Quel Rude Venerdì Metallico /202:Crowdfunding in Musica, vale la pena o no?


Il solito discorso sulla crisi dell’Industria discografica apre sempre nuovi spunti di discussione e riflessione, chissà magari sarò io che mi sono ritrovato a cambiare l’approccio con il Metallo in maniera differente da come ero abituato fino a circa dieci anni fa(io e i quasiquarantennimoltogiovanilicomeme).

Non facciamo gli gnorri, oggi il proliferare di bands e dischi avrebbe reso impossibile la copertura di tutto quello che di interessante esce ogni mese, non solo per chi come me ha fatto la scelta di scriverne poi delle recensioni, ma anche per chi la musica l’ascolta e basta. Il digitale, con i suoi prezzi ridotti rispetto alle cifre folli che raggiungono i dischi oggi(spesso costano anche 24 euri, la modica somma di quasi cinquanta sacchi delle vecchie lire), consente di contenere i costi se non altro. E quando si vuole assaggiare un disco senza comprarlo, rimanendo nell’ambito del rispetto dell’artista e della legge, c’è lo streaming legale sulla Rete che spesso permette di ascoltare tutti i brani per capire se vale la pena acquistare e supportare o meno. Ad avercele ‘ste garanzie ai tempi di “Load”.

E va bene, il mondo cambia, adattati o muori, soprattutto quando i soldi non è che mi piovano nelle tasche. In fondo il tempo di recuperare il formato fisico di qualcosa che mi ha stupito si trova sempre(vero Vektor?), magari a prezzi migliori.

Ma non è esattamente di questo su cui ragionavo oggi. Ragionavo è un verbo assai esagerato, diciamo che è un aspetto m’è balzato alla mente una pratica che prima non esisteva o se esisteva era un fatto eccezionale: il crowdfunding per farsi produrre i dischi.

Molti gruppi scelgono di farsi finanziare il disco dai fan tramite sottoscrizioni online a servizi come Kickstarter o su piattaforme più specifiche come PledgeMusic. Ho partecipato anche io ad una di queste campagne proprio su Pledgemusic: ho foraggiato la produzione dell’ultimo disco degli Huntress. Con la quota minima che prevedeva il download legale del disco con tanto di…no niente, manco il booklet potevo scaricare, tanto era micragnosa la mia contribuzione. Ovviamente c’erano svariati pacchetti e formati, Cd, Cd autografati, vinili e altra mercanzia da fan. Potevo però leggere succose news in anteprima e scaricare delle tracce demo esclusive.

Non è una cosa eccezionale, lo fanno davvero in molti per pagarsi il disco, dato che le case discografiche non cacciano più i milioni per far registrare un album alla band che venderà, se gli dice bene, tremila copie del disco. Al limite glielo distribuisce, ma dopo che è stato prodotto.

Poi ho pensato dopo aver fatto l’accredito con la mia magrissima Postepay: “ma se è una cacata? Il secondo disco non è che mi avesse fatto impazzire…oddio aridateme er grano!” Mi sono fermato un attimo e mi son detto che oramai era fatta e sticazzi. Ho pure avuto modo di scroccare un’intervista con Jill Janus. Ah non l’avete letta dite? E no, dopo aver confermato e accordato tutto con la promoter, invio le domande e qualche giorno dopo arriva la notizia dello sbrocco della Janus, ricordate il paventato scioglimento del gruppo e i disturbi mentali resi pubblici?

Figurarsi se trovava il tempo di rispondere alle mie domande. Se non altro la promoter si è scusata per la magra.(chiusa parentesi da rosicatore)

Jill-Janus-Revolver-3_1

“Ho come l’impressione di aver dimenticato qualcosa…”

Quello che mi fa riflettere è un po’ il limite del concetto di crowdfunding applicato alla musica: come posso decidere di acquistare un disco che ancora non esiste? E’ giusto che io paghi sulla fiducia per poi magari ritrovarmi una cagatina di mosca in mano? Così non si rischia di fare sempre qualcosa che il pubblico si aspetta, o farsi influenzare proprio dall’esigenza di non deludere chi ti ha pagato in anticipo?

Ma non è ciò che succede comunque? Insomma anche prima dell’arrivo del digitale e di Internette.

In fondo quando compravo roba nei negozi di fiducia non avevo sentito manco una nota in anteprima, al massimo cercavo di far funzionare quelle cuffie di merda per l’ascolto sul posto, quando c’erano, poi non si capiva mai un cazzo tra la fretta e il trambusto che uno aveva intorno. Sì, prima c’era casino nei negozi di dischi, giuro.

Oggi abbiamo la smania di sapere tutto prima: “SPOILER!!TRAMA!!ANTICIPAZIONI!!!NUOVO SINGOLO IN ANTE-ANTEPRIMA!!” e da questo viene il dubbio che instilla il modello crowdfunding, voglio sapere che non ho buttato i miei soldi comprando qualcosa che già so potrà piacermi. Compro la certezza, la stabilità che nulla differisca dall’idea che mi sono fatto. Qui nasce il vero dubbio, siamo sicuri che sia giusto avere qualcosa che non ci stupisca? Qualcosa che comodamente ci rassicuri ma al contempo non emozioni davvero, non sorprenda.

Non so, voi che dite?

 

 

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9 commenti su “Quel Rude Venerdì Metallico /202:Crowdfunding in Musica, vale la pena o no?

  1. Secondo me già l’emozione di partecipare, anche se solo finanziariamente, alla creazione dell’opera di un artista che si stima molto, vale il prezzo del biglietto. Aldilà dei risultati finali. Che poi la moda attuale della musica sia non poi tanto distante dalle creazioni su commissione, non credo che ciò porti neccessariamente a dei risultati scadenti. In fondo le più grandi opere d’arte della storia sono state realizzate proprio su commissione.

    • Non ti nascondo che quello che dici riguardo all’emozione nella partecipazione è sacrosanto. Oggi la distanza fra artisti e pubblico è sempre più ridotta, a volte anche troppo, ma in questo caso si avverte la complicità che si innesca dal foraggiare di tasca propria un disco e sì, è una cosa che emoziona.
      Però non saprei dirti se vale da sola il prezzo del biglietto, per citare la tua frase.
      Pensare anche alle grandi opere d’Arte realizzate su commissione ci sta, non volevo intendere che il Crowdfunding possa portare sempre e solo mediocrità che va bene al tuo pubblico. Come dirti, io non ho una risposta certa, mi sento di avallare la cosa, ma al contempo mi suscità delle perplessità.

  2. io di solito ascolto su youtube, e se mi piace compro on line (anche perchè i negozi seri sono una rarità, e nei centri commerciali non c’è niente o quasi di quello che mi interessa), quindi è il mio modo di sostenere la musica originale, però non so, ma a finanziare direttamente la band non mi ci vedo.

    giusto a titolo di curiosità, la prima volta in cui sentii parlare di operazioni simili fu per un disco dei Marillion, e la cosa all’epoca funzionò.

    • Ricordavo la cosa dei Marillion, non sono entrato nello specifico solo per non allungare il brodo. All’epoca fu piuttosto strano leggere di una cosa simile…

  3. No.. il crowdfounding proprio no.. mi rifiuto, ho comprato tanti dischi a scatola chiusa da ragazzo, ma nell’ era di internet lo trovo per assurdo anacronistico…

    • E’ interessante definirlo anacronistico, in fondo è proprio così se ci pensiamo bene. Eppure non basta a liquidare la faccenda, no?

      • Non volevo liquidare la faccenda, è solo il mio modo di viverla, se ad altri fa piacere partecipare alla creazione del disco liberi di farlo, io non ho la visione romantica della partecipazione alla creazione.. questione di opinioni 😉

        • Non dicevo che la stessi liquidando, nel senso è una pratica che secondo me solleva molte riflessioni ed ha molti aspetti diversi da tenere in conto. Ci mancherebbe poi, lo sai, che non rispettassi l’opinione che ne hai. 🙂

  4. Pingback: Quel Rude Venerdì Metallico /203:Quando si leggeva tutto con calma | Rude Awake Metal

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