Quel Rude Venerdì Metallico /213:Generalisti a tutti i costi


Il disco tremebondo degli Amaranthe che ho recensito qualche giorno fa l’ho già dimenticato, non ci voleva molto in effetti sebbene abbia ancora degli strascichi nelle orecchie. Perchè se da un lato è semplice accantonare una roba che non fa nulla per farsi ricordare, dall’altro è inevitabile fermarsi a pensare su quali siano i pensieri che spingono a produrre una miscela così indigesta per quasi tutti gli stomaci. Quasi perchè a qualcuno piace pure, buon per loro. Io non mi vergogno di affermare che il loro primo disco mi piacque pure, non è sbagliato produrre e suonare musica leggerina dal piglio commerciale, ma quando viene fatto con il giusto criterio. Prendiamo il Bon Jovi degli anni d’oro o i Ratt, erano altri tempi ed andavano di moda cose molto diverse da oggi, eppure quei singoli erano così precisi nel loro scopo, così ben costruiti da ficcartisi in testa non solo per pochi giorni. Chi di voi non ricorda a menadito “Livin’on a Prayer” o “Round and Round”? Brani di facile presa, dall’indubbia finalità di piacere a più gente possibile, eppure di gran qualità e ben costruiti. Ce ne sarebbero altri mille di esempi, forse anche più attuali, ma ora come ora non tutte le sinapsi mi assistono nel compito. Come sia possibile coniugare delle sonorità “dure” a quelle più accessibili non saprei dire, quello che so è che spesso quando ci si prova quasi mai l’amalgama funziona a dovere. Come dicevo in sede di recensione, se lo fa una band che si è costruita il pubblico nel Metallo, a meno di clamorose eccezioni, cicca sempre quando tenta di ammorbidirsi ed aprirsi ad un pubblico più vasto ed eterogeneo. Quante volte abbiamo visto gruppi tornarsene buonini all’ovile dopo un tonfo clamoroso in cerca di gloria? Nomi blasonatissimi e non, vengono alla mente i Saxon o persino i Priest di “Turbo” per dire che nessuno è immune alla tentazione. Spesso oggi, tra le macerie di un mercato sempre più povero e frammentato, si tende a confermare i gusti del pubblico, dando esattamente ciò che questo si aspetta, menomando anche la ricerca di evoluzione che dovrebbe essere naturale e aiuterebbe la nostra musica a risultare meno stantia e statica. Se si nasce già con l’intento di piacere a tutti, come nel caso degli Amaranthe, allora si potrebbe tentare di fare buona musica piuttosto che ondivagare tra le due sponde, peggiorando un discorso che funzionava disco dopo disco.

Io non ho mai denigrato  chi osa mescolare generi ed influenze, pensate a dove saremmo se qualcuno non avesse pensato a suonare Metallo con le velocità del Punk, o a mescolare Psichedelia e Thrash Metal, quello che mi lascia basito è il non vedere quanto sia pretestuoso e vano il modo con cui band come gli Amaranthe tentino non di creare qualcosa di nuovo partendo da diverse basi, quanto di ficcarle a forza nello stesso contenitore senza dare loro un’identità nuova. Non ce l’ho con loro, sono liberissimi di fare quello che vogliono, il solo fatto che continuino a produrre dischi implica che a qualcuno piacciano, solo che non li capisco proprio. Sarò vecchio io?

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Va bene, questo argomento funziona sempre, ma stavolta non basta.

 

 

 

 

Amaranthe- Maximalism


amaranthe-maximalismGli Amaranthe li avevamo lasciati con il tremebondo e sciapo secondo disco “Nexus”, dove la già fioca parvenza Metal era quasi del tutto affogata da un Pop- Dance elettronico con le chitarre distorte e l’inutile inserto della voce in growl. Il primo album m’era piaciuto, leggero ma con delle canzoni tutto sommato divertenti e piacevoli, con “Nexus” avevano osato ancora di più e il risultato è stato disastroso. E che strada avranno scelto con “Maximalism”?* Che domande, quella che porta ad un dichiarato intento di fare del Pop-Dance tamarro con delle ancor più blande spruzzate di elementi Metal. Talmente blande che bisogna fare caso che ci siano, in questa accozzaglia di canzoncine che vorrebbero essere ma non sono. Non c’è nulla di male a voler essere POPolari e piacere a più gente possibile, purchè questa volontà venga poi seguita dalla voglia di fare una scelta chiara e decisa. Per dirne una, se avessero osato davvero avrebbero lasciato a casa il cantante delle parti in growl, davvero inutile e fuori contesto ancor più che in passato. Appesantire delle canzoncine ballabili con la voce pesante e i chitarroni non è affatto una strategia efficace, chi ama la dance non sopporterà i grugniti ed i riff “pesanti”, chi cerca del Pop-Metal non sopporterà l’effettistica e il ritmo eccessivamente dance su cui poggia tutto l’album. Il solito discorso che si fa da decenni, se una band cerca fortuna commerciale in territori estranei di solito trova il vuoto sia in quello dove è nata e si è fatta conoscere, sia in quello che vorrebbe conquistare. Ascoltando “Maximalism”, per fortuna i pezzi non superano i tre minuti l’uno e la tortura è stata relativamente breve da sopportare, si rimane scioccati da quanto facciano cagare questi brani, divisi da questa dicotomia perenne tra ballabilità e Metallo.  Contaminare è la base per progredire, ma annacquare è il punto di partenza per marcire e qui siamo già avanti con l’opera. Non si può pensare di fare un discorso simile, con canzoni così brutte poi, cercando di mantenere bilanciato un equilibrio tra due mondi scarsamente conciliabili, senza lasciare la briglia sciolta ad uno dei due. “That song”,  banale a partire dal titolo, è di una stupidità quasi immorale con quel suo riecheggiare “We will rock you” dei Queen, già è un brano talmente sputtanato che viene la psoriasi solo ad ascoltarlo distrattamente, figuriamoci se poi te lo ripropongono con quella strofa col pianoforte in stile R&B e il cantato lamentoso. Quando poi provano a “spingere” i risultati sono ancor più imbarazzanti, come in”Fury”, il pezzo più “tirato” del disco, si capisce quanto sia involontariamente ridicola questa loro idea di Musica. A chi può piacere una tarantella simile con il cantato in growl che dilaga nella strofa e cede il passo ad un ritornello simpaticissimo ed imbarazzante? Cantato che tra l’altro viene ad un certo punto effettato in dei piccoli conati che vanno a tempo, da sganasciarsi dalle risate. Un vero disastro, una roba talmente imbarazzante che mi solleva la domanda: ma la casa discografica che aveva in mente quando ha cacciato i soldi per produrlo?  Questi fanno sembrare le Babymetal gli Emperor, e quelle ragazzine almeno non si prendono troppo sul serio come ‘sti tamarri.

Il pregio di questo disco è che ti fa venire voglia di ascoltare del buon Metallo dopo, qualche pezzo interessante al limite ci sarebbe pure, ma è come cercare dei fagioli in una minestra che sa di merda, meglio non mangiarla affatto e dedicarsi ad altro, che appunto di Metallo buono ce n’è a chilate, anche di Pop se è per questo.

 

Tracklist:

01. Maximize
02. Boomerang
03. That Song
04. 21
05. On The Rocks
06. Limitless
07. Fury
08. Faster
09. Break Down And Cry
10. Supersonic
11. Fireball
12. Endlessly

Voto:

1stella

L’assaggio del disco: la sopracitata “That Song” dove nel “bellissimo” video in bianco e nero ci sono anche i balletti. Dopo averlo visto sciacquate abbondantemente gli occhi con dell’acqua e se il sintomo persiste consultate un medico.

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Elize Ryd, l’unica cosa bona degli Amaranthe

*dopo Nexus c’è stato Massive Addictive che mi son ricordato solo al momento di inserire la recensione negli archivi.

Amaranthe- Massive Addictive


XESsZv8Il disco è disgustoso. Tutto qui, in quattro parole. Perchè vi chiederete voi…e andiamo a vedere meglio cosa funziona e cosa no in questa terza uscita degli Amaranthe, tanto per farci quattro risate e per non apparire troppo pigro.

Gli Amaranthe scivolano nell’inutilità estrema, scegliendo di svaccare definitivamente, pensare che partivano da un esordio godibile, paraculo al punto giusto e caratterizzato da brani facilmente memorizzabili ed efficaci. Poi è arrivato il secondo disco, una vera merda piena di pezzi scialbi e ritmatissimi, insistenti su ritornelli acchiapponi che urlavano “vogliamo il successo di massa!”. Questo terzo capitolo della sciagurata carriera del gruppo esaspera i difetti del predecessore, ingigantendo la componente “tamarro dance”. I pezzi sono rimbalzoni, l’elettronica danzereccia si insinua e sovrasta i riff finto-metallici che fanno sembrare i Within Temptation gli Slayer. E’ una continua lotta continuare ad ascoltare questa sequela di pezzi vergognosi, dove si insiste a schiaffare a caso la voce Death, che ridefinisce il significato dell’espressione “fuori contesto”. Il vecchio cantante che si occupava del growl ha mollato giustamente la baracca, avendo capito quanto fosse inutile fare il “Repetto” della situazione, il nuovo ci arriverà presto, a meno che la bella Elize lo convincerà a restare facendogli gli occhi dolci, intrattenendogli i lunghissimi tempi morti sul palco mostrandogli le “cossie”.

Se tutto questa pila di merda non bastasse a convincervi della qualità infima del disco, ascoltate le ballad. Sono il manifesto di tutto quello che odiate se avete scelto di ascoltare Metallo anni or sono. Fastidiose, zuccherose, insopportabili oltre ogni misura. i coretti, il pianoforte piacione e quei gorgheggi tristoni che stanno tanto bene in quelle boy band adolescenziali, causano ripetute eruzioni cutanee e rigonfiamenti al basso ventre, davvero non provateci. Tanto vale ascoltare giastinbiberon o qualche altro ciuffettone pop giovine.

Cosa c’è di buono dunque? Elize Ryd è bona, ma questa caratteristica non è affatto rilevante durante l’ascolto. La sua voce è graziosa e si impegna, ma davvero non se po’…

Per dirvi, sono arrivato a sperare che la canzone “Danger Zone” fosse una cover del pezzo di Kenny Loggins, quella di “Top Gun” avete presente? Un bel cazzo invece, è un brano che comincia col cantato Death e le tastierine a corredo, poi esplode nel solito ballabile.

Statene lontani, oppure prendetevi un bell’antiemetico se avete deciso di farvi del male.

Tracklist:

01. Dynamite
02. Drop Dead Cynical
03. Trinity
04. Massive Addictive
05. Digital World
06. True
07. Unreal
08. Over and Done
09. Danger Zone
10. Skyline
11. An Ordinary Abnormality
12. Exhale

Voto:

1stella

L’assaggio del disco: “Drop Dead Cynical” (solo per ammirare le forme della Ryd, premete play dopo aver spento le casse)

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Belli senz’anima. Anzi una sì, quella de li mortacci loro…

Amaranthe-Nexus


Amaranthe-The-Nexus-2013Il debutto ti era piaciuto nonostante quella palese puttanaggine che avevano i pezzi, tutti molto facili, moderni e ben costruiti. Era interessante l’intreccio di tre voci differenti: la delicata voce femminile di Elize Ryd, quella maschile “power” di Jake E. e quella in growl di Andreas Solveström. Niente di imprescindibile, ma l’album funzionava ed era piuttosto gradevole.

Avendo venduto più che bene, hanno deciso di osare: suoniamo ancora più ruffiano ed annacquato, ancora più melodico e leggerino. Non sapevano di aver imboccato la strada dell’album “sVaccatamente commerciale”.

I primi pezzi del disco sono una riproposizione pedissequa degli schemi del primo lavoro con una maggiore importanza alla componente elettronica, una pensata che rende indigeribili dei pezzi che sanno già di aupoplagio. Nonostante ciò la prima parte scorre discretamente  attraverso le morbidezze dei ritornelli ultra melodici, sempre più “popposi”. Ma il vero crollo arriva dopo i primi cinque brani con la terrificante “Burn with me”, un pezzo da boy band che crea disfunzioni intestinali istantanee, robaccia che stroncherebbe anche un fan dei Nightwish.

Segue un brano fiacco come “Mechanical Illusion” dove hanno lasciato che il cantante in growl potesse sfogarsi un po di più, considerando che è comunque fuori contesto anche per quel poco che gli viene concesso. Nei concerti fa sicuramente la figura del tizio che ballava negli 883, poveraccio. E’ quello il prezzo che si paga a militare in una band che con il tuo cantato non c’entra un cazzo?

Le risate vere cominciano con “Razorblade” titolo minaccioso, brano danzereccio e sciapo. Il ritornello sembra preso da quelle canzonette di MERDA che ascoltano quelli che hanno il “subVUFER appalla n’maghina”, roba da denuncia veramente. E ancora elettronica tamarra nel dimenticabilissmo pezzo successivo( di cui saltiamo il titolo perchè sticazzi) prima della “miglior canzone orribile del 2013″:”Electroheart”, una tarantella da discoteca dove al cantato mancano solo tre elementi: un tizio col tamburello, un tizio che fischia e un altro che fa “Ué Ué” a tempo. I pezzi dopo non li hai mai ascoltati perchè dopo ‘sta roba, con gli Amaranthe non ci vuoi più avere nulla a che fare.

Il disco è una stanca riproposizione in chiave Coccolino ammorbidente del già soffice ma buon debutto. Elize Ryd è un figone, ma col Metallo non c’entra un cazzo, meglio usarla per le pubblicità. E gli altri che le stanno dietro nelle fotosesciòn dovrebbero vergognarsi, tranne il cantante Death. Quello fa tenerezza…

Tracklist:

01. Afterlife 
02. Invincible 
03. The Nexus
04. Theory Of Everything 
05. Stardust 
06. Burn With Me 
07. Mechanical Illusion 
08. Razorblade 
09. Future On Hold 
10. Electroheart 
11. Transhuman 
12. Infinity

Voto:1stella

L’assaggio del disco:il video di “Nexus” , da guardare giusto per la beltà della Ryd.

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In questa foto (da sinistra):un manichino della Rinascente, un cantante frustrato e triste, uno che ce l’hanno fotoscioppato che non c’aveva tempo di venire, un figone buono per le pubblicità, un tamarro cor cappelletto, uno di passaggio.

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Questi signori sono quelli che mancano al pezzo “Electroheart”