Quel Rude Venerdì Metallico /127: L’Indagatore dell’Incubo


Chi è l’Indagatore dell’Incubo? Se vi state ponendo la domanda probabilmente non avete mai letto un fumetto in vita vostra oppure venite da Marte, dato che Dylan Dog è divenuto un’icona pop nel corso della sua quasi trentennale carriera, quasi al pari o superiore a Tex Willer, tanto per fare un paragone con un altro famosissimo personaggio della Bonelli Editore.

Hai sempre letto e divorato fumetti, tanto da forgiare e coltivare la passione per il disegno e per il mestiere di fumettista già da bambino, ma Dylan Dog lo hai aperto per la prima volta anni dopo la sua comparsa in edicola. Come i più fedeli lettori di R.A.M. ricorderanno, eri abbastanza impressionabile e non avevi affatto un buon rapporto con l’Horror, tanto da evitare assolutamente il contatto con film e fumetti “de paura”. Ma una volta tuo padre ti portò come faceva spesso, un fumetto che aveva comprato tornando dal lavoro. E quella volta era una copia di Dylan Dog, il numero 33 intitolato “Jekyll”, uscito nel 1989.  Avevi poco più di dieci anni e solo avere per le mani un fumetto dell’orrore ti aveva scosso. Non l’avevi nemmeno aperto, lo temevi come un evasore teme un agente della Finanza, ma pian piano il desiderio inspiegabile di aprirlo sfidando la paura ed il disgusto vinse e lo leggesti a piccole dosi. Ci volle una settimana per finirlo e non fu semplice metabolizzarlo. Dire che ti piacque sarebbe sbagliato, ti aveva turbato, non volevi affatto leggerne altri in futuro, ma qualcosa col passare dei mesi cambiò. Cominciasti a comprarlo regolarmente e a leggerlo, vincendo la paura.

Dylan-DogOrmai era fatta, riuscivi a sopportare gli orrendi delitti, gli orrori che visti con gli occhi di oggi, erano assai annacquati rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare da un fumetto horror.

Grazie alle storie di Sclavi, ricalcate spesso su libri e film arcinoti ai fan del genere, cominciasti ad approfondire la materia e a conoscere scrittori e registi che avevano fatto la fortuna del genere. Consumavi avidamente ogni Almanacco speciale, dove nei primi anni c’erano persino delle mini recensioni a dischi Metal, cominciando a desiderare di mettere le mani sui film di Romero, Fulci e Bava o a bramare i romanzi di King o Barker. Le storie migliori rimarrano sempre impresse nelle tua mente, oggi che riprendi in mano spesso qualche numero per rileggerlo o per capire qualche inquadratura di quei disegnatori che ti piacciono tanto o per ridere un po’ delle sghembe prospettive di Montanari e Grassani, ma non acquisti più gli inediti. Col passare degli anni e delle uscite, il macabro e l’orrore perdevano sempre di più forza ed impatto, riducendosi spesso ad elemento di contorno sempre più standardizzato sul genere “metamorfosi kafkiana”. Cominciavano ad essere sempre di più i numeri mediocri, le storie fiacche o tremendamente deludenti come quella del numero cento, vero calcio nelle parti basse. E intorno al centottantesimo numero hai smesso di comprarlo.

La serialità purtroppo ha ammazzato sempre di più la verve rivoluzionaria che Dylan Dog aveva portato nell’allora ingessato fumetto italiano, donando dignità e spessore culturale ad un genere e ad un mezzo espressivo considerato minore o peggio, da minorati. E hai voglia a parlare di rivoluzioni, di cambi di gestione, purtroppo Dylan Dog non è Tex, dove la ripetizione è un punto fermo, che se non mangia una bistecca alta tre dita e coperta da una montagna di patatine fritte tra una sparatoria e l’altra non accontenta nessuno, come ogni buon western si può ripetere all’infinito. Dylan Dog no, con lui non ha funzionato, soprattutto perchè ha perso quella sfrontatezza e quel coraggio che avevano contraddistinto i primi numeri.

Tu lo ringrazierai per sempre con affetto per averti dato l’occasione di vincere quelle stupide paure, di averti fatto conoscere una marea di film e libri che oggi consideri irrinunciabili, ma oggi non è più la stessa cosa e preferisci rileggere le storie migliori, con buona pace dei lodevoli tentativi odierni di risollevarne il nome. Nel caso ci riuscissero, segnalatelo nei commenti, saresti felicissimo di essere smentito.

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“Oh, per me neanche mezza parola?”

Death SS- Resurrection


death-ss-resurrection-2013La notizia di un nuovo disco dei Death SS è una di quelle che può rendere una giornata migliore, eppure allo stesso tempo dopo l’euforia iniziale veniva da chiedersi se Steve e soci sarebbero stati all’altezza dei brillanti “Sette Sigilli” oppure no.

Poi arriva il momento di ascoltare l’album e i dubbi lasciano il posto all’ammirazione: è il lavoro migliore che il gruppo abbia registrato da parecchi anni, un ritorno così bilanciato e perfetto che sembra concertato insieme ad un’entità oscura, una di quelle con le corna. “Resurrection” è un disco potente, ricco di atmosfera, di impatto e di passione. E’ una resurrezione completa e convincente, non una rinascita a metà come quella di uno zombie, che fa le cose in maniera meccanica spinto dai ricordi del passato.

I Death SS hanno sempre preso strade rischiose, differenti da tutti gli altri e questo non ha sempre pagato in termini di ritorno personale, ma non conta:

Pentacle_top album

ancora una volta scelgono di stupire, di non farsi ingabbiare e prendere qualche rischio. Si comincia infatti con “Revived” che ha un inizio che ti ha fatto tremare, con quel “tunztunz” a metà fra Industrial e musica da ballo (non il liscio ovviamente), ma che poi sfocia in un brano viuulento ed energico, poi una canzone più “classica” e legata al passato del gruppo “The Crimson Shrine” dove prosegue il discorso su Aleister Crowley intrapreso sul sempre bellissimo “Do What Thou Wilt”, poi via di modernismo con “Eaters” , allucinanti incubi demoniaci con “The Devil’s Graal, una lenta ed ossessiva marcia in “The Adoration Song” oppure la sfrontatezza rock’n  roll di “Bad Luck”, dove Steve con ferma ironia manda a quel paese gli imbecilli che ancora credono alla nomea di porta sfiga che lui e la band si portano dietro da anni. Hai pescato quasi a caso nella lista di brani e gli esempi non bastano a coprire tutta la varietà delle composizioni e il continuo cambio di ritmi  che rendono  “Resurrection” un disco da adorare.

Horror e occultismo convivono ancora una volta nei testi cantati da uno Steve Sylvester in formissima, tra rituali pagani ormai legati alla storia  a cerimoniali e culti attuali, mescolando tematiche care al Cinema di genere, non a caso molti brani sono nati proprio per far parte delle colonne sonore di film, tra cui “Revived”, presente nella famosa puntata dell’Ispettore Coliandro in cui recita anche il cantante nella parte di se stesso, o la già citata “Eaters” presente in un film di Uwe Boll (un nome che fa tremare le ginocchia…), ma non sono le sole ad essere invischiate con il Cinema. E a proposito di genere, è doveroso menzionare la splendida copertina ad opera del pittore Emanuele Taglietti, grande illustratore per le copertine dei fumetti horror erotici anni ’70 tipo  “Zora la Vampira” o “Sukia”.

I Death SS  risorgono pronti ad infestare le vostre orecchie, non resistete e non gridate. Godetevi il momento e non pensate di sfuggirgli…

Tracklist:

01. Revived
02. The Crimson Shrine
03. The Darkest Night
04. Dionysus
05. Eaters
06. Star in sight
07. Ogre’s Lullaby
08. Santa Muerte
09. The Devil’s Graal
10. The Song of Adoration
11. Precognition
12. Bad Luck

Voto:

4stelle

L’assaggio del disco:”Ogre’s Lullaby” (video diretto dai Manetti Bros)

ggg

Cinema di genere e sobrietà

 

p.s. domani l’intervista a Steve Sylvester, mica a uno qualsiasi.