Charred Walls of the Damned- Creatures Watching over the Dead


charred-walls-of-the-damned-creatures-watching-over-the-dead-2016Il supergruppo che tanto super non è stato finora, ritorna con il terzo disco e si può dire subito che le cose siano migliorate parecchio. La band, formata da Tim “Ripper” Owens, Steve DiGiorgio, Richard Christy e Jason Suecof era partita bene con il primo disco, il non imprescindibile ma godibile autotitolato del 2010, un piacere soprattutto sentire cantare Owens su pezzi decenti e cattivi il giusto. Poi era uscito l’anno successivo “Cold Winds on Timeless Days” e la magia non si era ricreata manco per niente. Pezzi lunghi e pallosi, scritti con apparente sufficienza che erano capaci di lasciare solo tanto amaro in bocca per lo spreco di talento. E li attendevo al varco stavolta, quasi aspettandomi la stessa sbobba noiosa che vorrebbe coinvolgere ed eccitare ma fa solo incazzare. E invece no, il quartetto ha ridefinito un attimo le coordinate, ha affinato il songwriting e messo giù un album duro, melodico e tagliente. Si gode fortissimo con l’opener “My Eyes” dove “Ripper” ci mostra le sue indiscutibili doti canore su un pezzo cadenzato e potente. E’ al secondo pezzo però che sono finalmente privo di dubbi, un intro di batteria di Christy(o di Cristo vista la caratura tecnica mostrata) apre una canzone veloce come una Formula Uno con un pregevole blast beat che ci accompagna fino all’ingresso delle rasoiate di Owens, il quale si sgola come piace a me e a tutti quelli che hanno orecchie buone. Quel ritornello Power, quegli assoli ficcanti di Suecof mi mandano al manicomio, impossibile non innamorarsi di cotanto splendore. Non è un fuoco di paglia stavolta, il Metallone di chiara derivazione U.S. si copre di qualità, tra echi degli ultimi Death e dei Control Denied (impossibile non sentire echi del buon Chuck e non solo per la presenza di Christy e DiGiorgio). Non tutti i pezzi hanno la caratura dei primi due, eppure nel complesso non c’è quella sensazione di ascoltare una vagonata di riff  e assoli tecnici che non dicono nulla. Niente talento sprecato, niente pastoni che non sanno dove andare a parare, ma tanto Metallo buono che non inventa ma ti entra dentro, stavolta non dal didietro.

Tracklist:

1.My Eyes
2.The Soulless
3.Afterlife
4.As I Catch My Breath
5.Lies
6.Reach Into The Light
7.Tear Me Down
8.Living In The Shadow Of Yesterday
9.Time Has Passed

Voto:

3stellee mezzo!

L’assaggio del disco: la meravigliosa “The Soulless”.

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Tutti insieme, fotoscioppamente!

Dieci batteristi inumani (i moderni)


Il culto per la batteria ce l’hai sempre avuto, già ai tempi della tua infanzia quando i gruppetti che si esibivano nelle sagre di paese  sfoggiavano clamorosi pezzi di liscio e il batterista non contava una ceppa. Alle tue orecchie negli anni successivi venne Roger Taylor, che sembrava immenso rispetto a quei signori pelati spesso baffuti che suonavano in piazza, ed ovviamente lo era. Il livello si alzò ancora di più quando Nicko arrivò a distruggere ogni presuntuosa convinzione giovanile a suon di rullate,  così come fece subito dopo la scoperta della doppia cassa grazie a Philty Taylor. E da allora ne hai conosciuti svariati di batteristi inumani e raccoglierne solo dieci è un’impresa ardua, così hai deciso di fare due top ten una con i batteristi classici ed un’altra coi moderni tanto per scremare un po’. Non c’è bisogno di spiegare la differenza no? Andiamo allora con i moderni:

10.Horgh

Il corpulento norvegese che presta la sua opera negli Immortal e negli Hypocrisy ha dalla sua violenza, una discreta varietà e una resistenza disumana. Ha dato un lustro tutto nuovo alla musica degli Immortal caratterizzandola con il suo tocco, una dote che ogni musicista desidera.

Non distruggiamo la bella didascalia piazzando una di quelle foto con Abbath che conosciamo tutti...

Ascolti consigliati: Immortal-“Sons of Northern Darkness”, Hypocrisy-“Hang Him High”

9.Dirk Verbeuren

Il talento di Verbeuren è senza limiti, riesce a passare dal brutal death degli Aborted alle composizioni nevermoriane del solo album di Dane, con in mezzo dei lavori giganti come quelli per Devin Townsend. Suona in pianta stabile con i Soilwork, ma lo fa sembrare come un dopolavoro con quella mole di collaborazioni che si sobbarca.

Magro come un chiodo, aspetto "malaticcio". Eppure picchia come un cravattaro della mala.

Ascolti Consigliati: Sybreed-“Permafrost”, Devin Townsend- “The Mighty Masturbator”, Soilwork-“Let this River Flow”

8.Chris Adler

Un batterista incredibile per tecnica e potenza, è facile perdersi nei suoi intricati pattern tra cambi improvvisi di velocità e doppia cassa devastante. Il suo stile è inconfondibile, come il suo “china”: come farebbero i Lamb of God senza?

E' meraviglioso vederlo saltellare su quel seggiolino mobile...

Ascolti Consigliati: Lamb of God- “Set to Fail“,Lamb of God-“Ruin”.

7.Van Williams

 I Nevermore hanno creato un nuovo modo di fare Metallo, grazie anche alla batteria funambolica di Van Williams, il motore perfetto per un estroso della sei corde come Loomis. Williams ha dato il via ad un modo unico di suonare la batteria assai personale ed imitato, dove  riprende la tradizione di Bill Ward, portandola ad un nuovo livello.

Certo che a vederlo non si direbbe...

Ascolti Consigliati: Nevermore-“The Seven Tongues of God”, Nevermore-“Born”.

6.Richard Christy

Lo ricordiamo tutti come l’ultimo batterista dei Death e nei Control Denied dell’immortale Chuck Schuldiner, Richard è un batterista mostruosamente tecnico che può suonare tutto quello che vuole. Oggi con i Charred Walls of The Damned ci delizia con i suoi numeri d’alta scuola su canzoni meno brillanti rispetto al suo passato glorioso.

Anche i capelli stanno diventando un bel ricordo...

Ascolti Consigliati: Death-“Flesh and the Power it Holds”, Death-“Scavenger of Human Sorrow”, Control Denied-“Consumed”, Charred Walls of the Damned-“Ghost Town”.

5.Peter Wildoer

Il bassissimo folletto svedese si è fatto conoscere ai più per aver partecipato alle audizioni per il posto lasciato vacante da Portnoy, una possibilità ottenuta grazie alla meravigliosa prova offerta sull’album solista di James LaBrie, ma chi lo conosce da anni sa che il vero Wildoer lo si può apprezzare sui dischi malatissimi dei Darkane. Un livello inaudito di ferocia e tecnica che lo proiettano subito dietro i giganti di questa top list.

Dietro il drumkit Peter Wildoer è un gigante, alla faccia della sua altezza da hobbit.

Ascolti Consigliati: Darkane-“Convicted”, Darkane-“Solitary Confinement”, Darkane-“Layers of Lies”, James LaBrie-“Mislead”.

4. George Kollias

Un mostro disumano, un essere posseduto da qualche divinità egizia che gli ha infuso una dote soprannaturale: quella di non incartarsi mai, neanche a 280 bpm. Ascoltare George in un disco dei Nile è un’esperienza totalizzante che distrugge la fiducia di qualsiasi batterista in erba e che fa godere chiunque altro. Brutale ed ipertecnico, lascia senza fiato guardare le sue clinic su Youtube.

George in uno dei rari scatti in cui si riescono a vedere anche le bacchette. Invece la faccia è sempre quella, calmo e pacioso anche a 280 bpm.

Ascolti Consigliati:Nile-“Ithyphallic”,Nile-“Those whom the Gods detest”.

3. Tomas Haake

Quando la brutalità e la tecnica non bastano allora rivolgetevi a lui. Il folle drumming estremo di Haake ha generato milioni di imitatori e volenterosi ispirati dal suo modo di suonare, spesso con buoni risultati. Ma al vertice c’è sempre lui, un micidiale essere snodato che viola le leggi della fisica deformando la realtà con dei tempi fuori da ogni logica.

Quella faccia da pazzo non è un caso, fidatevi.

Ascolti Consigliati: Meshuggah-“I”, Meshuggah-“Bleed”, Meshuggah- “I am Colossus”.

2.Gene Hoglan

Un batterista immenso, non solo tecnicamente. Ricordi come sei rimasto stupito la prima volta che lo hai visto in foto, e ancor di più quando nel 2005 hai ammirato la sua indiscutibile possanza con gli Strapping Young Lad, nella loro esibizione al Gods of Metal. Una schiera di collaborazioni lunga come la fedina penale di Provenzano e una riconoscibilità indiscutibile, rendono Hoglan unico, inimitabile ed imprescindibile. Soprannominato “The Atomic Clock”, per la precisione inumana che lo contraddistingue anche nei pattern più ardui, Gene è anche un ottimo compositore e chitarrista.

"Me so' messo la giacca perchè dice che sfina..."

Ascolti consigliati:Dark Angel-“Pain’s Invention Madness”, Death-“Overactive Imagination”, Death-“Zero Tolerance”, Strapping Young Lad-“Detox”, Strapping Young Lad-“Love?”, Fear Factory-“Mechanize”

1.Dave Lombardo

Il cardine fondante sul quale poggia una mole incredibile di Metal estremo, la rivoluzione che ha portato, la rivoluzione sonora che ha portato Mr. Lombardo con “Reign In Blood” è qualcosa di ineguagliabile. Un batterista capace di suonare tutto, in grado di suonare estremo e potente, ma anche morbido e latino. Un mostro assoluto che va apprezzato anche al di fuori degli Slayer, tipo recuperate subito i Grip Inc (RIP Gus Chambers) o quelle robe strampalate con i Fantomas.

Lombardo controlla la resistenza dei suoi tamburi, non sia mai che parta qualche scheggia. E tranquilli, il rullante di Lombardo non suonerà MAI come un fustino del detersivo.

Ascolti Consigliati: Slayer-“Angel of Death“, Slayer-“Epidemic”,Slayer-“War Ensemble”,Slayer-“Seasons in the Abyss”, Grip Inc.-“Pathetic Liar”, Grip Inc.-“Human?”, Grip Inc.-“The Answer”, Fantomas-“The Godfather”,Vivaldi:the Meeting-“Agitata da due venti”.

E la vostra top ten quale sarebbe? Commentate e solo dopo agitate quelle braccia con l’air drumming!!

Death- The Sound of Perseverance (Relapse reissue)


“Acid the tears of remorse/Flow in vain/Too late for regrets,save it/For the next ill-fated game” (Death-A story to tell)

L’ultimo capitolo di una discografia invidiabile, specchio della geniale visione di un uomo sempre alla ricerca della perfezione. Il Death Metal massacrante e senza compromessi degli esordi è diventato nel corso degli anni una raffinata commistione di Metallo intelligente, melodico, ricco di parti progressive e tanta, ma proprio tanta, tecnica. Il cantato di Chuck si è trasformato dal potente e cavernoso growl in uno scream lacerante  ancora più espressivo. Si viene sommersi da sentimenti ed emozioni contrastanti ascoltando questo classico che pone il suggello alla carriera dei Death. Ora toccante, ora elettrizzante ed energico,  il lavoro più ambizioso dei Death non lascia scampo.

Lo stupefacente cammino evolutivo di Schuldiner trova la sua realizzazione in un album complesso eppure facilmente fruibile dall’ascoltatore, grazie all’indubbia capacità di emozionare senza l’incartamento di note inutili. Basta ascoltare il devastante incedere di  “Story to tell”, melodica e potente, segnata dalle liriche sempre intrise di un significato profondo, imbevute da una ricerca filosofica tutt’altro che banalizzata. Un pezzo che potrebbe essere il migliore dell’album se non ce ne fossero altri otto altrettanto validi:”Flesh and the Power it Holds” con le accelerazioni micidiali e il bellissimo assolo a metà pezzo, oppure la struggente “Voice of the Soul” canzone strumentale dove la chitarra di Chuck si sdoppia, si fa in tre addirittura, toccando l’anima senza bisogno di un testo. La canzone più usata per commemorare la memoria del genio ameregano, almeno da te. Nel conteggio dei brani si distingue anche la cover di “Painkiller”, uno dei pezzi imprescindibili per ogni Metallaro, suonata con stile personale fedele all’originale e con una prestazione vocale alla Halford da parte di Schuldiner davvero encomiabile.

Il drumming tecnico di Richard Christy, la chitarra si Shannon Hamm ed il basso di Scott Clendenin sono il segno dell’ennesimo cambio di formazione che i Death manifestarono dopo il precedente “Symbolic”, grandi musicisti che affiancano il genio schuldineriano e si ritagliano un posto nella storia del Metallo, uno di quelli migliori.

La ristampa della Relapse aggiunge  poco o niente al disco originale in termini di suono e di materiali inediti, ma permetterà di recuperare questo capolavoro a chi era troppo giovane per conoscere e chi colpevolmente ha ignorato questa opera fondamentale.

Tracklist:

Disco 1:
1. Scavenger Of Human Sorrow
2. Bite The Pain
3. Spirit Crusher
4. Story To Tell
5. Flesh And The Power It Holds
6. Voice Of The Soul
7. To Forgive Is To Suffer
8. A Moment Of Clarity
9. Painkiller

Disco 2:
1. Spirit Crusher – 1998 Demos (No Bass)
2. Flesh And The Power It Holds – 1998 Demos (No Bass)
3. Voice Of The Soul – 1998 Demos (No Bass)
4. Bite The Pain – 1998 Demos
5. A Moment Of Clarity – 1998 Demos
6. Story To Tell – 1998 Demos
7. Scavenger Of Human Sorrow – 1998 Demos
8. Bite The Pain – 1997 Demos
9. Story To Tell – 1997 Demos
10. A Moment Of Clarity – 1997 Demos

Voto:

La ristampa presenta un artwork rivisto e corretto dall’artista che realizzò l’originale, Travis Smith.

I due artwork a confronto: in alto la versione originale uscita nel 1998 che mi onoro di possedere e la versione aggiornata della ristampa.

Questa è una pubblicità del 1998 apparsa sulla quarta di copertina di un Metal Hammer di quegli anni, ritagliata ed appesa come poster sul muro da allora.

Charred Walls of the Damned- Cold Winds on Timeless Days


Il supergruppone voluto da Richard Christy, l’ultimo e tecnicamente devastante batterista alla corte dell’indimenticato Chuck Schuldiner, torna con un nuovo disco. Si parla di supergruppo non a caso: Tim “Ripper” Owens alla voce, Steve DiGiorgio al basso, Jason Suecof alle chitarre, insomma un disco così lo compri già dopo aver sentito i nomi di chi ci suona, anche perchè il nome della band non è il massimo.  Il gelido e slavato artwork del maestro Travis Smith cerca di farci dimenticare l’orripilante illustrazione del primo lavoro(recensito qui), con una copertina che mette freddo solo a guardarla, un bel passo avanti, senza dubbio. Ma confezione a parte, sarrano migliorati anche i contenuti  rispetto al buonissimo predecessore?Purtroppo no…

Il disco è molto più lungo rispetto al primo lavoro e la cosa non è un punto a favore. L’enorme tecnica in possesso di Richard Christy non garantisce automaticamente brani memorabili, spesso tra le dodici canzoni dell’album, l’orecchio si perde facilmente anche con ascolti molto attenti, perchè  la musica la si ascolta come si deve da ‘ste parti. C’è tutto per fare bene:  i grandi nomi, la tecnica immensa, una produzione eccellente. Manca la continuità e il gusto nello scrivere i brani,  manca l’elemento che da ordine e una forma coerente alla marea di note di cui sono capaci questi musicisti. Il disco parte a razzo con il blast-beat di “Timeless days” convincente e quadrata, nel solco sonoro già tracciato lo scorso anno. Ma perchè farla finire sfumata? Neanche il tempo di incazzarsi che irrrompe il mid tempo “Ashes Falling upon us”, ricco  di belle armonie vocali del mastodontico Ripper. “Zerospan” è la terza e senza dubbio più riuscita canzone del disco, una cavalcata  tosta, melodica e travolgente, caratterizzata dallo splendido lavoro di Christy e il solito Ripper.

Il disco dopo questa meravigliosa sportellata sul naso, tende a disperdere buone melodie ed orgasmici passaggi strumentali su canzoni poco ficcanti e facilmente confondibili. Non è un capolavoro, anzi a ben vedere è ben più debole dell’esordio: un vero peccato perchè questi signori sono uno meglio dell’altro, a parte forse Suecof, non allo stesso livello della sezione ritmica. Nel primo disco si beccarono la critica di aver registrato un lavoro troppo breve, in questo hanno prediletto la durata all’efficacia.

Vedi a dar retta agli altri cosa succede?

 

Tracklist:

1. Timeless Days 
2. Ashes Falling Upon Us 
3. Zerospan 
4. Cold Winds 
5. Lead The Way 
6. Forever Marching On 
7. Guiding Me 
8. The Beast Outside My Window 
9. On Unclean Ground 
10. Bloodworm 
11. Admire The Heroes 
12. Avoid The Light

 Voto:

La migliore traccia come assaggio.

 

Un giorno questi tamburi non mi faranno uscire....