Opeth- Heritage


“Heritage” è un titolo scelto con estrema oculatezza e ricco di significato. Il retaggio degli Opeth è nelle radici dell’albero piazzato sulla splendida copertina in pieno stile anni 70, opera del maestro Travis Smith. La vera eredità del gruppo non è il Death Metal come sembra suggerire l’immagine, ma il Prog Rock che Akerfeldt ha abbracciato spesso in passato.

In questo disco non si limita ad abbracciarlo, ma ci si accoppia senza vergogna, evitando di nascondersi dietro un dito e senza accampare scuse ridicole( “era lui che provocava e non ho resistito”). Per dirla con un esempio pratico, dopo “Heritage” non c’è un “Deliverance” a tenere buoni i fan  più intransigenti, come accadde per “Damnation”. Questo è come vogliono essere gli Opeth oggi: puro Prog settantiano.

La domanda del fan è sempre la stessa: “quindi di Metal non ce n’è nemmeno un pò?”  No, neanche un pò è la risposta, su “Heritage” la sterzata è netta, decisa e senza alcuna esitazione. Ma pensare che questo sia un brutto disco solo perchè non ci sono i growl di Mikael o quelle belle chitarrone alla “Master’s Apprentice”, sarebbe assai sciocco. “Heritage” è una gemma suonata e composta a livelli eccelsi, è un album da gustare con attenzione e trasporto. Nessuna concessione all’ascolto facile o all’immediatezza, questa è musica che richiede attenzione e se riuscite ad entrare nel discorso che Akerfeldt e soci vi stanno sussurrando, l’attenzione è ben ripagata. Con buona pace dei soliti “talebani”…

Il problema è un altro.

Stiamo parlando di evoluzione  e di cambiamento per gli Opeth, ed indubbiamente “Heritage” è una svolta che segna un punto di non ritorno per il gruppo, ma è un evoluzione che guarda al passato troppo insistentemente. Si nota subito l’enorme debito che gli svedesi hanno con il Prog italiano, un movimento mai più eguagliato come grandezza e spessore artistico qui da noi. PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Area e la folta schiera dei nomi “minori”,  costituivano un enorme patrimonio che si disperse troppo presto. Non si tratta di plagio o di copiare per mancanza di idee, quanto di riproporre troppo fedelmente stilemi e sonorità abbondantemente sviscerate da altri per la voglia di cambiamento e l’estrema passione per un genere che ormai non suona più nessuno, almeno non in questo modo. Tutti quei nomi storici sono pesantemente presenti tra le note di questo disco,  insieme agli altri altrettanto fondamentali e noti gruppi non italiani dell’epoca. “Heritage” è un lavoro sopra la media, coraggioso e spiazzante, ma quello che è mancato è la sorpresa, la particolare personalità che finora ha permesso al gruppo di distinguersi ed essere unico.

Tracklist:

  1. Heritage
  2. The Devil’s Orchard
  3. I feel the Dark
  4. Slither
  5. Nepenthe
  6. Haxprocess
  7. Famine
  8. The Lines in my Hand
  9. Folklore
  10. Marrow of the Earth

Voto:

L’assaggio di oggi è “The Devil’s Orchard”.

Sulla didascalia nella copertina di Terrorizer Mikael dice:"Mi sono liberato dai ceppi del Metal." Però si è incatenato a quelli del Prog...

19 commenti su “Opeth- Heritage

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  2. Mi dispiace Helldorado. All’inizio anche io ho pensato “Ma si.Ormai sono una prog band. Il passato è passato. Li prendo per quello che sono”. Ma piu’ vado avanti negli ascolti e piu’ mi sembra che non ci sia molto da prendere. Il disco mi sembra manieristico e noioso. Come disco prog è veramente banalotto. Insomma non sono piu’ nè carne nè pesce. Per me va bene che abbraccino a tutto tondo il prog. Ma lo facciano con stile fantasia e sentimento. Perchè un disco degli Iq o dei Pendragon è più divertente e di gradevole ascolto. E non ho scomodato i mostri sacri del prog… 🙂
    Vabbè, ora mi metto “Orchid” in cuffia…:-))

    • Beh il tuo commento mi fa capire che non hai capito nulla di questo capolavoro di album. Banalotto? Noioso??? Ma che cazzo ???

      Secondo me uno dei migliori album, e nel suo genere il top.

      L’ ho ascoltato centinaia di volte, e ogni volta mi piace sempre di più.

      • Perdonami se non sono d’accordo, però lo trovo un disco che riprende in maniera pedissequa e poco trascinante il caro vecchio rock progressivo italiano. L’ho ascoltato molto prima di recensirlo, cosa che faccio sempre per ogni disco e man mano mi calava sempre di piú. Se ti piace buon per te, ma gli preferisco la PFM, tanto per fare un nome di quelli che pesano nel sound espresso dagli Opeth attuali.

  3. @Fandorin: posso dirti che è un disco che cala con gli ascolti, sempre meno interessante ed è evidente che si sono lasciati risucchiare dalla voglia di emulare, un peso che ha schiacciato la loro personalità. Sto apprezzando molto di più il disco solista di ICS Vortex, ex basso e seconda voce dei Dimmu Borgir, recensito su R.A.M. a breve. 😉

    p.s. grazie infinite per il commento!

  4. @Heldorado: Si, definizione giusta, “cala con gli ascolti”.Che per un disco è quanto di peggio si possa dire. Vista la tua segnalazione, vado a reperire il lavoro di ICS Vortex e me lo ascolto. Sono curioso.
    E facciamola finita con i grazie e i non c’è di che fra noi! ahahahah…. 🙂
    Ti leggo volentieri e ci scrivo volentieri sul tuo blog. 😉

  5. “E facciamola finita con i grazie e i non c’è di che fra noi! ahahahah…. :-)”

    Giusto, grazie per avermelo detto! Ahahahahaha!!! 😉

  6. Ho sentito il disco di ICS Vortex. Pensavo ad un disco black e invece…è un disco prog!! Naturalmente in molte parti la “matrice” black si fa sentire, pero’ rimane un disco prog. Mi è piaciuto, anche se non mi ha “stregato”. E molto probabilmente proprio per la voce di XV.La trovo troppo “pulita”…pero’ è un gusto personale. 🙂
    Grazie per la segnalazione 😉

  7. Si è vero. “l’incedere” di molti brani mi ha ricordato le atmosfere di “Vertebrae” e anche dell’ultimo “Axioma…”. Paragone calzante.Peccato che le canzoni non riescano ad entrarmi in mente..:-(
    In questo momento mi sto risentendo l’EP dei lituani Ygodeh, “Dawn Of The Technological Singularity”. Veramente notevole. Una miscela di prog-techno-industrial-death. Dagli un ascolto se ti capita…

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