Kreator- Gods of Violence


kreator_-_gods_of_violenceIl mio amore per la band di Mille Petrozza è abbastanza accentuato, ho amato sia le loro “stonate” aggressioni degli esordi che le sperimentazioni più o meno audaci. Come non amare “Renewal” o anche il bistrattato “Endorama”? In realtà si può, dato che i Kreator hanno smesso di sperimentare da un bel po’ di anni rifugiandosi nel caro vecchio Thrash, ora più “melodico” ora più arrabbiato e senza compromessi. E se questa è una premessa che grosso modo avevo già usato per recensire “Phantom Antichrist” è perchè la mia idea sul gruppo ed i suoi dischi degli ultimi anni non è cambiata. Va detto che fui troppo scettico verso il penultimo album, in realtà l’ho ascoltato molto più del previsto e non si può dire che fosse un disco come gli altri. C’era molta chitarra, molta melodia e un lavoro di “fino” nella composizione che a lungo andare mi hanno convinto. Ora, detto questo, in “Gods of Violence” vedo un po’ l’effetto “Testament”, dove tutto sembra preciso e gagliardo, ma in fondo niente che dia davvero la scarica ed emozioni al punto giusto. Eppure c’è tutto quello che serve: Mille si sgola come sempre ed è un vero piacere sentirlo così in forma, ci va giù che è una bellezza. Persino nei momenti in cui si permette di affrontare linee vocali più ardite rispetto agli urli indemoniati in cui è maestro, riesce a cavarsela con disinvoltura, segno di una grande maturità. Pregevole anche il lavoro chitarristico di  Sami Yli-sirniö: ormai è parte integrante della macchina da guerra tedesca e il suo lavoro è sempre puntuale nell’ammorbidire (ma non troppo) e dare identità ai pezzi con i suoi assoli. Ventor e Giesler sono una sezione ritmica solida ed affidabile. Il problema, se così lo vogliamo definire, è che è un “normale disco” dei Kreator post-Endorama, un carico incazzato di sfuriate di cui bene o male conosciamo ogni virgola. Non un lavoro orrendo, indecente o mal realizzato, quanto un insieme di belle canzoni a cui manca quel “quid”.

Tracklist:

01. Apocalypticon
02. World War Now
03. Satan Is Real
04. Totalitarian Terror
05. Gods Of Violence
06. Army Of Storms
07. Hail To The Hordes
08. Lion With Eagle Wings
09. Fallen Brother
10. Side By Side
11. Death Becomes My Light

Voto:

3stelle

L’assaggio del disco: la title track

 

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Un look piuttosto sobrio per la band. Ali da piccione a parte…

Crafter of Gods- The Scarlet Procession


TSP COVER_smallI Crafter of Gods sono una band italiana che non conoscevo fino al momento in cui mi hanno gentilmente chiesto di recensire questo EP. La bio  setta l’inizio dell’avventura del gruppo nel 2007,  un progetto nato con l’intenzione di combinare audaci partiture sinfoniche alla furia del Metallo. Al primo ascolto il loro intento risulta ben chiaro, la band si muove bene su pezzi mai troppo veloci ma ricchi di arrangiamenti orchestrali curati e coinvolgenti. Per avere un po’ chiaro il loro sound potreste pensare a dei Carach Angren meno estremi nelle velocità, incrociati ai nostrani Dark Lunacy. Proprio questi ultimi mi sono spesso tornati alla mente durante l’ascolto di questo album, piuttosto ambizioso e ricco di contenuti. La meravigliosa voce femminile che si arrampica sulle note delle canzoni è una parte fondamentale nella costruzione dell’atmosfera ricca e roboante di questo album, gli intrecci con la ruvida voce in growl hanno un po’ l’effetto del già sentito, ma non è un grosso difetto. I pezzi sono arrangiati in maniera esemplare e riescono a trasmettere sensazioni forti all’ascoltatore. L’ascolto richiede una certa attenzione per scoprire al meglio le qualità di questo EP, piuttosto esteso nella durata a causa del minutaggio piuttosto importante dei pezzi.  Sarà interessante scoprire il futuro di questo gruppo, impegnato nella produzione del primo album, per emergere dall’intasato panorama Metallico odierno bisognerà darsi da fare e puntare su un approccio il più personale possibile. Le carte sono buone, speriamo le giochino bene.

Tracklist:

1. The Tempest Legacy 
2. In the Midst of Oceans’ Infinity 
3. A Mirage of Hanging Moons 
4. In Silence of Death We March 
5. Celestial Breed, Treacherous Blood

Voto:

3stelle

L’assaggio del disco: “In the Midst of Oceans’ Infinity”

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Sinfonicamente Metallici

Misery Index- The Killing Gods


Misery-Index-The-Killing-Gods-CDSiamo di nuovo in Estate, stagione nella quale subisci un calo di energie e d’ispirazione notevole. Soprattutto nelle prime settimane,  il cervello ti si riduce ad una caramella gommosa incapace di funzionare a dovere e se pensate sia dura convivere con una caramella che dirige le operazioni più semplici come mangiare-bere-dormire, figuratevi quanto sia complicato metterla in moto per scrivere-disegnare o per altre attività creative.

Per fortuna ci sono degli stimolanti naturali che riducono in maniera sensibile questa terribile tendenza, uno di questi è, manco a dirlo, il Metallo. E ci sono un sacco di dischi nuovi pronti ad accorrere in tuo aiuto, oggi ti sei affidato ai Misery Index e al loro nuovo devastante album, uscito appena un mese fa, ma che hai ascoltato con attenzione solo nell’ultima settimana.

“The Killing Gods” afferma la voglia del gruppo di terremotare l’orecchio altrui con una dose maggiore di melodia, incastonandola nelle feroci partiture Death Metal e le reminiscenze Grind dei primi lavori. Il risultato è notevole, le canzoni sono rabbiose, implacabili e parlare di melodia sembra quasi un azzardo, ma anche senza prestare particolare attenzione farete caso alla cura degli assoli e di certi intermezzi che hanno la capacità di smuovere e rendere ancora più intense le parti tirate. La batteria di Adam Jarvis resta una delle tue cose preferite dei Misery Index, non è un batterista che imposta tutta la sua prova nella mitraglia in blast beat, riesce sempre a mostrare una notevole fantasia nelle rullate e negli stacchi, donando ai pezzi un dinamismo che la sola aggiunta di melodia o l’alternanza di parti lente/veloci non riuscirebbero a portare.

Un degno successore del disco precedente, l’impietoso  “Heirs to Thievery”, “The Killing…” è un disco prodotto in maniera cristallina (forse anche troppo per alcuni), ma dal valore innegabile, una sincera pedata nel culo che vi scuoterà dal torpore estivo e dall’effetto caramella, caso mai ne soffriste anche voi.

Tracklist:

1. Urfaust 
2. The Calling 
3. The Oath 
4. Conjuring the Cull
5. The Harrowing 
6. The Killing Gods 
7. Cross to Bear 
8. Gallows Humor 
9. The Weakener 
10. Sentinels 
11. Colony Collapse
12. Heretics

Voto:

3stellee mezzo!

L’assaggio del disco:”Conjuring the Cull”

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Questi portano dinamismo ed energia ai giovani, nonostante le fotosesciòn!

 

Amon Amarth- Deceiver of the Gods


AmonAmarth-DeceiverOfTheGodsGli Amon Amarth hanno capito come trascinare le folle senza sudare troppo in studio, inseguendo una formula rodata fatta di melodie classiche e maideniane unite  ai tempi irruenti del Thrash e del Death Svedese (a dire il vero il vocione profondo di Johan Hegg è l’unico elemento davvero riconducibile ancora al Death Metal). “Twilight of Thunder God”  era la summa perfetta di questa miscela, con dei brani brutali e melodici, pronti ad entrarti dentro al primo ascolto. Poi “Surtur Rising”, disco formalmente inattaccabile ed in pieno stile Amon Amarth, ripeteva con meno convinzione gli schemi del lavoro precedente e questo era proprio il suo più grande difetto.

Ed arriva “Deceiver of the Gods” a confermare l’impressione che il gruppo Svedese si sia sbracato sulle proprie convenzioni, ammorbidendo sempre di più le melodie e riciclando troppo spesso i propri schemi compositivi.

L’ascolto dell’album è gradevole, non è una sbobba che annoia, ma è come ascoltare troppe volte la stessa barzelletta. Può essere anche il capolavoro della barzelletta, ma ascoltarla per la quarta volta ha come risultato massimo un sorriso appena accennato. I brani sono ben costruiti e le melodie sono migliori di quelle di “Surtur…”, ma manca del tutto la voglia di osare, di rinnovarsi magari un po’. Come nell’esperimento davvero riuscito di “Hel”, un ottima canzone caratterizzata dal duetto di Hegg con Messiah Marcolin, dove si capisce quanto gioverebbe al gruppo avere un cantante che sappia cantare pulito, dato che anche per colpa di Hegg si gira sempre attorno alle stesse linee vocali.  Prevedibilità è la parola d’ordine: sai già come suonerà quel midtempo, quando ci sarà l’assolo o l’urlaccio di Hegg, tutto è preciso e regolato sulle aspettative dell’ascoltatore che già li conosce. E che due palle signori miei…

Non è un brutto album, è solo l’ennesimo disco che segue la regola d’oro del “repetita iuvant”, regola che per il gruppo somiglia sempre più ad un’ancora per non affondare.

Tracklist:

01. Deceiver of the Gods
02. As Loke Falls
03. Father of the Wolf
04. Shape Shifter
05. Under Siege
06. Blood Eagle
07. We Shall Destroy
08. Hel
09. Coming of the Tide
10. Warriors of the North

Voto:

3stelle

L’asaggio del disco: la title track

 

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Cresce la panza ma “The Songs remain the same”