The Beyond /8:Addio Romero


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Ieri sera, mentre vagavo per lo spazio di Elite Dangerous insieme ad un amico ho appreso della notizia della morte di George Romero. In questi casi, quando viene a mancare un’icona famosa e riconosciuta, si sprecano i post disperati impregnati di manie di protagonismo, tipo gente che piange e si dispera per una persona che in realtà non ha mai conosciuto. Una consuetudine che forse lo stesso Romero avrebbe stigmatizzato, chissà. Perchè Romero era uno che riusciva a dirti le cose in faccia con i suoi film, ti ammaliava con l’orrore e l’incubo di morti che risorgono e vogliono mangiare i vivi, ma quello che ti faceva davvero stare male era il messaggio che si nascondeva e neanche troppo tra le budella eviscerate delle vittime nei suoi film. Il primo film di Romero che vidi fu “Zombi”, rimasi di sasso e terrorizzato. Non mi spiegavo perchè quel film fosse così crudo, per quale motivo scatenasse in me un disagio che andava oltre il fisiologico terrore per lo splatter e l’idea di essere divorato da uno o più morti. C’era qualcosa strisciante e cattivo che mi bucava il cervello, una sensazione di malessere che quei visi smorti portavano con sè. Crescendo e rivedendolo, recuperando man mano la sua opera cominciai a capire: quello che davvero spaventava era la descrizione dell’uomo, dei suoi impulsi beceri coltivati dal Capitalismo e dall’arrivismo, la tremenda descrizione di quanto fosse terribile la società in cui viviamo, dove il mangiare l’altro era cosa di tutti i giorni, seppure in senso metaforico. La grandezza di Romero non era quindi nel saper terrorizzare (benissimo non fraintendete) con l’ineluttabile minaccia della morte, quanto quella di farti riflettere e sbatterti in faccia la condizione disperata dell’essere umani in un mondo che non va più là del frequentare e spendere denaro in un centro commerciale. Era tutto lì, chiaro e diretto, solo che invece di essere una palla al cazzo come un film qualsiasi di qualche pretenzioso regista italiano, che ti ammorba con un 90 minuti di gente borghese cattocomunista che si mette a fare discorsi astratti intorno ad un tavolino. Romero interpretava il genere come il veicolo per lasciar correre le sue idee, una turbina che le rendesse interessanti, dirette e ancora più efficaci. Gente morta e risorta che cammina senza meta tra le lussuose navate di un centro commerciale, senza sapere il perchè. Una bomba, un gancio sotto il mento che difficilmente lascia indifferenti, quante volte avete pensato alle persone che passeggiano in questi posti nei weekend senza sapere che altro fare? Il terrore quello vero e sotteso era proprio quello, il non saper in realtà vivere in questo mondo dove conta solo il tuo potere d’acquisto e rispondere come una falena alle luci delle vetrine. E mi ripeto, la forza di queste sue idee era ancora più devastante, colpiva nel segno perchè l’orrore concettuale sposava ed accresceva quello visuale, dove il gran gusto per la messa in scena horror sublimava in maniera eccellente, concetti che proposti in altri modi avrebbero sicuramente avuto meno efficacia. Oggi è sempre più difficile, nel marasma di innocui cinecomic e poche mosche bianche qua e là, imbattersi in pellicole così “sovversive” ed impattanti ma soprattutto divertenti. Perchè la grande lezione di Romero è questa, una lezione immortale che tutti i registi che hanno qualcosa da dire dovrebbero seguire: per farlo ragionare il pubblico prima lo devi spaventare, lo devi divertire. Quel senso di fastidio che crescerà durante la visione lo spingerà a chiedersi perchè, cosa c’è che lo fa stare così a disagio mentre guarda il film senza riuscire a smettere di farlo.

Addio Maestro, spero davvero che avremo la fortuna di avere qualcuno che segua i grandi insegnamenti che ci hai lasciato, in un mondo che assomiglia sempre di più ad uno degli scenari che hai così ben girato nel corso della tua carriera.

 

 

 

A compendio, vi lascio l’intervista a Romero di Federico Frusciante e alla monografia che gli dedicò qualche anno fa.

 

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Quel Rude Venerdì Metallico /62: Il Cavaliere Oscuro


Oggi si fa un gran parlare di Christopher Nolan e del suo ultimo film sul Cameriere Oscuro, che poi sarebbe Michael Caine dopo troppi Fernet. La chiusura della trilogia su Bat Man (per inciso, oggi se non fai una trilogia non ti si incula nessuno) ha scatenato guerre civili, viulenz’ pestilenz’ schegg’ di granat’, schecc’ di parmigian’ tra i classici “capolavoristi”e i denigratori più accesi.

I “capolavoristi” sono quegli spettatori che per fedeltà e nerditudine al regista, chiamano capolavoro qualsiasi cosa da lui prodotta, gli altri sputerebbero su di lui anche se girasse un film bellissimo.

Tu questo “Dark Knight Rises” l’hai trovato un discreto action movie, girato benissimo con un’accelerata finale spaventosa e alcune soluzioni “cerchiobottiste” di compromesso, sempre obbligatorie per chi fa film che costano l’equivalente del reddito di uno Stato Africano.

Quello che ti diverte e ti fa incazzare allo stesso momento è l’abuso della parola “capolavoro”, ormai sullo stesso livello di “geniale”, altro vocabolo completamente snaturato del suo significato originale.

Nella sempre più sfiancante mediocrità in cui siamo costretti a vivere, questo gridare al capolavoro ogni cinque minuti fa riflettere, non viviamo affatto in tempi così floridi e ricchi di cose indimenticabili, possibile che ci si sia rincoglioniti così tanto da non accorgersene?

I capolavori sono opere innovative ed uniche che mettono un punto fermo dal quale tutti dovranno ripartire e confrontarsi. Un capolavoro è un film come “Halloween” di John Carpenter, oppure “I 400 colpi” di Truffaut , oppure ancora “I soliti Ignoti” di Monicelli. Giusto per capirci…film senza tempo, opere capaci ancora oggi di insegnare come si fa il Cinema, perle di persone che il Cinema lo hanno saputo conoscere a fondo e riuscendo a cambiarlo per sempre, grazie anche ad un talento immenso.

Il film di Nolan è  un buon film che segue per bene le regole del buon Cinema, sicuramente molto meglio di quanto facciano oggi dei zampognari della macchina da presa tipo Zack Snyder o Michael Bay, gente priva non solo di talento, ma proprio dei requisiti minimi per definirsi “regista”,  però infila delle soluzioni di comodo per non far dispiacere al nerd di Bat Man e per non disturbare troppo lo spettatore occasionale, perdendo così l’occasione di ergersi dall’essere   mediocre (in senso ampio).

Non si può piacere a tutti a meno di non fare compromessi ed “il Cameriere” è l’ennesima pellicola che ci ricorda quanto oggi sia difficile trovare il coraggio di far incazzare qualcuno affermando le proprie idee. E così un capolavoro non lo fai, neanche con tutto il talento del mondo.

Per approfondire il discorso su Nolan, il consigliatissimo video di Federico Frusciante, uno che di Cinema ne sa parecchio. Non è il solito bimbominchia di vent’anni che spara minchiate sul Tubo tranquilli, anzi copincollando dall’introduzione che i Licaoni, autori del video, fanno di lui “Federico Frusciante è un musicista, regista e appassionato di Cinema noto sul web col nickname di Superficie 213. Ha scritto recensioni per molti siti e per riviste come FilmTv e Senza Soste”.

Agevolo:

Fatevi un giro anche sulle altre cose pubblicate dai Licaoni, sono davvero interessanti e se in Italia ci fosse buon senso, troveremmo un loro film nelle sale invece dei film di Brizzi.

Per le recensioni più tecniche del film:

La recensione di Hell, Book and Negative

Il Viagra della Mente, recensione di Sommobuta

Il Blog di Gianluca Santini

Primadisvanire.it di Marco Siena

Minuetto Express, di Mr Giobblin

L’antro atomico del Dr. Manhattan, recensione di A. Apreda.

“Alfred, puzzi di Fernet…”