoli bonus, con commento secco e veloce.

3 Inches of Blood-Advance and Vanquish (2004)

Interessante il growl intersecato con il classico urlo in falsetto. Il primo di una nuova ondata di giovani gruppi nostalgici del Metallo che fu.

Machine Head- The Blackening(2007)

Il ritorno definitivo dei Machine Head alla (nuova) forma. Imperdibile e consistente

Mastodon- Crack the Skye (2009)

Capolavoro che sfugge alla catalogazione sterile. Un disco che picchia, fa sognare…

Accept- Blood of the Nations (2010)

Nuovo cantante, vita nuova e disco migliore da un sacco di anni a questa parte. Un nuovo classico…

Symphony X-Iconoclast(2011)

Disco incredibile e ricco di tutto quello che c’è di buono nel Power Prog.

Ecco, adesso dite la vostra…

Jeff Loomis- Plains of Oblivion


I Nevermore non ci sono più. Cioè ci sono ancora, ma come è noto sia Van Williams che Jeff Loomis non ne fanno più parte. E se in un gruppo non ci sono più due membri che consideri fondamentali per il loro valore immenso,  è come se non esistesse  più per davvero. Almeno per te…

Dopo le sentite “Lacrime Napulitane” per la fine di un gruppo come non ne vengono fuori spesso, scattano gli applausi per l’ennesima strabiliante prova di Loomis.

Il biondo ameregano torna a colpire con un album chitarristico migliore del pur ottimo “Zero Order Phase” uscito nel 2008, migliore perchè non contiene solo ottimi sfoggi di tecnica e un numero di assoli grande come il debito pubblico italiano, ma dei pezzi in cui il cantato aiuta a mandare giù un piatto che spesso in questi album rischia di diventare indigesto. E metteteci pure che riascoltare la splendida voce di Christine Rhoades è davvero emozionante. “Tragedy and Harmony” è un pezzo meraviglioso dove Christine quasi oscura il lavorio esasperato di Jeff, chi ha consumato “Dreaming Neon Black” non potrà fare a meno di concedersi una lacrimuccia o un orgasmo, a seconda della propria sensibilità d’animo.

A cantare sull’album figura anche un incazzatissimo Ishahn in “Surrender”, magnifica canzone dove la voce scartavetrante dell’ex-Emperor  è un elemento imprescindibile, non oso immaginare se avessero composto tutto l’album insieme…

Tra i nomi che accompagnano Loomis sul fronte chitarristico ci sono un ispiratissimo Marty Friedman, il sempre  valido Chris Poland e il virtuoso Tony Macalpine oltre ad Attila Voros, nome poco conosciuto ma che vanta collaborazioni sia con Warrel Dane che con i Nevermore. Inutile affermare che gli ospiti impreziosiscono un lavoro già bello carico e che si può apprezzare senza essere dei maniaci ossessivi della chitarra. Anzi, prestate orecchio anche al rodato Dirk Verbeuren, batterista sempre più “affidabile”.

Una nuova prova di valore per questo chitarrista emozionante tra arpeggi acustici, assoli da suicidio per eventuali aspiranti e nostalgici nevermoriani.

Tracklist:

1. Mercurial 
2. The Ultimatum
3. Escape Velocity
4. Tragedy And Harmony
5. Requiem For The Living
6. Continuum Drift 
7. Surrender 
8. Chosen Time 
9. Rapture
10. Sibylline Origin

Voto:

L’assaggio del disco:”The Ultimatum”

"This is a guitar" , la prima lezione di Loomis