Arch Enemy- Will to Power


Il ritorno della band di Amott portava un carico piuttosto pesante di aspettative. La conferma che Alissa è la scelta giusta per il gruppo, scelta a dire il vero già corroborata dalle prove sul palco della blu-crinita, la voglia di riascoltare un Loomis in grande spolvero dopo lo scioglimento dei Nevermore e i due album solisti che per quanto bellissimi, lasciavano sempre la voglia di ascoltare le sue prodezze all’interno di un album meno orientato agli appassionati di chitarra. Metteteci pure la curiosità di sapere se “War Eternal”, un ottimo album a mio avviso, poteva avere un degno o migliore successore. E purtroppo a quanto pare non è andata proprio come ci si aspettava. L’album in sè non è orribile o inascoltabile, ma lascia davvero il tempo che trova, un compitino poco più che passabile che delude chi aveva determinati auspici, come il sottoscritto. Perchè prendere Loomis in pianta stabile e relegarlo a fare due assoletti in croce(mostrando comunque un’adattabilità ed una classe fuori dal comune), lasciandolo completamente fuori dal processo di scrittura? Non c’era tempo? Oppure Amott è peggio del Mustaine dei bei tempi? Molte domande a cui probabilmente dare una risposta sarebbe pretestuoso e fuori luogo, mi limito a constatare che questo disco è una grossa occasione sprecata. La maggior parte dei pezzi segue il canovaccio ormai trito della “buona scrittura di un pezzo degli Arch Enemy”, laddove un ingresso importante come quello di Loomis avrebbe potuto dare freschezza ad archetipi compositivi che mostrano la corda dopo tutti questi anni. Praticamente ogni soluzione adottata nel disco l’abbiamo apprezzata ed ascoltata in numerose occasioni, si ripete pedissequamente uno schema consolidato e consunto per quasi tutti i pezzi. Persino quando  la band prova a sfruttare la voce pulita di Alissa fallisce miseramente, propinandoci un pezzo insignificante e bruttino. La speranza maturata dopo “War Eternal” di poter sentire tutte le corde vocali della cantante ben sfruttate è stata non solo disattesa, ma mi ha fatto pensare che forse sarebbe stato meglio non provarci affatto visto il risultato.

“Will to Power” assomiglia ad una catastrofe e forse poco ci manca, mi ha ricordato un po’ “Khaos Legion”, lavoro formalmente perfetto ma praticamente inutile. Se da un lato non manca qualche pezzo gradevole, tipo “The World is yours” dove guarda caso a Loomis viene lasciato spazio per un assolo, si ascolta senza ricevere mai un brivido, una scossa di quelle buone. Quelle che ti fanno ricordare ed apprezzare un disco, quelle che attenuano un po’ il senso di colpa per aver sacrificato venti sacchi sull’altare del Metallo senza pensarci due volte. Vi risparmio la giustifica che leggiamo spesso alla fine di certe recensioni:”ai fan piacerà”. Ai fan piace tutto quello che gli dai, purchè non esca da ciò che si aspettano quindi che senso ha ribadirlo? I fan possono stare più che tranquilli: qui i cambiamenti sanno di “Gattopardo”, dove le novità sono solo apparenza utile a conservare lo status quo. E finchè regge che senso avrebbe per gli Arch Enemy provare davvero a stupire?

Tracklist:

1 – Set Flame to the Night 
2 – The Race 
3 – Blood in the Water 
4 – The World Is Yours 
5 – The Eagle Flies Alone 
6 – Reason to Believe 
7 – Murder Scene 
8 – First Day in Hell 
9 – Saturnine 
10 – Dreams of Retribution
11 – My Shadow and I
12 – A Fight I Must Win

Voto:

L’assaggio del disco:”The Eagle flies alone”

 

 “Come ci attavoliamo, simpatici contro antipatici?

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Quel Rude Venerdì Metallico /128: Loomis, quello che fa cantare la chitarra


L’occasione per parlare di nuovo di Jeff Loomis viene dal recente ascolto del suo progetto “Conquering Dystopia”, una “studio-band” messa su dal biondo ex-Nevermore (piangete pure) insieme al chitarrista Keith Merrow, coadiuvati da Alex Webster dei Cannibal Corpse e dal batterista Alex Rüdinger, ex-un sacco di gruppi ma oggi in pianta stabile nei The Faceless, gruppo Tech Death da leccarsi le orecchie, per usare l’espressione che ripeteva anni fa quel pirla di Greggio. Il loro è un progetto strumentale, senza alcun cantato nei dodici dico dodici pezzi del disco, una scelta precisa che restringe immediatamente il campo dei potenziali acquirenti. Sì perchè per molti l’assenza di un cantante è un vero e proprio handicap, una mancanza imperdonabile per godersi del buon Metallo. Ma proprio qualche giorno fa, abbiamo visto che un cantante poco capace può essere molto peggio che non averlo affatto.

Se è vero che anche tu preferisci sempre ascoltare musica con il cantato, è indiscutibile che quando un musicista fa parlare come si deve la propria musica, ascoltare un intero album strumentale è assai gratificante. E Loomis è uno che può permettersi di azzardare, come ampiamente dimostrato nei suoi due lavori solisti, tra i pochi dischi esclusivamente a base di chitarra che digerisci. La musica dei Conquering è interessante, bella da ascoltare e ricca di note come non vi potete immaginare e, cosa fondamentale,  i pezzi sono costruiti in modo da non avere quella sensazione di ascoltare delle basi su cui qualcuno ha dimenticato di sovrapporre la traccia vocale.

Il cruccio è che sarebbe bellissimo ascoltare di nuovo Loomis dentro un contesto diverso dopo una tale sbornia strumentale, dentro una bella band come si deve,  con un cantante e tanto Metallo. Non per essere polemici a tutti i costi, questi dischi per far vedere che suona da fenomeno ti piacciono, ma perchè non mettere su un bel gruppone? Ha paura di trovarsi a collaborare con un cantante capriccioso e beone? Possibile che sia spaventato a tal punto dal suo passato rapporto con Dane da non volerci riprovare?

jeff-loomis

Domande che come al solito non avranno risposta, ma che ti poni spontaneamente mentre ascolti di nuovo questa strana creatura dei Conquering Dystopia, indubbiamente una bella ma impegnativa esperienza da fare: se non potete fare a meno di una voce ed uno schema fisso lasciate perdere, vi scassereste le ginocchia dopo dieci minuti.

Devi ammettere che un album strumentale richiede molta più dedizione di uno “normale”, la musica va assaporata e seguita ad ogni variazione, ogni saliscendi e cambio di tempo è unico e una volta perso si deve ricominciare da capo il pezzo se si vuole riascoltarlo. Niente forma canzone con parti che si ripetono e che entrano in testa, la varietà e la mutevolezza dei pezzi richiedono concentrazione durante l’ascolto ed è difficile ricordare tutto, specie dopo ascolti distratti. Insomma, lo strumentale va bene, quando è concepito nel modo giusto, ma sempre e comunque a piccole dosi, non c’è niente da fare.

E voi? Amate gli album strumentali? Vi intriga  ascoltare Loomis che smanica in lungo e in largo in ottima compagnia oppure preferite tornare ad ascoltare “The Politics of Ecstasy”?

dd

Questa? Non c’entra un beneamato, ma si adatta bene no?

 

 

 

Jeff Loomis- Plains of Oblivion


I Nevermore non ci sono più. Cioè ci sono ancora, ma come è noto sia Van Williams che Jeff Loomis non ne fanno più parte. E se in un gruppo non ci sono più due membri che consideri fondamentali per il loro valore immenso,  è come se non esistesse  più per davvero. Almeno per te…

Dopo le sentite “Lacrime Napulitane” per la fine di un gruppo come non ne vengono fuori spesso, scattano gli applausi per l’ennesima strabiliante prova di Loomis.

Il biondo ameregano torna a colpire con un album chitarristico migliore del pur ottimo “Zero Order Phase” uscito nel 2008, migliore perchè non contiene solo ottimi sfoggi di tecnica e un numero di assoli grande come il debito pubblico italiano, ma dei pezzi in cui il cantato aiuta a mandare giù un piatto che spesso in questi album rischia di diventare indigesto. E metteteci pure che riascoltare la splendida voce di Christine Rhoades è davvero emozionante. “Tragedy and Harmony” è un pezzo meraviglioso dove Christine quasi oscura il lavorio esasperato di Jeff, chi ha consumato “Dreaming Neon Black” non potrà fare a meno di concedersi una lacrimuccia o un orgasmo, a seconda della propria sensibilità d’animo.

A cantare sull’album figura anche un incazzatissimo Ishahn in “Surrender”, magnifica canzone dove la voce scartavetrante dell’ex-Emperor  è un elemento imprescindibile, non oso immaginare se avessero composto tutto l’album insieme…

Tra i nomi che accompagnano Loomis sul fronte chitarristico ci sono un ispiratissimo Marty Friedman, il sempre  valido Chris Poland e il virtuoso Tony Macalpine oltre ad Attila Voros, nome poco conosciuto ma che vanta collaborazioni sia con Warrel Dane che con i Nevermore. Inutile affermare che gli ospiti impreziosiscono un lavoro già bello carico e che si può apprezzare senza essere dei maniaci ossessivi della chitarra. Anzi, prestate orecchio anche al rodato Dirk Verbeuren, batterista sempre più “affidabile”.

Una nuova prova di valore per questo chitarrista emozionante tra arpeggi acustici, assoli da suicidio per eventuali aspiranti e nostalgici nevermoriani.

Tracklist:

1. Mercurial 
2. The Ultimatum
3. Escape Velocity
4. Tragedy And Harmony
5. Requiem For The Living
6. Continuum Drift 
7. Surrender 
8. Chosen Time 
9. Rapture
10. Sibylline Origin

Voto:

L’assaggio del disco:”The Ultimatum”

"This is a guitar" , la prima lezione di Loomis

 

Jeff Loomis- La prima intervista dopo l’abbandono dei Nevermore


Il biondo guitar hero ha rilasciato in esclusiva per il sito ameregano “Metalsucks.net” un’interessante intervista in cui parla dei motivi dell’abbandono dei Nevermore e dei progetti futuri. Traduco alcuni estratti per la vostra gioia:

“MS: Tuffiamoci nella domanda più ovvia: dal tuo punto di vista cosa è successo con i Nevermore?”

JL:”Van (Williams) e io abbiamo cominciato a parlarne mentre eravamo in tour con i Symphony X in Europa. Come tutti sanno siamo insieme dal 1993 e siamo stati bene  per molti anni. Penso che in un lasso di tempo passato insieme tra lunghi tour e registrazioni di dischi, abbiamo avuto una sorta di rigetto tra noi. Ci sono stati molti problemi con l’abuso di alcol,  anche io ne ho avuti. Ma non voglio farmi intervistare sulla fine dei Nevermore solo per parlar male di un particolare membro del gruppo, sarebbe ingiusto e falso.”

e ancora…

JL:”Eravamo nell’ultima parte del tour europeo con i Symphony X quando Van ed io abbiamo parlato con Warrel nel bacstage e gli abbiamo comunicato che né io né Van avremmo continuato la parte di tour in U.S.A. Volevamo avere un po’ di tempo per  chiarire le idee, parlare tutti insieme e aspettare il ritorno di Jim, che stava recuperando dal suo intervento al cervello. A Warrel l’idea non piacque neanche un po’, ma io e Van eravamo fermi sulla nostra decisione, pensando che fosse una mossa intelligente ripartire più freschi dopo qualche tempo. Ne venne fuori una discussione tremenda, perchè il promoter negli U.S.A. era incazzato e c’era la voce che avrebbero potuto farci causa. Quello fu abbastanza, così io e Van rilasciammo il comunicato in cui dichiaravamo di lasciare la band. Ne avevo abbastanza in fondo. Volevo fare cose differenti in musica e penso sia stato meglio per entrambi abbandonare il gruppo. E’ stato incredibile, comunque, la risposta che abbiamo avuto dai nostri fans. E’ bello sapere che regaliamo energia positiva ai fan con la nostra musica”.

MS:”Hai parlato con Jim e Warrel dopo il vostro abbandono?”

JL:”Ho provato a contattarli, ma  preferiamo mantenere le distanze per il momento”.

Alla domanda su quando siano iniziati i problemi nella band, Jeff risponde intorno al 2005 a causa dei problemi di salute prima di Warrel Dane e poi di Jim Shepard. I problemi che ogni band affronta erano diventati continui ed insostenibili. Jeff commenta anche le brutte dichiarazioni che Dane ha rilasciato nei confronti di Van Williams, definendole “una cosa triste considerando anche la ventennale amicizia e i numerosi dischi e tour affrontati insieme. Jeff parla molto anche del suo disco solista che sta preparando spalleggiato da Dirk Verbeuren alla batteria e Christine Rhoades  alla voce. Christine è la sensuale voce che ha collaborato con i Nevermore per “Gardens of Grey” e in “Dreaming Neon Black”.

Tutta l’intervista originale qui.

Nel video alcune parti di batteria in studio registrate da Verbeuren per il prossimo disco di Loomis.