Arch Enemy- War Eternal


Arch_Enemy_-_War_Eternal_artworkSe una come Alissa White Gluz fosse uscita una quindicina d’anni fa, quando avevi diciannove anni, te ne saresti innamorato, andando in fissa per ogni singola cosa la riguardasse. Bravissima ed aggressiva dietro al microfono, affascinante nell’aspetto, Alissa possiede la combinazione perfetta per farsi idolatrare da legioni di giovani metallari di tutto il mondo, mentre altrettante schiere di bambini dell’asilo piagnucolano che il “Metal non è roba da femmine”.

Quello fu l’esatto effetto che ottenne Angela Gossow anni fa, per te e moltissimi altri fu amore a prima vista e a prima ascoltata. Gli Arch Enemy li avevi conosciuti già negli anni di Liiva, perchè per Amott essere un ex-Carcass era la condizione necessaria e sufficiente per seguirne la carriera, ma quando entrò la Gossow ad urlare nel microfono l’interesse per questo gruppo diventò quasi morboso. Anno dopo anno, disco dopo disco, gli Arch Enemy cominciarono progressivamente a ripetersi, pubblicando lavori mediocri che si salvavano grazie ad uno o due pezzi che emergevano dall’anonimato generale. “Khaos Legion” fu il punto più basso di questa lenta decadenza, si capiva che qualcuno era stanco. E non era solo colpa di Christopher Amott, sempre più svogliato e poco interessato al Metallo, ma anche Angela stava per dire basta.

La storia la sapete tutti, Michael Amott e signora hanno trovato in Alissa White Gluz una sostituta validissima che non solo riesce ad eguagliare la dimissionaria cantante tedesca, ma la supera con semplicità, stupendo i soliti scettici che avevano già predetto rovine con le loro “sagge” analisi preventive. E invece guarda un po’ gli Arch Enemy ritrovano grinta e mordente con un album così fresco e convinto come non facevano da anni.  E dire “ve l’avevo detto” non soddisfa mai abbastanza…

“Never forgive, never forget” apre il disco subito dopo un’intro  strumentale, picchiando sulle strofe in blast beat e rallentando sul riuscito ritornello melodico, per tre minuti davvero divertenti ed intensi. Si prosegue con pezzi meno estremi ma altrettanto buoni, dove la melodia e le strutture dell’Heavy Classico si prendono tutto lo spazio relegando il vero “estremo” alle velocità del primo pezzo, ma va benissimo. La tracklist è varia, piena di brani azzeccati dal fascino indiscutibile, come “You will know my name”, pezzo esaltante a dir poco nella sua epica ruffianeria. Amott e Cordle (ex.-Arsis) alle chitarre si rincorrono in un turbine di assoli, dimostrando un’ottima intesa e ottimo gusto nella composizione delle melodie.Pentacle_top album

Non tutto è perfetto, Alissa ringhia costantemente ed in alcuni frangenti il cantato Death cattivissimo sembra fuori luogo, quasi stridente con le melodie maideniane che il gruppo sciorina con classe. Un uso oculato della sua bella voce pulita sarebbe stato giusto, ma il concentrarsi esclusivamente sul cantato estremo è una scelta dovuta per non straniare troppo i fan più ottusi già provati dall’abbandono di Angela.

Qualche brano è meno incisivo degli altri, ma considerando il piattume che ci avevano propinato negli ultimi anni non c’è di che lamentarsi troppo.

L’album funziona e diverte,  i migliori Arch Enemy che potevate desiderare sono tornati con buona pace dei nostalgici e dei detrattori, non riuscirete a togliere “War Eternal” dal vostro stereo tanto facilmente, garantito.

Tracklist:

1. Tempore Nihil Sanat (Preludein F Minor)
2. Never Forgive, Never Forget 
3. War Eternal 
4. As the Pages Burn 
5. No More Regrets
6. You Will Know My Name 
7. Graveyard of Dreams 
8. Stolen Life 
9. Time Is Black 
10. On and On 
11. Avalanche 
12. Down to Nothing 
13. Not Long for This World

Voto:

4stelle

 

L’assaggio del disco:”You will know my name”

g

Capelli perfetti, make up bambolesco e un look curatissimo. Certo che Michael Amott è davvero cambiato dai tempi “baffetti e t-shirt”.

 

Hate Eternal- Phoenix Amongst the Ashes


“Me butto dentro, premetto che l’acqua era marone,  faceva schifo, come entro dentro vado giù a picco, immediatamente un tronco gelatinoso me sento che me pija er ginocchio e me lo butta giù: poteva esse de tutto. A ‘n certo punto me sento ‘na shcarica de morsi: TATATATATATATATATATATAATATATATATA!!!!!!!!”
(Troppo Forte, C. Verdone 1986)
 

La sensazione che si ha ascoltando il nuovo disco degli Hate Eternal è più o meno quella descritta nel mitico monologo di Oscar Pettinari: un tronco gelatinoso che vi si avviluppa attorno alla gamba e vi trascina giù nell’abisso più nero, massacrandovi di morsi letali. Colpa dei ritmi figli dei Morbid Angel che caratterizzano da sempre la proposta di questo gruppo nato dalla volontà di Erik Rutan, ex-membro proprio degli “Angeli Morbidi” (si  va be’…) e produttore dal gusto sopraffino, autore di produzioni ineccepibili e potentissime. Death compresso ed asfissiante, letale sia nei tempi più rallentati che nelle estreme ripartenze in blast-beat, con una convinzione ed una padronanza di mezzi notevole, Rutan riesce a trovare un approccio che ricorda gli “AMMorbid Angel” essendo però più peculiare e meno derivativo.

Spettacolari le trame chitarristiche e i numerosi cambi di tempo dei brani, davvero evocativi e coinvolgenti, ma soprattutto ben suonati ed ossessivi, implacabili come appunto un mostro degli abissi che vuole farci sprofondare sempre più giù.

 Il consiglio è quello di ascoltarlo con attenzione alcune volte, prima di decidere se lasciarsi trascinare sul fondo o passare la mano.

Note dolenti: la produzione di Rutan, eccezionale sugli album delle altre band, inspiegabilmente è alquanto lacunosa soprattutto per i suoni del basso, praticamente inudibile.

La copertina, Porca di un T*oia!!! Ma che immonda, immensa indicibile cagata!!!

Non credo che ci sia bisogno di una salace didascalia vero?

Tracklist:

01. Rebirth
02. The Eternal Ruler
03. Thorns of Acacia
04. Haunting Abound
05. The Art of Redemption
06. Phoenix Amongst the Ashes
07. Deathveil
08. Hatesworn
09. Lake Ablaze
10. The Fire of Resurrection

Voto:

Assaggio di rito: “Haunting Abound”

Doomsword-The Eternal Battle


“Solo i morti hanno visto la fine della guerra. “(Platone)
“…E hanno detto che non era un gran che.” (i Soliti Beninformati)
 

I nostrani Doomsword tornano dopo quattro lunghi anni dalla loro ultima fatica e lo fanno con la consueta classe, anzi ancora meglio del solito. L’ Epic Metal di pregiatissimo valore che i ‘sword ci hanno regalato nel corso della loro carriera, si è evoluto diluendo le influenze Doom  in favore di un approccio più diretto, anche nei pezzi più oscuri che  non mancano.

I brani scorrono che è un piacere, regalando all’ascoltatore brividi soprattutto nella prima metà del disco, davvero incredibile, con delle canzoni assurdamente valide. Epici e maestosi senza l’uso di tecnologie moderne e quintali di sovraincisioni, tanto meno di pacchiani suoni folk così sputtanati e ridicoli:solo voce,chitarra,basso e batteria. Questo è vero Epic, il liscio è un’altra cosa insomma non si ha l’impressione di stare ad una fiera della salsiccia qualsiasi. Sembra quasi di ascoltare il racconto di grandi gesta dai protagonisti che le hanno vissute, complice la bellissima interpretazione dei brani da parte di Deathmaster, voce/chitarra e mastermind del gruppo, autentico mattatore di questo epico massacro, ottimamente spalleggiato dai tre “pards” , Sacred Heart alla chitarra, Geilt al basso e Wrathlord alla batteria, i quali offrono una prova maiuscola.

In un genere in cui ormai non è facile raccontare e proporre cose nuove, i Doosword ci dimostrano per l’ennesima volta il loro valore, con dei pezzi che sono uno meglio dell’altro, forse  ci sono solo un paio di momenti meno validi, ma  stiamo comunque parlando di roba che viaggia molto più in alto della media.  Non si può raccontare questo album: bisogna viverlo, apprezzarne i  suoni così caldi, lasciare che le canzoni ci avvolgano per portarci via in un’epoca in cui invece di sputarsi in faccia, ci si prendeva  a badilate. Ma di brutto…

Ve lo consiglio caldamente, i Doomsword meritano molto di più dei fessi che credono che basti imitare Raoul Casadei per essere epici.

Tracklist:

1. Varusschlacht (Varus Battle)
2. Eternal Battle
3. Wrath of the Gods
4. Soldier of Fortune
5. Battle at the End of Time
6. The Fulminant
7. Song of the Black Sword
8. The Time Has Come…
9. WarLife

Voto:

I Doomsword vengono dal Varesotto, che come nome di località fa abbastanza ridere. Loro no...

E visto che di canzoni estratte da “The Eternal Battle” sul tubo non v’è traccia invece dell’assaggio beccatevi la sorpresona Epic:

Raoul Casadei:"I'm fuckin'Epic! And You?"