Meshuggah- Koloss


“Koloss” arriva dopo “obZen”, un disco cerebrale e devastante come solo quelli dei Meshuggah sanno essere, simboleggiato da “Bleed” una canzone non di questo mondo.  Quel lavoro di batteria disumano e quell’incedere irregolare la pongono direttamente nell’ “Olimpo delle canzoni inarrivabili” usate per sempre come pietra di paragone per le altre. Detta in maniera più spiccia, un capolavoro.

“Koloss” differisce in questo da “obZen”, non avendo una canzone che si staglia particolarmente sulle altre,  vi sdraia a terra e vi passa sopra in maniera compatta, come farebbe un rullo compressore sfrenato in discesa. Ascoltate l’apertura “classica” di “I am Colossus” pronta a togliervi subito il respiro regolare, appropriandosi della vostra attenzione, spingendovi a forza in un abisso che conoscete bene e che attendevate di rincontrare di nuovo. La sopracitata “Bleed” rivive nella soffocante “The Demon’s name is surveillance” ma è un accennato e piacevole deja-vu, sconvolgenti le urla beluine di Kidman e i fischianti chitarroni di Hagström e Thordendal.

Terzo round intitolato “Do not look down”, una canzone con un tempo quasi regolare come non se ne sentivano da anni,  permette di rifiatare un minimo tra uno sganassone e l’altro, se sanguinare intontiti può essere chiamato rifiatare. Bellissimo il groove iniziale di “Behind the Sun”, canzone che si caratterizza con un incedere lento e soffocante tra chitarre lontane sottese al riffone grasso e pesante,  la voce straziante di Kidman che cerca di arrampicarsi su quelle altissime mura sonore. Non se ne esce, i Meshuggah hanno deciso di farla finita con il genere umano rappresentato dall’ascoltatore e non siamo neanche a metà disco. Il problema è che l’ascoltatore è eccitato come un caimano, palesando un  malato masochismo auricolare. Velocissima, quasi liberatoria la cavalcata di “The Hurt that finds you” dove Haake ci dimostra che sa fare il suo mestiere anche su tempi “semplici”. Micidiale, chirurgica ma incazzata come un anziano a cui  hanno tagliato la pensione e ricca di sorprese nel finale.

Ecco, basterebbero queste cinque canzoni a devastare qualsiasi ascoltatore, ma non è ancora ora di gettare la spugna e “Marrow” torna a dispensare classico “meshuggah-sound”, intricando ancora di più la mente ormai avvinta da questo bombardamento. “Break those bones whose sinews gave it motion” va amata già solo per il titolo, vero intento programmatico degli Svedesi, che di ossa sane non ce ne lasciano neanche una. La canzone comunque  è travolgente, totalizzante come un orgasmo femminile. Il senso dell’album si è ormai delineato, “Swarm”  ci ricorda il passato del gruppo, con una tranvata notevole mentre “Demiurge” é quasi “sabbathiana” nelle accelerazioni e nel riffage, davvero immensa. Chiude “The Last Vigil”, una strumentale che è come il conteggio dei dieci di un arbitro di boxe, dove voi siete a tappeto e a malapena sentite quel suono ovattato tra le urla del pubblico.

Incredibile come questo album sia monolitico e vario allo stesso tempo, cervellotico e schizoide eppure così “facile”. Nell’oretta di durata non c’è un calo, un momento di noia o una traccia riempitiva, non date retta a chi ha affrettatamente bollato “Koloss” come un passo falso ed una mancata evoluzione sonora. I Meshuggah hanno creato un Colosso vero, in grado di schiacciarvi senza pietà mentre voi lo implorate che lo faccia, ebbri di piacere.

Irraggiungibili per chiunque…

Tracklist:

1. I Am Colossus
2. The Demon’s Name Is Surveilance
3. Do Not Look Down
4. Behind The Sun
5. The Hurt That Finds You First
6. Marrow
7. Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion
8. Swarm
9. Demiurge
10. The Last Vigil

Voto:

L’assaggio del disco:”Break those bones whose sinews gave it motion”

I Meshuggah sono come un mobile dell'Ikea, non bastano le istruzioni per riuscire a montarlo. Vi ci dovete mettere d'impegno, ma i risultati sono assicurati con una minima spesa. Il mal di testa pure...

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10 commenti su “Meshuggah- Koloss

  1. Close but still no cigar… nel senso che la recensione è ben fatta, ma secondo me non coglie propriamente il bersaglio. Ci provo alla spiccia, sperando di sollevare un po’ di discussione:

    Allora, “Koloss” non è “semplicemente” un capolavoro, è un disco epocale, il terzo fatto dai Meshuggah (dopo “Chaosphere” e “Catch 33”, gli altri sono “semplicemente” capolavori, escluso ovviamente “Contradiction Collapse”. I motivi sono 3:

    1) Numero uno – quello che tu hai in qualche modo delienato nella recensione; questo disco è di una brutalità innarrivabile, siamo “quasi” a livelli di picchi oscuri dell’universo metal come “Hear Nothing Say Nothing” dei Discharge o “City” degli SYL. E’ è deliberato, ed è APPROPRIATO che sia così, che un disco metal “qui ed ora” sia così brutale (un recensore americano, molto arguto, ha scritto “they’ve traded aestetics for killing capacity”, perchè siamo nel 2012, il modo va come va, e non possiamo permetterci di perdere tempo com contorcimenti intellettivi o con sottigliezze. Il metal è spesso come una fisarmonica: si espande quando attorno c’è spazio, ma si contrae – e si indurisce – quando le cose si metteno male (cioè adesso). Spero di non essere l’unico ad aver notato che stanno uscendo una sfilza di dischi uno più epico e monolitico dell’altro. Musica da tempi (o venti) di guerra, e il metal ci sta bene in questi casi.

    2) Numero due – non è vero che non c’è una canzone “che emerge sulle altre”. C’è, ed è quella che per qualche motivo un sacco di recensori sembrano evitare apposta di discutere, e cioè “Swarm” (che è, significativamente, una delle uniche canzoni mai scritte dai Meshuggah in sala prove, scritta “assieme”, e non a pezzi separati come fanno di solito). “Swarm”, nel caso non l’aveste notato, è una di quelle rarissime “canzoni spartiacque”. Come “Overkill”, come “Angel of Death”, come “Pain’s Invention, Madness”, sono quei pezzi che cambiano tutte le regole del gioco, c’è un prima ed un dopo, e dopo le cose non sono più come prima. E’ come se i Meshuggah avessere detto “Heavy Metal? Volete un pezzo Heavy Metall? Accontentati subito – beccatevi questo”. E ti tirano fuori il pezzo che segretamente abbiamo aspettato che i Metallica o gli Slayer facessero nel 1988 – la classica cavalcata, le chitarre modello “tuono che rotola”, la struttura che sembra essere un’energumeno che sta per strappare la camicia di forze e saltarti addosso per sbranarti. E con questo, ovviamente, hanno assassinato il genere, gli hanno tagliato la testa e l’hanno messa su un palo ad ammaestramento delle generazioni future. Puoi prendere “Swarm” e metterci dentro tutto; un fiore che si apre delicatamente nella luce del mattino, oppure macchine di morte che si massacrano sulla superficie ghiacciata delle lune di Saturno, va bene lo stesso, è uno di quei momenti del metal il cui le convenzioni del genere vengono usate per trascendere il genere stesso. Per non parlare dei suoni (interessante notare come la produzione di questo disco sembra essere un’altro argomento tabù nelle recensioni: ci credo, le vendite di Cubase VST secondo me andranno alle stelle!)

    3) Numero tre: con “Obzen” questi simpatici papacchioni avevano stabilito uno standard estetico (il famoso “djent”) che negli ultimi quattro anni è esploso magari non commercialmente, ma certo creativamente (con risultati MOLTO alterni, ma sicuramente è un filone che sta spingendo l’intera baracca in una crescita creativa che non c’era dai tempi del thrash). Sarebbe stato lecito aspettarsi (perchè questo è l’ottavo disco del gruppo, perchè sono venticinque anni che suonan, perchè le cose normalmente finora sono andate così!) che gli ‘Shuggah avrebbero continiato per la loro strada, “passando il testimone” però e lasciando andare avanti i giovani. Un bel par di palle: questi si sono svegliati una mattina e hanno dichiarato (con questo disco): “Giovini virgulti! Sapete qual’è la novità? Abbiamo scherzato: lo standard del futuro non sono gli accordi elastici e le contorsioni poliritmiche: lo standard del futuro è SPACCARE, Saluti e baci”. Se ci pensate, è esattamente il contrario di quando hanno fatto i Metallica 20 anni fa: quella barbabietola di Ulrich aveva dichiarato urbi et orbi “Distruggeremo l’heavy metal dall’interno”, Beh, 20 anni dopo i Meshuggah arrivano, e distruggono quello che non è heavy metal, ma dall’esterno, da la fuori… e come qualcuno ha scritto una volta, la fuori ci sono solo mostri…

    • Wow, un commento importante, come lunghezza e come contenuto. Provo a risponderti seguendo la tua scaletta, ma prima una piccola premessa. La recensione l’ho scritta in maniera compulsiva, mai come questa volta ho sentito l’esigenza di far sapere che cavolo avevo ascoltato, di cercare di spiegare agli altri e anche a me stesso, quanto fosse totalizzante l’esperienza di “Koloss”. Una sensazione che non capita spesso, anzi quasi mai (sicuramente sai di cosa parlo). Per dire, mi sono ritrovato a fare un track by track che io aborro, non lo faccio mai e non mi piace, ma è venuto fuori spontaneamente e va bene così.

      Ti rispondo :

      1) Incredibile la descrizione che fai, non si può aggiungere altro. La potrei stampare a fuoco e schiaffarla in testa al blog 😀
      2)E’ vero, “Swarm” è un pezzo incredibile, io non ho sviluppato molto il ragionamento sulla canzone, ma di sicuro non volutamente, però sono sempre convinto che l’album sia un monolite. “obZen” aveva “Bleed” che era oggettivamente una spanna sopra le altre, sempre considerando che parliamo di paragoni tra Everest e K2, montagne di un certo livello. “Koloss” è fantastico nella sua globalità, come “Reign in Blood” per esempio. Puoi avere una preferita, ma l’album è un tutto inscindibile. In quel senso non c’è una canzone che svetta sulle altre, perchè quando succede le altre sono automaticamente degradate nonostante la qualità che possono avere.
      E “Pain’s Invention Madness”, anzi “Time does not Heal” dei Dark Angel è un altro “crimine” nei miei confronti che dovresti segnarti! 😉
      3)Questo punto mi fa capire che sono uno scribacchino! La battuta di Ulrich quando la lessi su MH mi fece deflagrare in una risata impietosa, l’ho citata qui da qualche parte per far fare due risate. Chi ha scritto che la fuori ci sono solo mostri di Metal ne sa…parecchio. 😉

      Grazie del commento, sai quanto conta per me. Senza piaggeria, in fondo su qualcosa non siamo d’accordo… 😀

  2. Mortacci che perizia! Mi inchino di fronte alle vostre anlisi e recensioni…Direi quasi autopsie di un’opera musicale. A questo punto devo trovare il tempo per ascoltare i Mesciugga con calma, attenzione e pazienza.
    Non c’entra una ceppa, ma volevo chiedervi: vi capita mai di andare a ripescare un disco che avete ascoltato superficialmente qualche anno fa e vi ci intrippate? A me sta capitando con Annihilator degli Annihilator del 2010. Mi fu regalato, ma la copertina spaventava mia figlia piccola e cosi’ lo nascosi nei meandri tortuosi dello scaffale musicale….Poi le pulizie di Pasqua (biennali…) hanno “riesumato” il supporto argentato….

    • Aspettiamo il tuo parere, mettiti comodo e goditi ‘sto tornado…
      Non mi capita di ripescare solo per un motivo: i Cd son tutti belli in fila. Battute a parte, capita spesso…quando hai una collezione enorme!
      😉

  3. Pingback: Quel Rude Venerdì Metallico /42:Uscite a valanga « Rude Awake Metal

  4. Nulla da fare. Dopo il ventesimo ascolto attento posso dire che sto disco non lo digerisco nemmeno con la Citrosodina endovena. Probabilmente le mie orecchie non sono piu’ compatibili con djent dei Meshuggah. 3 o 4 brani mi piacciono ma in generale mi annoio e la voce di Kidman mi irrita…La finisco qui’ perchè altrimenti è come dire al tuo migliore amico che la sua ragazza è una cozza, antipatica, rompiballe e …… :-).

    PS: E se prendessero una svolta alla Ulver (il cui ultimo ho utilizzato come zeppa per il barbecue…) continuando sulla scorta di “The Last Vigil”? ahahahahah

    ciao!

    • GLi Ulver non piacciono neanche a me, ma qui siamo un sei sette anni luce avanti, davvero un peccato che non lo mandi giù, è veramente roba da un altro mondo!
      p.s. Mi hai fatto crepare con la battuta sul “la pianto qui”… 😀

  5. Mah, d’altronde è giusto così. Siamo tutti diversi e abbiamo gusti diversi. Per fortuna…Cio’ che alla fine diventa cacofonico e irritante per me invece è delizia per i tuoi timpani. Senza contare che poi i gusti possono anche cambiare. Magari li risento fra 5 anni e corro a comprarmi tutta la discografia autografata,,,chi puo’ dirlo…:-). Quanto agli Ulver hanno sfornato capolavori e immondizia spaziale. Ultimamente sono diventati un po’ snob e troppo “intellettualoidi” e quindi ho iniziato a mollarli. E il disco dello scorso anno non glielo perdonero’ troppo facilmente….puah!!Una vera porcheria! (Naturalmente osannata dai nostri valenti critici ufficiali del web tutto…)

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