Carcass- Surgical Steel


Carcass-Surgical-Steel-cover-artUn ritorno da brividi, una reunion che ha fatto discutere in ogni angolo della Rete e non solo. Quanti possono vantare una discografia ed una carriera come i Carcass? Senza dubbio pochissimi ed è per la loro assoluta peculiarità che l’annuncio di un nuovo disco di inediti aveva creato scompensi e parapiglia,  con i soliti disfattisti che urlavano alla rovina della memoria storica e allo sputtanamento di vecchi classici, come se fosse possibile rovinare un classico di ieri pubblicando un disco orrendo oggi. Se davvero così fosse non esisterebbero classici intatti…

E dopo un’attesa insopportabile durata mesi, Steer e Walker hanno fatto uscire un disco meraviglioso, un tassello che mancava per concludere una carriera finita in modo troppo tormentato (ma affatto deludente come pensano in troppi).

“Surgical Steel” dimostra almeno due cose:

1- prima di parlare a sproposito si dovrebbe almeno ascoltare qualche nota
2-i Carcass stanno avanti a tutti i miliardi di imitatori e rimasticatori dei loro sound.

Ci sono i blast beast più abrasivi, ci sono le melodie che avete amato tutti, ci sono i passaggi intricati e le cavalcate esaltanti, ma non è affatto un “Heartwork parte II”, per niente. Rimescolano le loro migliori caratteristiche proponendo un Metallo che è Carcass al 100%,  senza essere una pedissequa riscrittura del mito. Non è una cosa semplice ma ci riescono benissimo, alla faccia di tutti i detrattori.

Steer è in una forma strepitosa e i suoi riff sono ad un livello superiore, roba che il pur bravo Amott manco si sogna negli Arch Enemy. Il suo tocco è innegabile anche quando decide di usare l’arpeggio con la chitarra classica nell’ultima monumentale “Mount of Execution”, uno dei pezzi più freschi dell’album, si capisce che è scelta fatta con metodo per impreziosire un brano, non una cosa così tanto per spezzare. Steer da sempre è una specie di mostro chitarristico con la faccia da bravo ragazzo, ma su “Surgical…” si dimostra l’asso nella manica, un musicista che sa comporre una canzone, non appiccicare una serie di riff  a trecento chilometri orari.Pentacle_top album

Walker da parte sua si sgola su testi moderni che oltrepassano il solito copia-copia dai manuali di medicina, ampiamente imitato ancora oggi da moltissimi. Contribuisce anche lui a rendere questo disco imperdibile, con un basso che segue senza particolari sussulti le assurde trame di Steer, convinto ed incazzato come un ventenne. Ottima anche la prova del sostituto di Ken Owen, assente per ovvi motivi ma comunque partecipe al progetto, tale Dave Wilding che ha suonato con moltissimi gruppi e ce la mette tutta per non sfigurare, riuscendo a ritagliarsi uno spazio tra i due giganti.

Il disco è pieno di pezzi memorabili, un orgia di schiaffi sprezzante e prepotente, un assalto che si fa beffe della nostalgia dei bei tempi e vive di presente. Non è un richiamo per tutti quelli che rimpiangono il passato, ma un disco talmente gigantesco, talmente bello che quasi non ci si crede.

Non fate i superficiali, ascoltatelo e godetene ogni nota, questo è Metallo. Il resto so’chiacchiere…

Tracklist:

1. 1985
2. Thrasher’s Abattoir
3. Cadaver Pouch Conveyor System
4. A Congealed Clot of Blood
5. The Master Butcher’s Apron” 4:00
6. Noncompliance to ASTM F 899-12 Standard
7. The Granulating Dark Satanic Mills
8. Unfit for Human Consumption
9. 316 L Grade Surgical Steel
10. Captive Bolt Pistol
11. Mount of Execution

Voto:4stellee mezzo!

L’assaggio del disco:l’ormai celebre “Captive Bolt Pistol”

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Surgicallimortacci!!!

Quel Rude Venerdì Metallico /92:Ciao Jeff


La notizia l’hai appresa mentre stavi facendo colazione, con l’occhio ancora a mezz’asta davi una prima occhiata alle e-mail e alle notifiche di Facebook, poi hai letto la vera sberla che ti ha svegliato all’istante: Jeff Hanneman se ne va a soli 49 anni.

Da qualche tempo si cominciava a parlare di rientro nei ranghi dopo la terribile fascite necrotizzante che lo aveva colpito e tenuto lontano dai palchi, una malattia della quale molti avevano sorriso ed ironizzato non sapendo minimamente di che cazzo si trattasse. Purtroppo Jeff non tornerà mai con gli Slayer, non lo vedremo mai più suonare a testa bassa fermo da una parte del palco a massacrare la paletta della sua chitarra.

Mentre “Decade of Aggression” sta  sventrando le casse del tuo stereo non fai che guardare quel poster degli Slayer sopravvissuto al trasloco e all’assalto indiscriminato del gatto. E’ una foto del periodo “Divine Intervention” e c’è Bostaph al posto di Lombardo, Jeff indossa una tuta dei Kings e ha la solita faccia truce corredata da occhialoni da sole. Quella è stata per anni la faccia a cui pensavi quando ti imbattevi nel nome di Hanneman o degli Slayer, poi col tempo hai conosciuto anche l’Hanneman fotocopia di Downing e l’Hanneman truccato degli esordi.  Ti vengono alla mente le volte che hai visto gli Slayer dal vivo, pezzi di interviste che hai letto negli anni, le volte che a sostenerti c’erano solo questi signori truci, tutto guardando quel poster. Insieme ai ricordi rimane la sua chitarra, i suoi riff e quegli assoli che sai distinguere da quelli di King, come ogni buon fan dotato di orecchie riesce a fare con semplicità.

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Ci mancava già, adesso ci mancherà di più. Ciao Jeff!

 

Jeff Loomis- Plains of Oblivion


I Nevermore non ci sono più. Cioè ci sono ancora, ma come è noto sia Van Williams che Jeff Loomis non ne fanno più parte. E se in un gruppo non ci sono più due membri che consideri fondamentali per il loro valore immenso,  è come se non esistesse  più per davvero. Almeno per te…

Dopo le sentite “Lacrime Napulitane” per la fine di un gruppo come non ne vengono fuori spesso, scattano gli applausi per l’ennesima strabiliante prova di Loomis.

Il biondo ameregano torna a colpire con un album chitarristico migliore del pur ottimo “Zero Order Phase” uscito nel 2008, migliore perchè non contiene solo ottimi sfoggi di tecnica e un numero di assoli grande come il debito pubblico italiano, ma dei pezzi in cui il cantato aiuta a mandare giù un piatto che spesso in questi album rischia di diventare indigesto. E metteteci pure che riascoltare la splendida voce di Christine Rhoades è davvero emozionante. “Tragedy and Harmony” è un pezzo meraviglioso dove Christine quasi oscura il lavorio esasperato di Jeff, chi ha consumato “Dreaming Neon Black” non potrà fare a meno di concedersi una lacrimuccia o un orgasmo, a seconda della propria sensibilità d’animo.

A cantare sull’album figura anche un incazzatissimo Ishahn in “Surrender”, magnifica canzone dove la voce scartavetrante dell’ex-Emperor  è un elemento imprescindibile, non oso immaginare se avessero composto tutto l’album insieme…

Tra i nomi che accompagnano Loomis sul fronte chitarristico ci sono un ispiratissimo Marty Friedman, il sempre  valido Chris Poland e il virtuoso Tony Macalpine oltre ad Attila Voros, nome poco conosciuto ma che vanta collaborazioni sia con Warrel Dane che con i Nevermore. Inutile affermare che gli ospiti impreziosiscono un lavoro già bello carico e che si può apprezzare senza essere dei maniaci ossessivi della chitarra. Anzi, prestate orecchio anche al rodato Dirk Verbeuren, batterista sempre più “affidabile”.

Una nuova prova di valore per questo chitarrista emozionante tra arpeggi acustici, assoli da suicidio per eventuali aspiranti e nostalgici nevermoriani.

Tracklist:

1. Mercurial 
2. The Ultimatum
3. Escape Velocity
4. Tragedy And Harmony
5. Requiem For The Living
6. Continuum Drift 
7. Surrender 
8. Chosen Time 
9. Rapture
10. Sibylline Origin

Voto:

L’assaggio del disco:”The Ultimatum”

"This is a guitar" , la prima lezione di Loomis

 

Jeff Loomis- La prima intervista dopo l’abbandono dei Nevermore


Il biondo guitar hero ha rilasciato in esclusiva per il sito ameregano “Metalsucks.net” un’interessante intervista in cui parla dei motivi dell’abbandono dei Nevermore e dei progetti futuri. Traduco alcuni estratti per la vostra gioia:

“MS: Tuffiamoci nella domanda più ovvia: dal tuo punto di vista cosa è successo con i Nevermore?”

JL:”Van (Williams) e io abbiamo cominciato a parlarne mentre eravamo in tour con i Symphony X in Europa. Come tutti sanno siamo insieme dal 1993 e siamo stati bene  per molti anni. Penso che in un lasso di tempo passato insieme tra lunghi tour e registrazioni di dischi, abbiamo avuto una sorta di rigetto tra noi. Ci sono stati molti problemi con l’abuso di alcol,  anche io ne ho avuti. Ma non voglio farmi intervistare sulla fine dei Nevermore solo per parlar male di un particolare membro del gruppo, sarebbe ingiusto e falso.”

e ancora…

JL:”Eravamo nell’ultima parte del tour europeo con i Symphony X quando Van ed io abbiamo parlato con Warrel nel bacstage e gli abbiamo comunicato che né io né Van avremmo continuato la parte di tour in U.S.A. Volevamo avere un po’ di tempo per  chiarire le idee, parlare tutti insieme e aspettare il ritorno di Jim, che stava recuperando dal suo intervento al cervello. A Warrel l’idea non piacque neanche un po’, ma io e Van eravamo fermi sulla nostra decisione, pensando che fosse una mossa intelligente ripartire più freschi dopo qualche tempo. Ne venne fuori una discussione tremenda, perchè il promoter negli U.S.A. era incazzato e c’era la voce che avrebbero potuto farci causa. Quello fu abbastanza, così io e Van rilasciammo il comunicato in cui dichiaravamo di lasciare la band. Ne avevo abbastanza in fondo. Volevo fare cose differenti in musica e penso sia stato meglio per entrambi abbandonare il gruppo. E’ stato incredibile, comunque, la risposta che abbiamo avuto dai nostri fans. E’ bello sapere che regaliamo energia positiva ai fan con la nostra musica”.

MS:”Hai parlato con Jim e Warrel dopo il vostro abbandono?”

JL:”Ho provato a contattarli, ma  preferiamo mantenere le distanze per il momento”.

Alla domanda su quando siano iniziati i problemi nella band, Jeff risponde intorno al 2005 a causa dei problemi di salute prima di Warrel Dane e poi di Jim Shepard. I problemi che ogni band affronta erano diventati continui ed insostenibili. Jeff commenta anche le brutte dichiarazioni che Dane ha rilasciato nei confronti di Van Williams, definendole “una cosa triste considerando anche la ventennale amicizia e i numerosi dischi e tour affrontati insieme. Jeff parla molto anche del suo disco solista che sta preparando spalleggiato da Dirk Verbeuren alla batteria e Christine Rhoades  alla voce. Christine è la sensuale voce che ha collaborato con i Nevermore per “Gardens of Grey” e in “Dreaming Neon Black”.

Tutta l’intervista originale qui.

Nel video alcune parti di batteria in studio registrate da Verbeuren per il prossimo disco di Loomis.